Un ricordo di Sidney Lumet nell’anniversario della sua nascita

una scena di "Twelve Angry Men" ("La parola ai giurati", 1957) una scena di "Twelve Angry Men" ("La parola ai giurati", 1957)
Il grande regista americano, noto per aver diretto film quali “La parola ai giurati”, “L’uomo del banco dei pegni”, “La collina del disonore”, “Rapina record a New York”, “Riflessi in uno specchio scuro”, “Serpico”, “Assassinio sull’Orient Express”, “Quel pomeriggio di un giorno da cani” “Quinto potere”, “Il principe della città”, “Il verdetto” e molti altri, avrebbe novantacinque anni.

«L’obiettivo principale di tutti i film è l’intrattenimento. Io ho l’ambizione di fare un passo ulteriore: portare lo spettatore ad esaminare la sua coscienza, stimolarlo nel giudizio» (Sidney Lumet)

Nato a Philadelphia - in Pennsylvania - nel 1924, figlio dell’attore di teatro Baruch Lumet (1898-1992), recita sul palcoscenico fin da bambino, immerso nell’atmosfera di Broadway densa di suggestioni culturali.

In particolare modo, dell’esperienza teatrale a New York metabolizza gli slanci di tensione civile e politica, mentre nei sette/otto anni compresi fra la fine degli anni Quaranta e la metà dei Cinquanta si fa le ossa con numerose regie televisive per la CBS. L’impegno democratico e progressista ed un linguaggio visivo “stretto” sui personaggi, tipico del racconto destinato al piccolo schermo, diventeranno una costante di tutta la sua carriera.

Il suo folgorante esordio alla regia cinematografica è un capolavoro del Courtroom Drama: Twelve Angry Men (La parola ai giurati - 1957), film coraggioso, ed in forte anticipo sui tempi, molto efficace (quasi inarrivabile) nel mostrare allo spettatore il razzismo (a volte sfacciatamente dichiarato, altre volte strisciante) della cosiddetta “middle class” americana dell’epoca e le storture, le iniquità ed i pericoli intrinseci al sistema giudiziario (lontano anni luce dall’esser “perfetto”) e magnificamente interpretato da Henry Fonda, Lee J. Cobb, E. G. Marshall, Jack Warden e dagli altri otto attori (Martin Balsam, John Fiedler, Jack Klugman, Ed Binns, Joseph Sweeney, George Voskovec e Robert Webber), ancora oggi, ad oltre sessant’anni dalla sua uscita, è giustamente considerato (insieme a Testimone d’accusa di Billy Wilder, Anatomia di un omicidio di Otto Preminger, Vincitori e vinti di Stanley Kramer, il bellissimo Il buio oltre la siepe di Robert Mulligan, tratto dal libro omonimo - Premio Pulitzer di Harper Lee ed interpretato da un superlativo Gregory Peck - Oscar come Miglior Attore Protagonista - e Il verdetto dello stesso S. Lumet ) come uno fra i migliori gialli giudiziari americani mai realizzati.

Segue Stage Struck (Fascino del Palcoscenico - 1958), irrinunciabile omaggio al mondo del teatro, che gli fornirà i testi a cui ispirarsi per i film subito successivi: The Fugitive Kind (Pelle di serpente - 1960), tratto da Tennessee Williams ed interpretato da Marlon Brando, Anna Magnani (la quale torna a recitare in un film americano qualche anno dopo La rosa tatuata di Daniel Mann, in cui aveva diviso la scena con un Burt Lancaster pre gattopardo e con cui aveva vinto - prima attrice italiana a riuscirci - l’Oscar come Miglior Attrice Protagonista) e Joanne Woodward, Vu du pont (Uno sguardo dal ponte - 1961), tratto da Arthur Miller ed interpretato da Raf Vallone, Maureen Stapleton e Jean Sorel, e Long Day’s Journey Into Night (Il lungo viaggio verso la notte - 1962), tratto da Eugene O’ Neill ed interpretato da Katharine Hepburn, Ralph Richardson e Jason Robards.

Il suo orizzonte si allarga poi ad opere più “spettacolarizzate”, sia pur sempre dedicate all’affrontare temi d’impegno. Il rischio del conflitto nucleare (notoriamente, una vera e propria fobia degli anni Sessanta) diventa l’oggetto di Fail Safe (A prova di errore - 1964), con Henry Fonda ed un inquietante Walter Matthau pre commedie (con o senza Jack Lemmon); The Pawnbroker (L’uomo del banco dei pegni - 1965), con un superlativo Rod Steiger, riflette sulle laceranti contraddizioni dell’odio razziale; The Group (Il gruppo - 1966), tratto dal libro omonimo di Mary McCarthy, si cala in una pionieristica forma di “autocoscienza” femminile, offrendo i primi ruoli importanti ad alcune fra le future attrici impegnate della New Hollywood (su tutte Candice Bergen e Jessica Walter).

All’inizio degli anni Settanta, Con The Anderson Tapes (Rapina record a New York - 1971), inaugura un filone di storie di violenza metropolitana, di volta in volta affrontata dalla prospettiva dell’agente di polizia (Serpico - 1973 -, con Al Pacino, John Randolph, Jack Kehoe, Cornelia Sharpe, Barbara Eda-Young e Tony Roberts) o del criminale (Dog Day Afternoon (Quel pomeriggio di un giorno da cani – 1975), con Al Pacino e John Cazale e Charles Durning.

Lo stile è sempre problematico, lontano da rigide e manichee prese di posizione e si sofferma sulla labilità e indecifrabilità del confine fra legalità e crimine. Il culmine viene raggiunto con Prince of The City (Il principe della città - 1981), con Treat Williams e Jerry Orbach, circa quattro ore di scene in interni, fra commissariati e tribunali che narrano di un investigatore costretto a denunciare i colleghi corrotti e poi stritolato da rancori e disillusione.

Un altro paradigmatico caso di alienazione lo aveva affrontato qualche anno avanti in Network (Quinto potere - 1976), opera esasperata e disturbante, affondata nei subdoli tentacoli di chi controlla e manipola la forza dei media di massa. Quinto potere interpretato da Peter Finch, Faye Dunaway (Oscar come Miglior Attrice Protagonista), William Holden e Robert Duvall, è considerato (insieme a Quarto potere di Orson Welles, L’asso nella manica di Billy Wilder, L’ultima minaccia di Richard Brooks, Un volto nella folla di Elia Kazan, Prima pagina di B. Wilder, Tutti gli uomini del Presidente di Alan J. Pakula, Diritto di cronaca di Sydney Pollack e Sotto tiro di Roger Spottiswoode) come uno fra i miglior film americani sul giornalismo mai realizzati.

L’avvocato con difficoltà di alcool (un superlativo Paul Newman) in grado di ritrovare l’orgoglio e la dignità per combattere l’arroganza dei potenti è al centro di The Verdict (Il verdetto - 1982), tratto dal libro omonimo di Barry Reed (in un certo qual modo, un precursore di autore quali John Grisham e Scott Turow) ed interpretato anche da Charlotte Rampling, James Mason e Jack Warden.

Daniel, tratto dal libro di E. Doctorow ed interpretato da Timothy Hutton e Amanda Plummer, narra impietosamente i misfatti del maccartismo.

Le tematiche più care al regista vengono reiterate nei film successivi, con una sempre inalberata militanza nella denuncia civile. Running On Empty (Vivere in fuga - 1988), con River Phoenix e Judd Hirsch, fotografa lo scontro generazionale; Q & A (Terzo grado - 1990), con Nick Nolte e Timothy Hutton, torna alla crisi di coscienza dei rappresentanti della legge come anche Night Falls on Manhattan (Prove apparenti - 1996), con Andy Garcia, Ian Holm, James Gandolfini e Lena Olin.

Gloria (1998), con Sharon Stone, remake di Una notte d’estate - Gloria (1980) di John Cassavetes, perde il confronto con l’originale e con la sua protagonista (la grande Gena Rowlands).

Fra gli altri film spicca Murder On The Orient Express (Assassinio sull’Orient Express - 1974), tratto dal celeberrimo libro di Agatha Christie (si tratta in assoluto di una fra le migliori versioni cinematografiche di un giallo dell’autrice inglese) ed interpretato da Albert Finney, Lauren Bacall, Sean Connery, Vanessa Redgrave, Martin Balsam, Ingrid Bergman - Oscar come Miglior Attrice Non Protagonista -, Jacqueline Bisset, Colin Blakely, Jean-Pierre Cassel, George Coulouris, John Gielgud, Anthony Perkins, Dennis Quilley,  Rachel Roberts, Richard Widmark, Michael York.

Nel 2005 viene premiato con un meritatissimo Oscar alla Carriera.

L’anno seguente, dopo sei/sette di, assenza torna alla regia ed alle aule di tribunale con Find Me Guilty (Prova a incastrarmi - 2006), in cui dirige Vin Diesel nella storia vera del boss mafioso Jackie DiNorscio, che difese da solo se stesso e la sua famiglia con un’arringa istrionica e cabarettistica che convinse la giuria ad assolverlo.

Il successivo Before The Devil Knows You’re Dead (Onora il padre e la madre - 2007), suo ultimo film (Lumet muore a New York nell’aprile 2011),  è un cupo noir familiare, contraddistinto da una solida drammaturgia destrutturata temporalmente per seguire i destini di due fratelli cinici e disperati (Ethan Hawke e Philip Seymour Hoffman), i quali, nel tentativo di rapinare la gioielleria dei genitori (Rosemary Harris e Albert Finney) per truffare l’assicurazione, innescano una catena di eventi tragici ed inesorabili.

Nel 2009 partecipa al documentario di Richard Shepard I Knew It Was You, dedicato a John Cazale (1935-1978, da lui diretto nel già citato Quel pomeriggio di un giorno da cani) nel trentesimo anniversario della sua scomparsa. 

Fra le altre pellicole ricordiamo That Kind of Woman (Quel tipo di donna - 1959), con Sophia Loren, Tab Hunter e Jack Warden, The Hill (La collina del disonore - 1965), con Sean Connery, The Deadly Affair (Chiamata per il morto - 1967), tratto dal libro omonimo di John Le Carrè ed interpretato da James Mason, Maximilan Schell e Jack Warden, The Seagull (Il gabbiano - 1968), tratto dal dramma teatrale omonimo di Anton Čechov, interpretato da James Mason, Vanessa Redgrave, Simone Signoret e David Warner e mai distribuito in Italia, The Appointment (La virtù sdraiata - 1969), tratto dal libro omonimo di Antonio Leonviola ed interpretato da Anouk Aimée e Omar Sharif, Last of The Mobile Hot Shots (La poiana vola sul tetto - 1970), con James Coburn e Lynn Redgrave, Child’s Play (Spirale d’odio - 1972), con James Mason e Robert Preston, The Offence (Riflessi in uno specchio scuro - 1973), con un inquietante Sean Connery (in una fra le migliori performances della sua carriera), Lovin’ Molly (1974), con Anthony Perkins, Beau Bridges ed una giovane Susan Sarandon, Equus (1977), con Richard Burton, Colin Blakely e Joan Plowright, il musical The Wiz (1978), remake de Il mago di Oz di Victor Fleming interpretato da Diana Ross e Michael Jackson, Just Tell me What You Want (Dimmi quello che vuoi -  1980), con Alan King e Ali MacGraw, Deathtrap (Trappola mortale - 1982), tratto dall’opera teatrale omonima di Ira Levin ed interpretato da Michael Caine, Christopher Reeve e Dyan Cannon, Garbo Talks (Cercando la Garbo - 1984), con Anne Bancroft e Ron Silver, The Morning After (Il mattino dopo - 1986), con Jane Fonda, Jeff Bridges e Raul Julia, Family Business (Sono affari di famiglia - 1989), con Sean Connery, Dustin Hoffman, Matthew Broderick e Rosanna DeSoto, A Stranger Among Us (Un’estranea fra noi - 1992), con Melanie Griffith, Guilty as Sin (Per legittima accusa - 1993), con Rebecca De Mornay, Don Johnson e Jack Warden, l’amaro Critical Care (Se mi amate... - 1997), con James Spader, Kyra Sedgwick, Helen Mirren e Anne Bancroft.

Insieme a Stanley Kramer (La parete di fango, Vincitori e vinti, Indovina chi viene a cena?) Robert Mulligan (il già citato Il buio oltre la siepe, Una strada chiamata domani), Alan J. Pakula (Una squillo per l’ispettore Klute, Perché un assassinio, il già citato Tutti gli uomini del Presidente, La scelta di Sophie, Un ostaggio di riguardo, Presunto innocente, Il rapporto Pelican) e Sydney Pollack (Non si uccidono così anche i cavalli?, Corvo rosso… non avrai il mio scalpo!, Come eravamo, I tre giorni del Condor, Yakuza, Il cavaliere elettrico, il già citato Diritto di cronaca, Il socio, The Interpreter, titoli ai quali andrebbe aggiunto anche Michael Clayton di Tony Gilroy, di cui è produttore esecutivo ed interprete), Sidney Lumet è stato senz’altro fra i più grandi registi americani d’impegno civile e politico della sua generazione. La maggior parte fra i suoi film hanno una forza narrativa ed un contenuto d’impressionante attualità che non finirà mai di offrire motivi di riflessione a chiunque abbia l’obiettività e la volontà di recepirli ed apprezzarli.

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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