“Veloce come il vento”: il cinema rombante di Matteo Rovere

foto di scena foto di scena comingsoon.it
Vacca boia, scommessa vinta quella di Matteo Rovere. Duro e puro come un film d’azione, appassionante come un finale di partita, “Veloce come il vento” è più di una rivelazione.

Dopo “Lo chiamavano Jeeg Robot” il secondo progetto made in Italy di questo 2016, che strizza l’occhio a un cinema di genere non di alta, ma di altissima qualità.
Si perché il regista romano multitasking (regista, sceneggiatore, produttore), al suo terzo lungometraggio dietro la macchina da presa, abbandona i territori del noir e degli appartamenti  borghesi, decide di pigiare sull’acceleratore e addentrarsi in un luogo ed un genere in Italia praticamente sconosciuto, il film sportivo automobilistico.
Qui però non siamo dalle parti di “Rush”, Rovere non mette in scena conflitto tra due piloti, ma un romanzo di formazione automobilistico: protagonista una coppia sgangherata di fratelli emiliani.
La più piccola tra i due è Giulia De Martino (Matilda De Angelis), giovane talento automobilistico promessa del campionato GT che improvvisamente si ritrova orfana di padre. Costretta a correre per non perdere la casa di famiglia, ad aiutarla nella sua impresa si palesa improvvisamente il fratello maggiore Loris (Stefano Accorsi), ex talento automobilistico, ex campione di rally, oggi smagrito e deperito e caduto nel tunnel della droga. Una volta tornato al volante, sarà lui il coach  di Giulia, aiutandola nella sua trasformazione in un pilota provetto, tra inseguimento automobilistici per Imola e sessioni di training sfiancanti.
Tra i due prende vita sullo schermo un rapporto di amore-odio, fatto di passione per la velocità, talento sprecato ma anche – e soprattutto – volontà di formare quella famiglia che troppo presto Giulia ha visto dissolversi.

Il merito di Rovere (e degli sceneggiatori Francesca Manieri e Filippo Gravino, oltre allo stesso Rovere) è quello di maneggiare con equilibrio i tanti temi messi in campo da “Veloce come il Vento”: da una parte il tema del loser, del perdente che si riscatta, con uno sorprendente Stefano Accorsi che con il passare dei minuti cattura sempre di più l’attenzione dello spettatore con una prova camaleontica, dall’altra un altro “topos” del film sportivo, ovvero l’accettazione della sfida, il training del protagonista e il contest finale.
Qui i meriti vanno invece all’esordiente Matilda De Angelis, dolce e rabbiosa diciottenne, e al suo viso angelico che trapassa letteralmente la macchina da presa (anche qui il lavoro del direttore della fotografia Michele D’Attanasio è di pregio assoluto). Una scelta di casting sorprendente ripagata da una interpretazione che gli varrà sicuramente premi importanti.
“Veloce come il vento” è allora un insieme di temi, suggestioni, interpretazioni, unite e saldate insieme da una messa in scena ultrarealistica. Questo il merito più importante e originale di Rovere: far provare innanzitutto allo spettatore un’esperienza immersiva all’interno del cockpit dell’auto; fargli sentire da vicino il rombo del motore, farlo sbandare e sgommare in prima persona. Perché il cinema è innanzitutto entertainment, un sano divertimento che Rovere conosce bene. E allora auguri e lunga vita a “Veloce come il vento” e i suoi autori, pronti a sbarcare in più di 40 paesi. Vediamo quale sarà la reazione internazionale, vacca boia.

Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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