Woody Allen compie 85 anni

Woody Allen in "Il prestanome" di Martin Ritt Woody Allen in "Il prestanome" di Martin Ritt
Il grande regista, sceneggiatore, attore newyorkese, autore di opere quali “Provaci ancora, Sam”, “Io e Annie”, “Interiors”, “Manhattan”, “Zelig”, “la rosa purpurea del Cairo”, “Settembre”, “Un’altra donna”, “Crimini e misfatti”, “Alice”, “Ombre e nebbia”, “Match Point”, “Scoop”, “Sogni e delitti” “Midnight in Paris”, “Blue Jasmine”, “Magic in the Moonlight”, “Un giorno di pioggia a New York”  e molti altri,  compie ottantacinque anni.

«Ogni volta che un mio film ha successo mi chiedo: “Come ho fatto a fregarli ancora?”» (Woody Allen)

Nato a New York nel 1935, Allan Stewart Konigsberg - meglio noto con il nome d’arte Woody Allen -, talento umoristico molto precoce, esordisce nel mondo dello spettacolo all’inizio degli anni Cinquanta scrivendo barzellette e gags per comici come Bob Hope ed attori televisivi come P. Boone.

Nel ’60 comincia a lavorare come “stand-up comedian” al Greenwich Village e continua a scrivere testi per programmi televisivi (fra cui Tonight - 1964) e per riviste come «New Yorker» «Esquire».

Nel ’65 esordisce al cinema come sceneggiatore ed attore (in un ruolo secondario) nell’indiavolato Ciao Pussycat (1965) di Clive Donner, con Peter Sellers, Peter O’ Toole e Romy Schneider.

Dopo una breve apparizione nel comico-demenziale James Bond 007 - Casino Royale (1967) di Val Guest, Ken Hughes, John Huston, Joseph McGrath e Robert Parrish, esordisce alla regia con Prendi i soldi e scappa (1969), esilarante parodia dei gangsters movies e dei film carcerari, nonché di alcuni moduli discorsivi del cinema francese alla Jean-Luc Godard (si veda ad esempio l’ironico inserimento nella narrazione di interviste fittizie), in cui interprete un malvivente sciamannato, confusionario ed inconcludente, modellato da un lato sulla maschera dello sfortunato “schlemiel” della tradizione ebraica, in continua lotta con il mondo e con gli oggetti, e dall’altro sulle gags verbali demenziali e di nonsense alla Groucho Marx, da lui aggiornate con numerosi riferimenti psicoanalitici (la psicoanalisi sarà un tema ricorrente/un’ossessione lella sua intera carriera cinematografica) filosofici e letterari.

Dopo il fantapolitico Il dittatore dello stato libero di Bananas (1971) e la commedia a episodi Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso… e non avete mai osato chiedere (1972), in cui rivisita il cinema comico di Buster Keaton e Charlie Chaplin, e prima della parodia fantascientifica di Il dormiglione (1973), con Diane Keaton, ripropone il suo grandissimo amore per il cinema ed il suo vivo interesse per la psicoanalisi nel piacevole ed acutissimo Provaci ancora, Sam (1972), da lui scritto (partendo dalla sua stessa commedia teatrale del ’68) ed interpretato (insieme a Diane Keaton e Tony Roberts), e diretto da Herbert Ross. Nel film affina ulteriormente il gusto della citazione cinefila interpretando un personaggio molto timido ed introverso che, per provare a risolvere le sue difficoltà con le donne, chiede aiuto e conforto al fantasma di Humphrey Bogart.

Il gusto per la citazione letteraria di alto livello affiora anche nel successivo Amore e guerra (1975), in cui si rifà a Tolstoj per riproporre in forme più classiche la maschera dello “schlemiel”.

Maschera che, sia pur con numerose correzioni, utilizza in parte anche nell’ottimo Il prestanome (1977) di Martin Ritt, scritto da Walter Bernstein ed interpretato da Andrea Marcovicci, Zero Mostel e Michael Murphy, interessante film contro il maccartismo in cui interpreta un barista, incallito e sfortunato scommettitore, che ha l’occasione di farsi passare da sceneggiatore, consegnando come suoi i lavori di tre sceneggiatori finiti sulla famigerata “lista nera”. Si tratta di uno fra i migliori film americani mai realizzati sul maccartismo e di una superlativa performance drammatica di W. Allen (e perdipiù in un film non scritto né diretto da lui)

La consacrazione come autore arriva con il film successivo, Io e Annie (1977), con D. Keaton e Tony Roberts, divertente commedia in stile anni Quaranta e dall’evidente gusto autobiografico, che gioca sulla nata l nota contrapposizione fra New York e Los Angeles, narrando della nascita, dello sviluppo nevrotico, e della successiva crisi di una coppia di intellettuali newyorkesi.

Premiato con l’Oscar come Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Soggetto Originale, Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista (Diane Keaton), il film ha una sorte di sequel in Manhattan (1979), con D. Keaton, Michael Murphy e Meryl Streep, arguto e godibile ritratto di caratteri accolto, sia dal pubblico sia dalla critica, accolto come un capolavoro, anche per via del nostalgico omaggio alla sua città, fotografata in un magnifico bianco e nero da Gordon Willis e commentata dalle musiche di Gershwin. Nell’intermezzo fra i due film, realizza (solo come regista e sceneggiatore) Interiors (1978); film dalle atmosfere crepuscolari e che, così come avverrà dieci/dodici anni dopo con Settembre (1987), Un’altra donna (1988) e Alice (1990), rende omaggio al grande Ingmar Bergman (1918-2007), notoriamente uno fra gli autori preferiti da W. Allen insieme a Federico Fellini (1920-1993), che omaggia invece in Stardust Memories (1980), opera autobiografica narrata in flusso di coscienza come di F. Fellini.

La commedia shakespeariana (Sogno di una notte di mezza estate) fa invece da sfondo e riferimento letterario a Commedia sexy in una notte di mezza estate (1982), opera attraversata da una delicata atmosfera di magia.

Il finto documentario Zelig (1983) è considerato uno fra i suoi film più acuti e riusciti, in cui, undici anni prima di Forrest Gump di Robert Zemeckis, fa apparire un personaggio camaleontico e desideroso di conformismo ad ogni costo.

Dopo l’amaro Broadway Danny Rose (1984), ritratto di un perdente che si svolge dietro le quinte del mondo teatrale, con La rosa purpurea del Cairo (1985) torna ad un’intelligente ed ironica riflessione sul rapporto illusionistico fra il cinema classico ed i suoi spettatori/spettatrici, e poi al grande teatro di Cechov in Hannah e le sue sorelle (1986), autoanalisi trasferita al femminile, campione di incassi al box-office e con cui vince un secondo Oscar come Miglior Regia.

Dopo il nostalgico Radio Days (1987), omaggio al suo amore per il jazz, ed altri due film di stile bergmaniano (i già citati Settembre e Un’altra donna), sorprende il pubblico con Crimini e misfatti (1989), con Martin Landau, riflessione divertente e tutt’altro che superficiale, ricca di riferimenti a Fedor Dostoevskij (Delitto e castigo), in cui espone convintamente la sua tesi per cui i crimini non possano rimanere senza colpevoli.

Negli anni Novanta la sua vena creativa appare ancora inesauribile. Con una media costante di un film all’anno – come del resto già avvenuto nei vent’anni precedenti -, dopo Ombre e nebbia (1991), omaggio al cinema espressionista tedesco degli anni Venti e Trenta, torna ad atmosfere più serene e divertenti con Mariti e mogli (1992), Misterioso omicidio a Manhattan (1993), Pallottole su Broadway (1994).

Modifica il tono e le atmosfere nei successivi La dea dell’amore (1995), commosso omaggio al teatro greco, e nel musical Tutti dicono I Love You (1996), in cui affronta l’argomento delle famiglie cosiddette “allargate” ed il sereno rapporto che si può creare fra ex coniugi.

Torna poi a ritratti di personaggi in crisi con Harry a pezzi (1997), in cui il grande uso della macchina da presa a mano segnala la soggettività della visione, ed alla satira anti vip con il meno riuscito Celebrity (1998), mentre il suo amore per il jazz trionfa nuovamente in Accordi e disaccordi (1998).

Grazie ad un accordo con la Dreamworks di Steven Spielberg, ottiene maggiore visibilità e riguadagna il favore del pubblico americano (che nei precedenti sette/otto anni si era molto ridotto) con Criminali da strapazzo (2000), che nello spunto si rifà a I soliti ignoti di Mario Monicelli, e con La maledizione dello Scorpione di giada (2001), divertente e raffinato gioco intertestuale sul cinema americano degli anni Quaranta.

Segue Hollywood Ending (2002), divertente ritorno al confronto-scontro East-West, che ruota attorno alla metafora di un regista in declino che riesce a portare a termine un film sull’amata New York, nonostante sia colpito da una cecità psicosomatica che riesce a nascondere a tutti.

Intimamente newyorkesi appaiono anche Anything Else (2003) e Melinda & Melinda (2004): nel primo interpreta un vecchio scrittore, solitario e scontroso, che ama passeggiare in giro per Central Park pontificando sugli argomenti più vari, mentre nel secondo sta dietro alla macchina (senza recitare nel film) per ironizzare su quattro differenti intellettuali che discutono di vita e di spettacolo stando seduti in un bistrot. Sia pur ottimi nella loro “confezione” di altro livello, queste ultime pellicole sembrano accusare qualche segno di stanchezza. W. Allen sembra ormai un autore che ha preso la via del tramonto.

Tuttavia, i film successivi trovano nuova linfa allontanandosi dalla consueta ambientazione a New York.

Con Match Point (2005), da molti considerato come uno fra i suoi capolavori (il film è senz’altro nella “top ten” - e forse anche nella “top five” della sua filmografia), si trasferisce a Londra e torna ad un’intensa e drammatica riflessione sul tema della colpa, riscuotendo consensi sia di pubblico sia di critico ed inaugurando il sodalizio con Scarlett Johansson, la quale reciterà anche in Scoop (2006), in cui un’aspirante giornalista indaga su un misterioso serial killer, e in Vicky Cristina Barcelona (2008), divertente triangolo dai risvolti inaspettati e che si svolge in Catalogna.

L’anno avanti aveva realizzato Sogni e delitti (2007), un altro noir londinese, in cui due fratelli (interpretati da Colin Farrell e Ewan McGregor) sono costretti a fare i conti con l’avidità che porta avanti le loro ambizioni.

Negli anni successivi dirige l’esilarante Basta che funzioni (2009) e Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni (2010), con i quali torna a New York, Midnight in Paris (2011), realizzato in Francia, e il modesto To Rome With Love (2012), girato a Roma.

In epoche più recenti, sia pur senza aver più il successo di pubblico dei suoi tempi d’oro, rimane a livelli abbastanza buoni realizzando film quali Blue Jasmine (2013), il delicato Magic in the Moonlight (2014), Irrational Man (2015), Café Society (2016), Wonder Wheel - La ruota delle meraviglie (2017) e Un giorno di pioggia a New York (2019).

Le riprese del suo ultimo film, Rifkin’s Festival, sono terminate nell’agosto 2019. Il primo trailer è stato diffuso nel settembre 2020. Il film è stato presentato al Festival Internazionale del Cinema di San Sebastian il 18 settembre 2020 ed è uscito nelle sale cinematografiche spagnole una settimana dopo. Sarebbe dovuto uscire anche nelle sale italiane all’inizio di novembre, ma la chiusura dei cinema a causa dell’emergenza sanitaria connessa al Covid-19 ha portato ad un rinvio a data da definirsi. Verosimilmente, Covid permettendo, uscirà nel gennaio o febbraio 2021.

 

Fra i film in cui ha lavorato come attore, oltre al già citato Il prestanome di Martin Ritt, ricordiamo King Lear (1987) di Jean-Luc Godard, Storie di amori e infedeltà (1991) di Paul Mazursky, con Bette Midler, il film tv I ragazzi irresistibili (1995) di Jon Erman, con Peter Falk (all’epoca dei suoi ultimi film in cui interpretava il Tenente Colombo), il documentario Wild Man Blues (1997) di Barbara Kopple, Gli imbroglioni (1998) di Stanley Tucci, il modesto e demenziale Ho solo fatto a pezzi mia moglie (2000) di Alfonso Arau, Una spia per caso (2000) di Douglas McGrath, Paris-Manhattan (2012) di Sophie Lelouch, Gigolo per caso (2013) di John Turturro.

Come doppiatore ha lavorato in Z la formica (1998) di Eric Darnell e Tim Johnson. Nel 2012 è stato protagonista del documentario Woody di Robert B. Weide. Quattro anni dopo ha scritto diretto ed interpretato i sei episodi della serie tv Crisi in sei scene (2016).  

Allen è anche autore letterario (fra i suoi libri ricordiamo Saperla lunga - 1971 -, Citarsi addosso - 1975 -, Effetti collaterali - 1981), clarinettista jazz ed ha lavorato anche per la televisione (Don’t Drink the Water - 1994 -, tratto da una sua commedia teatrale del ’69).

È considerato quasi all’unanimità (insieme al grande Robert Altman - 1925-2006) come il più “europeo” fra i registi americani, sia per il suo notissimo amore per il cinema del vecchio continente sia per il maggior consenso che i suoi film, nel corso degli anni/decenni, quasi sempre hanno riscosso fra il pubblico europeo.

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


 


 

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