Cari (piccoli e medi) editori, pubblicate di più!

Cari (piccoli e medi) editori, pubblicate di più!
  In attesa di scoprire i nuovi dati dell’Istat sull’editoria, (che come ogni anno vengono pubblicati in dicembre, a seguire Più Libri Più Liberi di Roma), in questi giorni ho avuto modo di fare una riflessione su nuove uscite e promozione sui media. Sono partita da un articolo scritto da Bruno Ventavoli su La Stampa (23 settembre 2018), intitolato: Cari Editori, stampate meno libri 

(http://www.lastampa.it/2018/09/23/cultura/cari-editori-stampate-meno-libri-SKJ9ixoKlD7bUXJPJzJRRK/pagina.html).

 

Sebbene le parole del responsabile di TuttoLibri siano da considerarsi una piccola provocazione al meccanismo ormai consolidato di aumentare le novità a scapito della tiratura – mettendo sul piatto la difficoltà degli addetti stampa e giornalisti di portare più titoli possibili di fronte al pubblico di lettori – alcuni editori si sono sentiti presi in causa, mentre altri hanno preso la palla al balzo per designare come corretto (e inevitabile) il proprio modello produttivo.

Prima di entrare nel merito della vicenda, snoccioliamo qualche dato ufficiale del 2017 (riferito ai numeri del 2016) in modo da capire la situazione (quasi) attuale del mercato editoriale italiano.

Facendo riferimento al comunicato stampa La produzione e la lettura di libri in Italia (articolo originale su: https://www.istat.it/it/archivio/213901), oltre l’86% dei 1500 editori attivi pubblica non più di 50 titoli all’anno. Circa il 55% – per lo più piccoli editori – ha una produzione inferiore ai 10 libri all’anno, il 31% dei medi editori pubblica da 11 a 50 opere, mentre – teniamoci forte – il 13,6% degli editori (cioè i grandi) produce circa l’86% delle copie che troviamo ogni anno in libreria.

A sentir parlare di questi numeri, il punto è abbastanza chiaro. Chi pubblica “troppo” sono effettivamente i grandi editori, perché subendo costantemente una riduzione delle tirature (nel 2017 il -7%), suppliscono aumentando ogni anno il numero dei titoli.

Rimangono quindi fuori da questo discorso i piccoli e medi editori che, a conti fatti, non possono permettersi di ridurre ancora la loro produzione annuale. A tal proposito, segnalo la replica di Las Vegas Edizioni, piccola realtà torinese, che proprio ieri nell’articolo Pubblicare meno libri sarebbe giusto ma… di Andrea Malabaila (http://www.lasvegasedizioni.com/2018/10/pubblicare-meno-libri/) spiega come sia difficile per un piccolissimo editore essere convincente con i distributori e con i media, pubblicando solo 4/5 libri all’anno.

A fronte infatti di un numero decrescente di lettori, come è possibile avallare il discorso di ridurre il numero di pubblicazioni? Come può un editore – piccolo o medio che sia – raccogliere i frutti del proprio lavoro pubblicando meno di dieci titoli all’anno, se mette in campo risorse capaci e prodotti di qualità che costano delle cifre ragguardevoli? 

A questa categoria mi sentirei di dire: Cari Editori, rischiate di più pubblicando più libri. Pubblicare meno di 10 volumi all’anno significa non essere costantemente in libreria, significa avere poche possibilità di crescita, significa avere meno prodotti da offrire anche al mercato estero (quasi +12% nel 2017).

Tornando ai grandi, che invece invadono ogni mese gli scaffali, il discorso legato all’articolo di La Stampa parte dal punto di vista dei coordinatori delle pagine culturali italiane. «L’incubo», almeno così viene descritto, è quello di ritrovarsi ogni giorno sommersi da nuove uscite che purtroppo non si ha il tempo né la possibilità di leggere. Come scegliere dunque il libro da recensire? Un vero dilemma per Ventavoli che afferma:

«Per il giornalista culturale il cruccio di scegliere è una fatica sisifesca (Chi butti giù dalla torre, la mamma, il babbo, il figlio, il cane della sorella? Alla fine, esasperato, li sbatti giù tutti). Ma il problema è generale. Intellettuale. Sociale. Industriale. Razionale. Perché in un Paese dove pochi leggono, ancor meno comprano, si stampa così tanto?»

Sebbene il dubbio sia legittimo e non esistano – ahinoi – ricette magiche per invertire la tendenza, trovo che la domanda («chi butti giù dalla torre…?») sia impropria. Non si tratta solo di buttare uno, due, dieci, cento, mille dalla torre, ma di scegliere; come in tutti gli aspetti della vita, subentra il dovere/diritto di preferire una cosa a un’altra e di farlo sapere al mondo.

Un giornalista culturale a mio avviso ha il dovere e il diritto di scegliere un libro su un milione, perché fa un servizio alla comunità. Non deve essere convinto da terzi né obbligato né «esasperato».

Per sciogliere questo nodo gordiano, propongo allora di giocare con le parole, rovesciando la conclusione di Ventavoli. Credo si possa partire da qui per rilanciare l’idea di promozione del libro, con la speranza che un’operazione così anacronistica – laddove invece gli spazi culturali su giornali e riviste si riducono sempre di più – possa dare nuova linfa al mercato del libro, ai grandi come ai piccoli editori.

Quindi, cari direttori, perché sfornate così poche recensioni? […] Stampate più pagine. Moltiplicate la produzione. Abbiate il coraggio di scegliere, e non pubblicare centellinando, dando spazio solo al bestseller, come un cecchino che sa di dover centrare un unico bersaglio. Avrete la gratitudine degli editori e dei lettori. (Forse) dei nostri addetti stampa, magnifici e stremati. Ma soprattutto ridarete visibilità a un oggetto fragile quanto magnifico. In economia, nella vita, nell’amore, succede così: più una cosa è necessaria, più è desiderata. 

Non vi pare funzioni bene anche così?

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Pubblicato in Coffee time
Lidia Sirianni

Agente letterario per la Bennici & Sirianni. L'agenzia nasce a Roma con lo scopo di far emergere opere letterarie di qualità, offrire consulenze specializzate per autori già affermati, scoprire nuovi talenti. Rappresenta anche cataloghi di case editrici italiane all'estero e di case editrici straniere in Italia.

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