Ritratti di agenti letterari: #1 Carmen Balcells, “la superagente con licenza di uccidere”

Gabriel García Márquez, Jorge Edwards, Mario Vargas Llosa, José Donoso e Ricardo Muñoz Suay con Carmen Balcells a casa della "superagente", 1974 Gabriel García Márquez, Jorge Edwards, Mario Vargas Llosa, José Donoso e Ricardo Muñoz Suay con Carmen Balcells a casa della "superagente", 1974 Archivio Carmen Balcells
In questi giorni sul mio comodino c’è "Raccattacadaveri" di Juan Carlos Onetti, un romanzo dalla prosa avvolgente, considerato uno dei capolavori della letteratura sudamericana. La versione italiana in mio possesso è uscita nella traduzione di Enrico Cicogna nel 2014 e la casa editrice Sur ha pensato bene di arricchirla con due interviste all’autore di María Esther Gilio. 

Lì, tra gli aneddoti riportati da Onetti, spunta il nome della sua agente letteraria: «L’unica che esiste è Carmen Balcells. La mia adorata Carmen Balcells. È stata lei a costruire e a estendere la mia fama», asserisce lo scrittore uruguayano con una certa dose di sicurezza e nostalgia.
Avevo già orecchiato qualcosa su di lei, ma non avevo mai approfondito a dovere la sua storia.
“Se una personalità così complessa come Onetti arriva ad esprimere un giudizio così netto, la Balcells deve essere stata una donna straordinaria”, penso io, così inizio a leggere interviste, ascoltare testimonianze, guardare documentari in lingua originale (non ce ne sono in italiano) su di lei. E ne rimango subito affascinata. 

Figura leggendaria dell’editoria, la Balcells apre la sua agenzia a Barcellona nel 1960. Nasce trent’anni prima in un piccolo paese della Catalogna, Santa Fé de Segarra, da una famiglia di origini rurali. Siamo negli anni della dittatura Franchista, contesto politico non propriamente ideale per l’espressione culturale. Ma Carmen agli esordi ha dalla sua parte un fiuto straordinario per la buona letteratura e un temperamento deciso, ambizioso, a tratti irriverente. 

Basta dare una rapida occhiata all’elenco dei suoi autori – oltre 300, tra cui 6 premi Nobel – per capirne il ruolo centrale nella cultura contemporanea: Gabriel García Márquez, Max Aub, Mario Vargas Llosa, Julio Cortázar, Carlos Fuentes, Pablo Neruda, Isabel Allende, Luis Borges, Roberto Bolaño, Juan Carlos Onetti e tanti altri.         

Lavoratrice instancabile e brillante, intrattabile quando si trattava di negoziare, con una particolare fascinazione per il denaro, ha rivoluzionato il rapporto tra editori e scrittori. A lei si devono molte delle conquiste sul diritto di autore, dall’introduzione nei contratti editoriali di limiti temporali e geografici al pagamento delle royalty nelle traduzioni. «Finché non è arrivata lei», sintetizzò una volta Manuel Vázquez Montalbán, «gli scrittori firmavano contratti a vita con gli editori, percepivano compensi miserevoli e a volte, come premio, ricevevano un maglione o un formaggio Stilton».

La “superagente letteraria con licenza di uccidere”, l’aveva definita una volta l’editore catalano Carlos Barral. Gabriel García Márquez amava invece chiamarla “la Mamá grande”, facendo intuire il volto più materno di una donna indipendente e forte, che si lasciava poco andare a manifestazioni d’affetto nella vita professionale. Così, per tener fede al personaggio, quando un giorno lui la chiamò al telefono, alla domanda: «Mi vuoi bene, Carmen?», si sentì dire: «A questo non posso rispondere, perché rappresenti il 36,2% del nostro fatturato». 

Nel 2000 la Balcells decise di ritirarsi dall’agenzia, ma fu costretta a rientrare nel 2008 dopo aver perso alcuni clienti importanti, tra cui Roberto Bolaño, sedotto dall’agente USA Andrew Wylie. Proprio con Wylie cercò un accordo nel 2014 per creare una fusione, la Balcells-Wylie. Le negoziazioni non si conclusero mai: Wylie pensava che Balcells vivesse ancora troppo sugli allori di glorie passate, mentre Carmen si dice fosse riluttante a cedere il controllo. 

Carmen Balcells muore il 21 settembre 2015 nella sua bella casa a Barcellona. A lei oggi dobbiamo ancora molto. È stata colei che ha inventato il cosiddetto “Boom latinoamericano” (anche se questa definizione, lo ripeteva spesso, non le piaceva), ovvero la scoperta di una generazione di talenti letterari del Sudamerica. Ha messo per la prima volta l’autore al centro del processo editoriale, liberandolo da anni di schiavitù patriarcale. Ha contribuito alla pubblicazione e al successo di capolavori indiscussi – basti citare Cent’anni di solitudine– che forse non avremmo mai avuto la possibilità di leggere. 

Il libro che invece non diede mai alle stampe fu quello delle sue memorie. Si rifiutò sempre di scriverlo, per tre motivi: «Perché non ho memoria, non so scrivere e perché tutte le cose interessanti che ho fatto nella mia vita non le racconterò a nessuno». 

 

Dall’intervista di María Esther Gilio a Juan Carlos Onetti, trad. di Violetta Colonnelli, pubblicata in appendice a Raccattacadaveri di Juan Carlos Onetti, Sur, 2014, trad. di Enrico Cicogna. 

«L’unica che esiste è Carmen Barcells. La mia adorata Carmen Barcells. È stata lei a costruire e a estendere la mia fama». 
La nube era passata.
Dolly scoppiò in una risata, Beatrice abbaiò e Onetti bevve un lungo sorso. «Alla catalana!», disse.
«Mi ricordo quando venne a Montevideo a conoscere Juan», disse Dolly. «Era giugno o luglio e lei arrivò a casa senza preavviso. Io e Juan avevamo entrambi l’influenza. Tutte e due a letto e la casa, lì su calle Gonzalo Ramírez, sottosopra». 
«L’ascensore rotto, il vento gelato del mare che si intrufolava dalle finestre. E nemmeno una sedia libera dove la povera Carmen, arrivata dall’altra parte dell’oceano, si potesse sedere». 
«Sì, è vero, dovemmo sgombrare una sedia per farla sedere. Mi ricordo che io, per farmi passare l’influenza, bevevo crema di whisky». 
Dolly si servì altro tè e disse: «“Carmen entrò e non so cosa successe, ma so che era arrabbiata. Diceva “Amici come prima, amici come prima”».
«Diceva così perché io, tra gli altri casini, avevo venduto le mie opere complete a Aguilar per mille dollari. Si metteva le mani nei capelli. Non ci poteva credere. È vero che diceva “amici come prima”. In quel periodo facevo di tutto», disse Onetti e chiese a Dolly di accendere la televisione perché non voleva perdersi il telegiornale.  

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Ultima modifica il Mercoledì, 01/08/2018

Pubblicato in Coffee time

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