72 piastrelle, 54 passi di Marco Fleming: una storia vera

72 piastrelle, 54 passi di Marco Fleming: una storia vera
«Portavo avanti la mia attività motoria, avanti e indietro per il corridoio, 72 piastrelle, 54 passi, tra una ragazza che grattava l’intonaco dai muri per mangiarselo, l’altro che doveva rinunciare al progetto di prendere a pugni una vecchia perché tenuto fermo dagli infermieri, e l’anziano che usciva dal bagno con braghe e mutande abbassate per accomodarsi così com’era in sala da pranzo a guardare la televisione. Per dirne tre. Io camminavo, 54 passi all’andata, 54 al ritorno, un occhio fisso all’orologio a parete quando andavo verso la porta d’uscita ben serrata, in attesa dell’ora della sigaretta, e l’altro che ogni tanto, furtivo, cacciava uno sguardo nella stanza 5, quella bella col pavimento verde chiaro».

72 piastrelle, 54 passi (Rupe Mutevole Edizioni, 2019), è un viaggio nell'animo umano.

Marco Fleming, autore e protagonista del libro, descrive gli anni più bui legati alla sua malattia, la sindrome bipolare e senza filtri e con un linguaggio sincero, amaro, pungente e ironico, consente all'estraneo lettore di non sentirsi tale offrendogli, al contrario, la possibilità di avvicinarsi con cautela, fino ad immergersi completamente nella storia. E a comprenderla.

La prefazione di R.P. fa parte del racconto. Lo annuncia, lo spiega con profonda delicatezza. Poi c'è Marco che segna, su un calendario ben scandito, gli avvenimenti che hanno segnato la sua esistenza e quella dei suoi cari: la mamma, il figlio e il gatto.

In 120 pagine sono racchiusi dolore ed euforia, paura e coraggio. Ci sono silenzi e scambi. Desiderio di morire e bisogno di esistere. C'è la vita che scorre in un turbinio di emozioni, tra ricoveri ospedalieri e viaggi per l'Italia alla spasmodica ricerca di un equilibrio chiamato “ossessione” che porterà il protagonista alle soglie del baratro per poi di nuovo sollevarlo ad una velocità stratosferica, in una danza tormentosa che si concluderà con l'estremo bisogno di raccontare, forse ancora di raccontarsi. 

In un viaggio senza tempo che è la malattia, riuscire a identificarla rappresenta una svolta importante. Cosa ti ha spinto a trasferire in un libro la tua “avventura”?

La voglia di raccontarmi nacque pochissimi giorni dopo la mia ultima dimissione, quando mi ritrovai a chiedermi: «E ora, che ne faccio di questa esperienza?». Avevo due alternative: insabbiare tutto per non incorrere nel giudizio di amici e parenti (non tutti al corrente dei miei ricoveri in psichiatria) oppure mettermi in piazza. Scelsi la seconda strada, decisi di raccontarmi con la dovuta leggerezza. Avevo la presunzione di far vedere che “si può fare”.

Parte integrante della storia è quella che definisci la tua “ossessione”. Riesci a spiegare lucidamente quanto fosse difficile liberarsi di essa. Altrettanto bene descrivi quanto, ad un certo punto, sia stato fondamentale farlo. Cosa è cambiato quando ti sei ritrovato “libero”?

Durante quella ossessione, quella dipendenza, avevo smesso di “funzionare”. Mi facevo guidare completamente da lei. Non avevo opinioni che non fossero le sue, non ascoltavo musica che non fosse la sua preferita, non avevo conoscenze che non mi fossero imposte da lei. Credo funzioni in modo simile con qualunque tipo di dipendenza e credo che il dolore lancinante quando di prova a “smettere” sia altrettanto analogo. Dicono che quando si smette di fumare si riacquista la capacità di sentire odori e sapori. Nel mio caso è successo qualcosa di simile. Ho visto di nuovo, o forse per la prima volta, il mondo a colori. La sensazione fu quella di riprendere contatto coi miei sensi.

Molti personaggi caratterizzano il tuo racconto. Ma tre hanno appaiono “vitali”: la mamma, un figlio e il gatto. Quanto sono importanti i legami affettivi?

Non ho scelto io di avere mamma, mio figlio Daniel e il gatto accanto a me nei momenti peggiori della mia malattia e delle mie psicosi. La mia ossessione mi aveva consigliato di allontanarmi da loro poiché sosteneva che mi facevano male. Anche il gatto. E io le credevo, le credevo ciecamente senza un minimo di spirito critico. Hanno scelto loro di stare, hanno scelto loro di farsi trattare male da me. Sono le persone che hanno capito fin da subito che ero malato, prima ancora che lo capissi io. Sono rimasti, a loro rischio e pericolo: il senso di impotenza che assale chi sta a fianco di un “malato di mente” può essere devastante e ogni ma o tesa può dare la possibilità al malato di tirar giù, piuttosto che farsi tirar su. I legami affettivi sono sì importanti ma altrettanto delicati, in quel genere di situazioni. 

 Sul tuo profilo Facebook pubblichi, con grande ironia, immagini, pensieri, stati d'animo. Condividere esperienze è, secondo te, un atto necessario?

Sta tutto alla sensibilità delle persone. Io ne ho fatta una missione, per dare un senso a tutto quel periodo doloroso che ho passato. Col tempo ho imparato che, quando non si hanno titoli, bisogna limitarsi a raccontarsi senza la presunzione di dare indicazioni pseudo-terapeutiche. Nemmeno consigli, niente. Siamo tutti differenti e la ricetta che ha funzionato con me, non è detto che sia efficace per altri. Per questo motivo ho scelto di far vedere che “si può fare” ma non posso dare consigli su “come fare”. D'altra parte, per farcela occorre lavorare su stessi, non esistono formule magiche adatte a tutti.

Anche alla luce di questo successo editoriale, quali sono i tuoi progetti futuri?

Questo mio libro è nato come sfogo, scritto velocemente sul telefono, in quattro giorni, senza soste, durante un'importante fase euforica. Non credo ci sarà più nulla di simile e, tutto sommato, me lo auguro poiché uscire da quella fase fu particolarmente faticoso, la “discesa” fu devastante. Ci sono stati lettori che mi hanno riferito che certi argomenti potrebbero essere ampliati. Mi sono riletto con attenzione e ho notato che ho scritto poco della comunità dove ho vissuto per nove mesi. Ho pensato quindi di scrivere della vita in quell'ambiente. Ho un gran problema con la continuità (problema che rientra nella mia disabilità) e i primi tentativi di mettere in piedi un racconto sono falliti. Poi, ho deciso di fare una raccolta di racconti, non necessariamente l'uno legato all'altro così da aggirare questo mio problema. Filo conduttore, appunto, sarà la vita in comunità e, naturalmente, di nuovo saranno storie vere.

 

Ci sono racconti che hanno la capacità di lasciare un segno profondo, che spiano l’essenza di un dolore, ne disegnano le forme e ne riconoscono la voce. Ci sono racconti che non vogliono dare una morale. Ci sono racconti necessari, in cui ogni paesaggio scrutato e descritto è espressione della condizione umana, che scava, cerca, cade, si rialza. Ma che non perde mai.

 

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