“Dirigere la macchina da presa” di Gil Bettman

"Dirigere la macchina da presa" di Gil Bettman "Dirigere la macchina da presa" di Gil Bettman
In libreria “Dirigere la macchina da presa. Come girare dialoghi e azione per dare energia al film e creare empatia” (Dino Audino editore) di Gil Bettman.

Il noto regista Robert Zemeckis (All’inseguimento della pietra verde - 1984 -, Ritorno al futuro - 1985 -, Chi ha incastrato Roger Rabbit - 1988 -, Ritorno al futuro - Parte II - 1988 -, Ritorno al futuro - Parte III - 1990 -, Forrest Gump - 1994 -, Le verità nascoste - 2000 -, Cast Away - 2000 -, Polar Express - 2004 -, La leggenda di Beowulf - 2007 -, A Christmas Carol - 2009 -, Flight - 2012 -, The Walk - 2015 -, Allied - Un’ombra nascosta - 2016),  a proposito di Gil Bettman, con il quale ha collaborato, afferma:

«La narrazione visiva dinamica è diventata un “must” nel cinema degli ultimi trent’anni. È il pubblico cresciuto nel mondo digitalizzato a esigerlo e i progressi tecnologici alimentano questa esigenza.
 Il nuovo libro scritto da Gil Bettman dà ai registi i principali insegnamenti di cui hanno bisogno per fare quei film che l’industria cinematografica di oggi e il suo pubblico vuole vedere. Illustra gli elementi essenziali del mestiere che fanno parte della regia delle scene d’azione di suspense e delle sequenze dialogate dinamizzate dalla cinepresa mobile. Ci sono altri libri in giro che trattano la narrazione visiva analizzando inquadratura per inquadratura, utilizzando un approccio generico. Ma il libro di Gil va oltre le riprese fino ad arrivare ai principi alla base dell’elaborazione visiva che creano quelle riprese. Quando conobbi Gil, dirigeva videoclip musicali e serie tv d’azione come Supercar. Da lì andò avanti facendo alcuni b-movie o poco più, pieni di scene spettacolari. Lo sostenni in quel punto della carriera perché riconobbi in lui un narratore visivo di talento. Quel talento gli ha dato delle intuizioni uniche che espone in questo libro con forza e chiarezza. Sono sicuro che le lezioni contenute in questo testo siano le sole che un aspirante regista debba imparare per girare un film di successo, perché anche io, in qualsiasi pagina apra, leggo una descrizione di come utilizzo la cinepresa per narrare una storia».

«Il libro di Bettman è un manuale di straordinaria utilità per capire come si deve muovere la macchina nel cinema contemporaneo, un libro che si arricchisce di esemplificazioni di rara chiarezza sul cinema che ci è temporalmente più vicino.[...] Nello sviluppare il suo tema, Bettman alterna la praticità del suo lavoro di produttore e regista tra cinema e televisione [...] alla vocazione didattica che è invece parte della sua vita accademica [...]. Man mano che si legge il libro ci si rende così conto che esso assolve perfettamente due funzioni di notevole rilevanza [...]. A chi legge Bettman per imparare a manovrare la camera, il libro spiega il senso profondo di quell’azione: prima di tutto, evidentemente, il senso narrativo, cui il movimento è bene che si tenga stretto per non cadere nel rischio dell’autoreferenzialità [...]. In secondo luogo però si riesce a cogliere anche il senso teorico di quell’azione. A chi invece legge questo libro da posizioni più storico-teoriche che applicative [...] capita di ricordare che l’analisi del film non può prescindere da una conoscenza profonda delle ragioni del suo farsi e del suo “formarsi” e che è sempre bene conoscere nei minimi particolari le premesse tecniche di ciò che vediamo. [...] Dirigere la macchina da presa può dunque costituire una occasione per ribadire l’importanza di una consonanza tra pratica e teoria – soprattutto nel nostro tempo, in cui il miglioramento tecnologico ha reso più vicine le pratiche di ripresa e montaggio – e soprattutto per interfacciarsi serenamente con quella che Bettman chiama “la tigre da 100 milioni di dollari”, e cioè il cinema “grande”, quello che ogni giovane che mette mano a una videocamera sogna prima o poi di vedere da vicino [...]». (Michele Guerra)

In Dirigere la macchina da presa Gil Bettman illustra come, per imparare a manovrare la camera, bisogna capire il senso profondo di quell’azione, che consiste innanzitutto nel senso narrativo, da cui il movimento è fondamentale che non si allontani per non cadere nel rischio dell’autoreferenzialità.

Bisogna tener presente il fatto che oggi, più di ieri, il pubblico, dalla visione, si aspetta emozioni forti. In tal senso la formazione di coloro i quali/le quali operano nel cinema non può prescindere da una conoscenza profonda - fin nei minimi dettagli - delle premesse tecniche di ciò che vediamo. Pertanto, Dirigere la macchina da presa può rappresentare un’occasione per riaffermare l’importanza di una sintonia fra pratica e teoria - soprattutto nella nostra epoca, in cui il miglioramento tecnologico ha reso più vicine le pratiche di ripresa e montaggio - e soprattutto per interfacciarsi serenamente con quella che Bettman chiama «la tigre da cento milioni di dollari», ovvero il cinema cosiddetto “grande”, «quello che ogni giovane che mette mano a una videocamera sogna prima o poi di vedere da vicino, il cinema “adrenalinico”».

Si sa che, fra le scuole di pensiero che considerano il cinema una forma d’arte, ne esiste una che guarda all’elaborazione visiva spettacolare come ad un qualcosa di negativo. Fare film utilizzando uno stile visivo finalizzato alla spettacolarizzazione sarebbe il primo passo verso la mediocrità. In realtà, non bisognerebbe mai dimenticare che molti film risultano pessimi a causa della sceneggiatura e pertanto la causa non è certo da ricercare nello stile visivo spettacolare.

Gil Bettman afferma invece che un regista imparare a pensare come un operatore, in modo tale da  conferire ai suoi film un aspetto fortemente “adrenalinico" (e, in ogni caso, comunicare col proprio pubblico utilizzando un linguaggio cinematografico contemporaneo.

I registi, se vogliono che i loro film vengano considerati dei successi artistici a tutti gli effetti, devono esser in grado di aprire nuove strade nell’ambito visivo, così come in altre branche.

Gli esempi non mancano: da Lars von Trier a Fernando Meirelles a Wong Kar-Wai così come Darren Aronofsky, Kathryn Bigelow, Alfonso Cuarón, Alejandro Gonzalez Iñárritu, Jean-Pierre Jeunet, Gaspar Noé, Christopher Nolan e Steven Soderbergh hanno girato - anche per via dell’esiguo budget che avevano disposizione per i loro film - utilizzando la macchina da presa in modo creativo e innovativo, riuscendo a realizzare scene cariche di una nuova forza e di un nuovo linguaggio, e in grado di conquistare il pubblico.

Gil Bettman è un regista statunitense e docente di Cinema presso la Chapman University di Los Angeles. Ha studiato Scrittura Creativa con Robert Lowell a Harvard e nel 1970 ha vinto il premio Harvard per l’eccellenza letteraria. Ha diretto film tra i quali Crystal HeartMai troppo giovane per morire e Night Vision e numerosi episodi delle serie televisive SupercarProfessione pericolo e Truck Driver.

Dirigere la macchina da presa. Come girare dialoghi e azione per “dare energia” al film e creare empatia, pubblicato da Dino Audino editore (Roma) nella collana “Manuali di Script”, prefazione di Michele Guerra, è disponibile in libreria e online da novembre 2017.

Classe 1986, storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie.

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