“Epopea americana”, l’amara tetralogia di Joyce Carol Oates

"Il giardino delle delizie", primo capitolo di "Epopea americana" di Joyce Carol Oates "Il giardino delle delizie", primo capitolo di "Epopea americana" di Joyce Carol Oates
 “Il giardino delle delizie”, “I ricchi”, “loro”, “Il paese delle meraviglie”. È uscita per il Saggiatore l’Epopea americana di Joyce Carol Oates.

 «Il giardino delle delizie è l’opera di un maestro con una straordinaria capacità di restituire una visione panoramica dell’America»

 («National Review»)

Campi di segale sotto il sole abbacinante dell’Arkansas. Le mani strappano i frutti dalla terra, la terra prude e si mangia le mani medesime. I braccianti arrancano nel meriggio insieme ai cavalli e il sogno americano è un abbaglio nell’afa, una zacchera di fango sulla schiena, un canto di nostalgia e di speranza spezzato dalle spighe del grano. Clara è la figlia di due contadini e trascorre la primissima giovinezza a correre fra gli odori ed erbosi delle piantagioni, ed a rubacchiare oggetti insignificanti nei negozi per noia e per divertimento. Vagheggia un futuro di riscatto, di ricchezza e di amori idilliaci. Fantastica di evadere dalla promiscua violenza del suo mondo provinciale gettandosi con abbandono in ogni avventura: prima con Lowry, un fascinoso e ribelle apolide che la “strappa” alla famiglia e poi la abbandona subito dopo averla messa incinta; poi con Revere, facoltoso uomo sposato che lei seduce in cambio di una promessa di stabilità economica; infine con suo figlio Swan (ennesima speranza di riscatto, l’estrema illusione di un’impossibile riscossa), destinato tuttavia a diventare un uomo violento ed autodistruttivo ed a far naufragare drammaticamente anche gli ultimi sogni della madre.

Primo capitolo della tetralogia (seguono I ricchi, loro e Il paese delle meraviglie) Epopea americana di Joyce Carol Oates, Il giardino delle delizie (traduzione di Francesca Crescentini) racconta l’America proletaria degli anni Cinquanta e Sessanta, l’America “white trash” avida di scalate sociali e rivincite, gonfia dei pugni incassati nelle bettole e dalla vita. Un’America manescamente sordida, fumeggiante e sognatrice. Attraverso gli occhi di una ragazza fragile e bellissima, straziata dai demoni sociali ereditati (e che, nella sua tormentata grazia, ricorda da vicino Pamela di Samuel Richardson), Joyce Carol Oates tesse una storia di abusi e di violenze, un inarrivabile ritratto di quell’impietosa fiumana americana che travolge e affonda i suoi figli, attirandoli ai margini dell’esistenza senza possibilità di ritorno, nel miraggio di un paradiso terrestre, un “giardino delle delizie” che alla fine non si rivela che una terra desolata.

 

«I ricchi è satira, confessione, sogno, racconto gotico. Un romanzo profetico, singolare come il grido notturno di una animale ferito»

(«The Washington Post»)

Una Cadillac gialla si accosta al marciapiede di Labyrinth Drive. Siamo in una mattina di gennaio. Neve sulla strada e sull’erba, l’aria è flagrante e crepita come una lastra di ghiaccio sotto la pressione di un tacco a spillo. Dall’auto scende una donna: ha una sciarpa di visone intorno al collo e occhiali da sole che scintillano nella luce invernale; il suo incarnato è quello di una bambola di porcellana: pallido, puro, perfetto. Si chiama Natashya Romanov Everett, per tutti “Tashya”, “Nada” per suo figlio Richard. Il povero Richard, grasso, ombroso e schivo, non si sente una persona, bensì uno fra i comprimari nei romanzi scritti dalla madre; quei romanzi che hanno fatto diventare lei enormemente popolare e ricca, e reso lui sempre più schivo ed ombroso. Qualcosa di oscuro si agita dietro gli abbaini della villa di Labyrinth Drive, e nessuno steccato bianco, nessun filo di perle, nessun cocktail parti è in grado di nasconderlo: è il cuore nero e pulsante dell’America più irreprensibilmente “wasp”, l’America democratica e progressista, l’America di John Fitzgerald Kennedy e di Jimmy Carter, l’America delle magnifiche sorti progressive, l’America che, dietro alle sue medaglie ed al suo valore, nasconde un volto sinistro. L’America che l’autrice conosce in modo così intimo, l’America già raccontata in Una famiglia americana (il Saggiatore, Milano 2014) e che viene qui deformata in una grottesca ed inquietante maschera carnascialesca.

Ne I ricchi (traduzione di Grazia Bosetti, Valeria Gorla, Camilla Pieretti e Sara Reggiani), secondo volume (dopo Il giardino delle delizie e prima di loro e Il paese delle meraviglie) dell’Epopea americana, Joyce Carol Oates si allontana dai toni drammatici de Il giardino delle delizie per mettere in scena una commedia nera degna di Vladimir Nabokov e Edward Albee. Una pantomima in cui il riso non viene mai annullato dall’amarezza del pianto, una corrosiva satira che, di fronte agli occhi del lettore, dissolve impietosa i colori pastello del cosiddetto “sogno americano”.

 

«Leggere Joyce Carol Oates è come attraversare un campo minato di emozioni»

(«The Washington Post»)

 «Un risultato superbo»

 («The New York Times»)

Un colpo di pistola nel cuore della notte, e Bernie Malin è un uomo morto. Loretta, la giovane amante che era con lui, fugge via portando in grembo Jules, il figlio “illegittimo” di quel tragico rapporto. Siamo al tramonto degli anni Trenta in un’America patriarcale e cruenta. Le prostitute passeggiano di fronte ai collegi cattolici, l’aria “profuma” di polvere da sparo e di temporali, i ragazzi crescono nell’ossessione del potere, delle automobili costose, dei soldi facili. Lo spettro della Seconda guerra mondiale si avvicina a grandi passi minacciando il sogno americano e, quando gli uomini vengono chiamati a combattere, madri e figli, per riuscire a sopravvivere, si trovano costrette/costretti a lottare da sole/soli con ogni mezzo possibile. Loretta - la quale, nel matrimonio con un vecchio poliziotto, ha trovato l’illusione di una protezione -, Jules e la seconda figlia Maureen cominciano così a trasferirsi di città in città alla ricerca di una nuova vita, finendo in giri di malaffare e criminalità, torbidi incontri, stupri, in una Detroit offuscata da edifici grigi e refoli sulfurei. Loretta affronterà il dolore della vedovanza e di un altro matrimonio fallimentare; Jules troverà nella delinquenza e nella politica la strada per riscattarsi da una condizione di “inferiorità”; Maureen verrà coinvolta in un giro di prostituzione e, una volta scoperta, verrà ridotta in fin di vita dalla violenza dell’ennesimo marito della madre.

In loro (traduzione di Bruno Oddera), terzo capitolo (dopo Il giardino delle delizie e I ricchi, e prima de Il paese delle meraviglie) dell’Epopea americana, Joyce Carol Oates riscrive il racconto epico dell’America spregiudicata e selvaggia dalla Grande depressione fino alla tragica sommossa di Detroit del 1967. Le storie di Loretta, Maureen e Jules - in un certo qual modo, una sorta di “fratello spirituale” del Julien Sorel de Il rosso e il nero di Stendhal - sono intrise di satira e miraggi apocalittici, viaggi di fortuna e corse in ospedale, abissali incubi e sogni microscopici in cui il destino sembra aver scelto la sua “vittima sacrificale”, ovvero loro.

 

«Joyce Carol Oates unisce piccoli dettagli a grandi idee, ma il lettore non lo nota nemmeno. È troppo impegnato a voltare voracemente le pagine»

(«The New York Times»)

Il piccolo Jesse apre la porta di casa. Alle sue spalle, il padre apre il bagagliaio dell’auto da cui sono appena scesi: forse dentro c’è un regalo, forse un albero di Natale. Apre la porta e viene investito da un inconfondibile odore dolciastro. Schizzi rossi a terra. Suo fratello Bobby con la testa girata su un lato, gli occhi aperti ma spenti. Poi alza lo sguardo e li vede tutti: sua sorella Jean, riversa accanto ad una lampada rotta; Shirley, con le braccia strette al ventre; la madre in poltrona, con la testa rovesciata all’indietro e la gola tagliata. Sangue dappertutto, a terra, sotto le suole delle scarpe, sulle pareti. E il rumore della porta che si apre di nuovo, i passi del padre, il clic del fucile, e Jesse che comincia a correre attraverso il sangue e poi fuori, nel buio della notte, inseguito dagli spari. Salvatosi “sul filo del rasoio” dal massacro che ha visto la sua famiglia sterminata, Jesse Vogel è un neurochirurgo di fama, uno scienziato dall’intelligenza acuta e dalla curiosità morbosamente deforme, attirata da tutto ciò che è inquietante e mostruoso. Come la comune hippie in cui fugge sua figlia Michelle, attratta in quell’inferno di droga e deliri da Noel, carismatico e vampiresco guru della cultura, una sorta di “fratello spirituale” degli infervorati predicatori televisivi già apparsi in loro. Jesse, moderno “cavaliere” in sfavillante armatura, farà di tutto per riprendersi Michelle, ma ad attendere la giovane in pericolo non ci sarà consolazione e la sua salvezza assomiglierà ad una sorta di dannazione.

Ne Il paese delle meraviglie (traduzione di Alessandro D’Onofrio, Giulia Poerio e Alessandro Vezzoli) quarto ed ultimo volume dell’Epopea americana, Joyce Carol Oates vira verso la tradizione del romanzo gotico per raccontare la definitiva, drammatica trasformazione del sogno americano in incubo: le ataviche responsabilità familiari che avvelenano gli interni di Nathaniel Hawthorne diventano qui le responsabilità di un’intera nazione che ha inesorabilmente smarrito ogni innocenza, ogni grazia originaria. L’edenico “giardino delle delizie” è ormai sfiorito, sostituito da un soffocante “Paese delle meraviglie” che si aggroviglia in modo tale che nessuna Alice riuscirà ad evadere. Un “paradiso perduto”. L’America dei nostri giorni.

Joyce Carol Oates (Lockport - Stato di New York -, 1938) è una scrittrice americana. Per il Saggiatore sono usciti Ragazze cattive (2004), Per cosa ho vissuto (2007), La ballata di John Ready Heart (2010), Acqua nera (2012), il già citato Una famiglia americana (2014), Zombie (2015), Jack deve morire (2016).

I quattro volumi di Epopea americana, pubblicati da il Saggiatore (Milano) nella collana “La Cultura”, sono disponibili in libreria e online a partire da maggio 2017.  

Pubblicato in Editoria

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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