La malattia che cura il teatro a cura di Andrea Porcheddu e Cecilia Carponi

La malattia che cura il teatro a cura di Andrea Porcheddu e Cecilia Carponi
In libreria da luglio 2020 il libro a cura di Andrea Porcheddu e Cecilia Carponi “La malattia che cura il teatro” (Dino Audino Editore)

C’è un’attività teatrale che si definisce teatro sociale, oppure teatro sociale d’arte o in altri modi, che ha visto in questi anni una vera esplosione e moltiplicazione. Pratiche teatrali e attività laboratoriali che si sono diffuse in tutta Italia e che producono una innumerevole attività culturali con cifre quantitative impressionanti. Tutte queste iniziative vedono il teatro come un atto politico vero e proprio, un luogo per l’impegno che cerca e trova un dialogo stretto con la parte più sofferente ed emarginata della nostra società.

È una storia che viene da lontano (dalle esperienze del Marchese De Sade che, rinchiuso nel manicomio di Charenton, allestiva lavori teatrali in cui recitavano i pazienti, passando per jerzy Grotowski e Peter Brook) quella che riguarda il rapporto fra teatro e marginalità in senso lato, e che è sfociata nell’uso terapeutico del teatro (attualizzando la lezione aristotelica della "catarsi"). Il teatro come strumento di "cura".

Il libro nasce da un seminario svoltosi a Bolzano nel 2019, in occasione della Giornata Mondiale della salute mentale, che aveva come tema lo stato della ricerca teatrale che dialoga con il disagio. Indagine finalizzata a verificare una sorta di ribaltamento della prospettiva, per l’appunto se è plausibile sostenere il fatto che è la malattia a curare il teatro, e non viceversa. Un teatro che si immerge senza paura nelle più lontane e, se si vuole, più bisognose alterità: le fa diventare parlanti e visibili, aiuta la loro presa di coscienza e di contatto, ma appunto perché non mischia la sua diversità con le diversità che coinvolge e converte. Una ricerca che esalta la progressiva conquista da parte dell’arte teatrale della diversità sociale e culturale verso cui produce tutta una serie ininterrotta di interventi, iniziative, denunce. Ribaltare significa fondare l'atto creativo rivolto al cambiamento, dove al centro troviamo la performance intesa come "agire, essere in atto" e come luogo in cui ricostruire e rimodellare la propria esperienza.

Nelle esperienze teatrali condotte in questo ambito vengono poste al centro della propria sperimentazione e ricerca il corpo dell’attore nelle sue molteplici declinazioni espressive, fonte e laboratorio di linguaggi da esplorare nelle loro infinite differenze. Ci sono compagnie formate da attrici e attori professionisti con disagio psichico, che il regista dirige non con obiettivi terapeutici, bensì  «per cogliere il mistero che appartiene all’inesplicabilità dell’arte, mentre la terapia è costretta a fermarsi su questa soglia». Teatro come necessità e poesia, ma anche come atto politico, in quanto riscatto sociale ed emancipazione personale.

«Senza il dolore della ferita, della mancanza, esiste solo l’uguale, il consueto, quello che conosciamo già. È attraverso la ferita che andiamo oltre, che riusciamo a immaginarci in altro modo, è la ferita che muove i nostri desideri e le nostre volontà, la nostra voglia di andare in un altrove», afferma Viganò nell’intervista che apre il volume. «Alcuni corpi rappresentano altre narrazioni, altre forme, altri modi, mostrano gesti che non conosciamo perché non sono i nostri, ma che vale la pena saper leggere. Ecco quindi che la diversità che si esprime su un palco, quando non è né esibita né celebrata, può far nascere nello spettatore il desiderio di astrarsi da se stesso e dal conosciuto. È attraverso la malattia che il teatro diventa sano, vivo, necessario».

I contributi dei numerosi autori - Piergiorgio Giacchè, Guido Di Palma, Fabrizio Fiaschini, Stefano Masotti, Oliviero Ponte di Pino, Susanne Hartwig, Andrea Porcheddu, Alessandro Garzella, Alessandro Argnani, Rosita Volani, Thomas Emmenegger, Michela Lucenti, Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari, Gianluigi Gherzi, Ugo Morelli - offrono uno sguardo nuovo sulle esperienze che comunemente confluiscono nel cosiddetto “teatro sociale”, nel tentativo di trasformarle in patrimonio del teatro-tutto, di restituire la loro portata culturale. Scorrendo le pagine del libro affiorano possibili indicazioni, suggerimenti, ipotesi, testimonianze di percorsi emblematici. Un luogo di riflessione su quel che si fa e quel che si potrebbe (ancora) fare.

La malattia che cura il teatro. Esperienza e teoria nel rapporto tra scena e società, a cura di Andrea Porcheddu e Cecilia Carponi (interventi di Piergiorgio Giacchè, Guido Di Palma, Fabrizio Fiaschini, Stefano Masotti, Oliviero Ponte di Pino, Susanne Hartwig, A. Porcheddu, Alessandro Garzella, Alessandro Argnani, Rosita Volani, Thomas Emmenegger, Michela Lucenti, Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari, Gianluigi Gherzi, Ugo Morelli), pubblicato da Dino Audino Editore nella collana “Ricerche”,  è disponibile in libreria e online da luglio 2020.

Pubblicato in Editoria

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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