"La Rivoluzione Sovranista" di Marco Gervasoni approda in Campidoglio

"La Rivoluzione Sovranista" di Marco Gervasoni approda in Campidoglio
Si è svolta mercoledì 29 gennaio alle 17.30, presso la sala Laudato Sì del palazzo del Campidoglio a Roma – Piazza del Campidoglio 1 – la presentazione del saggio “La rivoluzione sovranista. Il decennio che ha cambiato il mondo” dello storico Marco Gervasoni.

Presentato dal gruppo consiliare dei Fratelli d’Italia, “La rivoluzione sovranista” (Giubilei Regnani ed., 2019, pp. 203, € 14) di Marco Gervasoni approda, dopo numerose presentazioni in giro per il Paese, anche in Campidoglio. Ad accompagnarne la presentazione molti illustri presenti: Andrea de Priamo, capogruppo Fdi all’Assemblea Capitolina; Daniele Capezzone, editorialista de La Verità; Vito De Luca, giornalista; Stefano Fassina, deputato e Consigliere Capitolino; Stefano Folli, editorialista de La Repubblica; Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera; moderati dalla giornalista Rai Maria Antonietta Spadorcia (Tg2).

Ad aprire lo scambio di idee è De Priamo, che subito sprona ad andare oltre le facili generalizzazioni e banalizzazioni cui pure l’attuale dibattito politico ci ha obbligati. Il capogruppo Fdi affronta dunque, con una certa sensibilità filosofica, il tema del confine: l’idea di confine condivisa dall’intero consesso è infatti quella di un limite che non sia invalicabile ma debba permettere lo scambio, e sia dunque anzi permeabile. E la permeabilità, tuttavia, non deve equivalere all’assenza totale: senza confini non si definisce l’identità, di una persona come di una nazione. In poche parole, non un muro, ma neanche l’annullamento delle frontiere: “Se il confine si perde, non c’è arricchimento; altra cosa è il confronto”, conclude chiarendo il proprio pensiero. Elogi dall’editorialista de La Verità Capezzone, il quale si complimenta con l’autore per la chiarezza d’analisi e l’impatto che regala questo libro: “Non è un istant-book, ma un libro che durerà”, chiosa, dopo aver auspicato un atteggiamento maggiormente liberale sia in sede di dibattito politico – in molti si scusano per l’accoglienza che in sede accademica, mediatica e politica è stata riservata a questo saggio, non esattamente all’acqua di rose – , in cui ormai si contesta più la personalità di colui che parla rispetto al contenuto che intende veicolare; sia verso gli elettori, che troverebbero in una nuance liberale “soluzioni e anticorpi rispetto ai rischi che la società corre”.

Stefano Folli di Repubblicadefinisce il saggio denso e stimolante su più punti anche se condivisibile solo in parte. Il maggior pregio del lavoro di Gervasoni è per Folli quello di una capacità di riflessione in chiave conservatrice assente oggi in Italia: una buona trattazione che punta a recuperare l’idea positiva della nazione: “aperta, non esclusivista, rispettosa di minoranze integrate”, citando da pag. 138. Una nazione, a ben vedere, pienamente espressa dal Risorgimento. In questo senso, approfondisce: “sarebbe utile riflettere sulla storia: spesso si strumentalizza il periodo risorgimentale leggendolo come preludio al fascismo, quando fu invece l’imperialismo a far degenerare le cose”. Così per Folli, tirando un filo dalla tradizione ottocentesca, molto può essere recuperato per evitare la spinta alla disgregazione: “La nazione cerca l’armonia internazionale, e i sovranisti hanno da distinguere cosa del passato vada salvato, da Machiavelli in poi, per restituire dignità e forza al quadro occidentale”. Il giornalista De Luca, membro di Nazione futura, traccia la storia delle occorrenze del termine sovranismo: questo non figura nel Grande dizionario della lingua italiana di Salvatore Battaglia, edito da Pomba – poi diverrà UTET – nell’Italia postunitaria. Il termine, piuttosto, prende piede in lingua francese al 2002. Nel 2015, in Italia, su La Lettura del Corriere della Sera, è di nuovo citato da un francese. Oggi, la parola è entrata nell’uso, con più di 248 occorrenze sul Corriere sino a dicembre 2019. “Che maturazione devono produrre i sovranisti? Quella che avviene secondo questi percorsi culturali appena ricostruiti, una maturazione filosofica del concetto”, chiosa l’intervento.

La parola passa all’Onorevole Fassina, esponente di Sinistra Italiana e precedentemente del Partito Democratico. Il suo intervento si focalizza sulla lettura della fase storica: “Di dialogo abbiamo bisogno tutti, soprattutto quelle posizioni che riconoscono in questo momento un passaggio di fase e non una crisi. Dall’89 si è chiuso un trentennio”. Fassina costruisce il proprio intervento su una convinzione: che la politica debba riappropriarsi dell’economia, quindi degli strumenti della democrazia, poiché di questi temi c’è necessità politica per corrispondere agli obiettivi costituzionali: “Stato nazionale, nazione, patria non sono necessariamente brutte cose. Anzi, le troviamo tutte definite nella nostra Costituzione”. Last but not least, l’Onorevole cita un editoriale  – Il patriottismo dei comunisti– di Togliatti su Rinascitadel ’45: “già Togliatti diceva che è banale osteggiare il patriottismo con il cosmopolitismo: il comunismo accorda e unisce il patriottismo e l’internazionalismo”. L’On. Rampelli si focalizza invece sulla postdemocraziaodierna: “Con l’avvento del sistema digitale e le attività compulsive che esso comporta, si è cancellato il tempo della meditatio, e quindi anche la partecipazione e l’importanza del soggetto”, chiamando in causa l’economia finanziarizzata e un’Europa che “non è più quel bello che Raffaello rappresenta”, per cui propone di articolare il riscatto della democrazia attorno al concetto di sovranità.

Infine, l’intervento dell’autore Gervasoni, che da subito si definisce “poco affezionato al termine sovranismo” e confessa di aver scelto un altro titolo per il suo saggio, che avrebbe dovuto essere “la rivoluzione conservatrice” ma che poi l’editore Giubilei ha cambiato in ossequio al proprio ruolo di mediazione tra opera e pubblico. Questa del titolo è, tuttavia, questione rilevante: ciò che interessa Marco Gervasoni è di sottolineare la continuità nell’oggi delle culture politiche del passato. Egli non vede una crisi quanto piuttosto una trasformazione, pur “epocale”, avvenuta dal 2016 in poi e capace di rendere questa data cruciale quanto quella del 1917 o del 1945: da quel momento, i conservatori sono stati rinominati sovranisti o conservatori postmoderni, ma ciò non deve far perdere di vista, secondo l’autore, che si parli sempre di conservatorismo. In questo senso, l’ottica dell’analisi “La rivoluzione sovranista” è quella di un’indagine sulla continuità e non sulla rottura e, in quanto tale, intende rimane alla larga dal profilare una nuova ideologia del sovranismo, approfondendo invece quelle che sono le trasformazioni politiche e storiche dell’ultimo decennio.

 

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