La via perfetta di Daniele Nardi e Alessandra Carati presentato al Nuovo Teatro Orione

La via perfetta di Daniele Nardi e Alessandra Carati presentato al Nuovo Teatro Orione foto Daniele Nardi (2014)
Si è svolta martedì 25 febbraio 2020 al Nuovo Teatro Orione - via Tortona 7, nel quartiere Appio Latino, non lontano da piazza Re di Roma - la presentazione del libro di Daniele Nardi “La via perfetta. Nanga Parbat: sperone Mummery” (Einaudi). I passaggi più importanti ed intensi del libro sono stati accompagnati dalle voci di Igor Petrotto e Laura Adriani, e dagli interventi della giornalista - ed amica di D. Nardi - Alessandra Carati, intervistata da Carlo Oldani, direttore artistico del teatro.

«Un alpinista è un esploratore, non resiste a una via di cui si è innamorato, non può sottrarsi al desiderio di tentarla. Perché la visione iniziale è diventata un’idea, e l’idea un progetto a cui pensa tutti i giorni e a cui dedica le sue energie migliori» (Daniele Nardi)

«Se non dovessi tornare dalla spedizione desidero che Alessandra continui a scrivere questo libro, perché voglio che il mondo conosca la mia storia» (D. Nardi)

«Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice» (Albert Camus); «Mi nacque un’ossessione. E l’ossessione diventò poesia» (Alda Merini); «La vita si rimpicciolisce e si ingrandisce in proporzione al proprio coraggio» (Anaïs Nin); «Sono cambiato io, e non il Vuoto, ho fatto tutto questo e sono andato e venuto e mi sono lamentato e ferito e ho gioito e urlato» (Jack Kerouac); «Conosciamo noi stessi solo fin dove siamo stati messi alla prova. Ve lo dico dal mio cuore sconosciuto» (Wislawa Szymborska); «Prima di essere schiuma saremo indomabili onde» (Cesare Pavese)

«Daniele Nardi era convinto che, rispetto al raggiungere la vetta ad ogni costo, contasse molto di più il modo in cui si sale la montagna. Cercava lo stile e l’etica della scalata. Una ricerca che lo ha condotto al Nanga Parbat, dove ha intrecciato il suo destino con lo Sperone Mummery. Era inevitabile: quella era la risposta di Daniele»

L’avventura di un uomo che, partendo dalla provincia di Latina, fra difficoltà e pregiudizi, ha lasciato la sua firma nel mondo dell’alpinismo estremo. Sulla Terra ci sono quattordici montagne che superano gli ottomila metri: il Nanga Parbat è una fra queste. La nona in ordine di altezza e una fra le più difficili; in particolare se la si affronta dallo sperone Mummery, che nessuno è mai riuscito a scalare. Nei suoi cinque tentativi di conquistare la vetta in invernale, Daniele Nardi lo ha provato quattro volte. Quel «dito di roccia e ghiaccio che punta dritto alla vetta» aveva catturato la sua immaginazione. Un percorso così elegante da sembrar perfetto. L’impresa di Nardi e di Tom Ballard, suo compagno di cordata, si è interrotta ad un passo dalla conclusione, ma Daniele, come ogni alpinista avrebbe fatto, aveva messo in conto che ciò potesse avvenire, e si era rivolto ad Alessandra Carati. Hanno lavorato insieme per quasi un anno. Alessandra lo ha seguito al campo base del Nanga Parbat e, dopo essere rientrata in Italia, è rimasta in contatto con lui fino all’ultimo giorno. Nella posta elettronica aveva un’email che era un impegno: terminare il racconto che Daniele aveva cominciato.

Daniele Nardi (Sezze - LT -, 24 giugno 1976 - Nanga Parbat, marzo 2019) è stato il primo alpinista nato più a Sud del Po ad aver scalato l’Everest ed il K2, le due vette più alte al mondo. Fra le sue ascensioni più importanti ricordiamo il Broad Peak (8047 m.), il Nanga Parbat (8125 m.), la cima Middle dello Shisha Pangma (8027 m.). A partire dal 2009 comincia un nuovo ciclo di spedizioni, in cui affronta montagne più basse ma tecnicamente più difficili. Nel 2011 apre una via nuova sul Bhagirathi III (6454 m.) in stile alpino, che gli vale il Premio “Paolo Consiglio”, il massimo riconoscimento alpinistico italiano. Ha partecipato a numerose spedizioni scientifiche e ricevuto vari riconoscimenti internazionali. Come ambasciatore per i diritti umani nel mondo, ha sostenuto progetti di solidarietà in Nepal ed in Pakistan.

«Alex li aveva trovati, non erano sotto una valanga o sepolti sotto metri cubi di ghiaccio. Lui, la fonte più affidabile e diretta, dopo lunghi giorni di osservazione sulla montagna, aveva detto al mondo dell’alpinismo che la via scelta da Tom e Daniele era “molto intelligente, più sicura di quanto si potesse credere” e che la zona critica per le valanghe era quella tra campo 1 e campo 3, come aveva sempre sostenuto Daniele. A un mese dal ritrovamento ho incontrato Alex. Aveva passato giorni interi a casa sua a guardare le foto di Tom e Daniele. Si era domandato perché siano partiti di notte, perché non abbiano dormito a campo 4 e non abbiano aspettato la mattina a scendere. A quelle quote, a quell’ora, un alpinista non lascia la tenda, nemmeno se vede gli extraterrestri. Sa che per nessuna ragione al mondo, quasi fosse una legge di natura, deve muoversi da dov’è. Solo il rischio più grande può fargli prendere, questa decisione estrema, solo se rischia la vita. Allora forse Daniele e Tom erano a campo 4 nella tenda, dentro un freddo micidiale. È arrivata la sera e sapevano che la temperatura sarebbe diminuita ancora, fino a cinquanta gradi sottozero. Daniele ha chiamato me, ha chiamato Daniela ed era ancora convinto di restare in parete. Poi, dopo due ore, ha contattato il campo base, comunicando che avevano deciso di scendere. In quelle due ore dev’essere successo qualcosa di drammatico, un attacco di ipotermia, un edema, un malore violento e inatteso. Si sono resi conto che se fossero stati fermi non sarebbero sopravvissuti alla notte, allora si sono buttati in un’azione disperata, l’unica che poteva salvarli. Uno di loro era in pericolo. Non sapremo mai chi. Mi piace pensare che non faccia differenza, perché nessuno dei due avrebbe lasciato l’altro. Li immagino scendere fino al pendio di neve dove c’è un ancoraggio, sopra un salto di roccia di circa venticinque metri, sostenendosi, chiamandosi per nome a ogni passo, dentro la notte scura. Arrivati a questo salto ripido uno cerca di salvare l’altro, calandolo sulla corda. L’altro riesce ad arrivare giù, si ancora in qualche modo. Sono quasi al sicuro, dalla fine della parte scoscesa li separano solo due tiri di corda, due tiri che avranno fatto migliaia di volte. Da lì, sarebbe bastato sedersi sulla neve e scivolare. All’improvviso, quello di loro che è in alto, mentre sta organizzando la sua discesa, è colpito da un sasso o da una folata di vento o da un pezzo di ghiaccio. Perde l’equilibrio e precipita addosso all’altro. Appesi alla corda, senza più la forza di muoversi, con lo scorrere dei minuti, il gelo se li prende. Forse sono riusciti a parlarsi per l’ultima volta, in un saluto breve […]. Alla fine hanno chiuso gli occhi. Prima di abbandonarsi Daniele ha svuotato il suo cuore di ogni cosa, perché potesse essere abitato per sempre da Daniela, da Mattia» (Alessandra Carati in Daniele Nardi, La via perfetta. Nanga Parbat: sperone Mummery, Einaudi, Torino 2019)

 

Nel corso della serata, l’intenso e toccante racconto di Alessandra Carati ha restituito al pubblico del Nuovo Teatro Orione il ritratto di un ragazzo (e poi di un uomo) che ha vissuto ed è morto da vero professionista, mettendo sia la testa sia il cuore in tutto quel che faceva, essendo perfettamente consapevole di ciò che rischiava, impegnandosi al di là dell’immaginabile e senza mai arretrare di un passo da quelle che erano la sua passione, la sua vita ed i suoi valori («Mi son resa veramente conto di chi fosse Daniele quando l’ho visto in montagna. Era come un pesce nell’acqua. Che senso avrebbe avuto chiedergli “ma perché lo fai”? Non avrebbe avuto alcun senso. Era la sua vita». A. Carati)

La via perfetta. Nanga Parbat: sperone Mummery di Daniele Nardi e Alessandra Carati, pubblicato da Einaudi (Torino) nella collana “Stile libero extra”, è disponibile in libreria e online da novembre 2019.

Pubblicato in Editoria

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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