Un ricordo di Giacomo Debenedetti a 50 anni dalla sua scomparsa

Giacomo Debenedetti negli anni Sessanta Giacomo Debenedetti negli anni Sessanta
Cinquant’anni fa, nel gennaio 1967, moriva a Roma il grande saggista e critico letterario Giacomo Debenedetti.

Nato a Biella nel giugno 1901, Giacomo Debenedetti, si trasferisce giovanissimo a Torino.

Conclusi con ottimi voti gli studi secondari, si iscrive all’Università di Torino e, in seguito a tre differenti Facoltà: Matematica, Giurisprudenza, Lettere.

Nel ‘22, insieme a Sergio Solmi e Mario Gromo, fonda la rivista letteraria “Primo Tempo”, che chiuderà dopo soli undici numeri. In quegli anni conosce Piero Gobetti, con il quale stabilirà un breve ma ottimo rapporto di  amicizia, e comincia una proficua collaborazione alla rivista “Il Baretti”, su cui pubblicherà importanti saggi su Marcel Proust - del quale diventerà uno fra i massimi conoscitori della sua generazione - Raymond Radiguet e Umberto Saba.

Nel ‘26 pubblica Amedeo e altri racconti (1926), il suo primo libro di narrativa e,  tre anni dopo, il primo volume della serie Saggi critici.

Fra gli anni Trenta e i Quaranta continua a scrivere la seconda serie dei Saggi critici, che verrà pubblicata nel 1946.

Negli anni Trenta comincia ad occuparsi anche di cinema come sceneggiatore per la Cines (utilizzando un nome falso a causa delle leggi razziali emanate dal regime fascista nel 1938), e, nei momenti più duri della repressione (prima e dopo la Seconda guerra mondiale) sarà costretto a nascondersi anche dopo il trasferimento a Roma. Fra il ’33 ed il ’38 conosce l’austriaco Rudolf Arnheim (1904-2007), il futuro psicologo dell’arte e autore del celebre Arte e percezione visiva (1954) che, in quegli anni viveva a Roma sfruttando il successo ottenuto con il suo Film als Kunst (Film come arte, pubblicato in Italia nel 1960 dall'allora neonata - 1958 - casa editrice Il Saggiatore, all'epoca in cui il grande critico piemontese ne era il direttore editoriale) lavorando per l'Istituto Internazionale per la Cinematografia Educativa e dando lezioni al Centro Sperimentale di Cinematografia. Arnheim avrà un ruolo di rilievo nella redazione di “Intercine” e “Cinema” e scriverà alcune importanti voci che sarebbero dovute rientrare nell'Enciclopedia del Cinema, mai pubblicata. 

Nel dicembre 1944, mentre nell’Italia del Nord  la guerra viene ancora combattuta, sulla rivista romana “Mercurio”, Giacomo Debenedetti pubblica 16 ottobre 1943, un testo che descrive la tranquilla vigilia e la successiva, tragica giornata del rastrellamento del ghetto ebraico di Roma.

Insieme Silvia Forti Lombroso e Luciano Morpurgo, è stato uno fra i primissimi testimoni ad affrontare in un racconto autobiografico il dramma delle persecuzioni ebraiche in Italia non dalla prospettiva di coloro i quali erano stati deportati nei campi di sterminio, bensì di coloro che, negli anni della guerra, erano stati costretti alla clandestinità. In assoluto si tratta della prima memoria scritta della Shoah italiana.

Nel ‘45 lo scritto viene ristampato a Lugano in “Libera Stampa” e a Roma nelle edizioni O.E.T..

Due anni dopo Jean Paul Sartre ne promuoverà la traduzione francese che verrà stampata in Les Temps Modernes.

Nel frattempo, nel ’44, aveva pubblicato il racconto Otto ebrei, un episodio del processo al questore Pietro Caruso, nel corso del quale il Commissario di Pubblica Sicurezza Alianello dichiarò di aver eliminato otto nomi di ebrei dalla lista degli ostaggi designati per la fucilazione alle Fosse Ardeatine.

Una volta conclusasi la dolorosa delle persecuzioni razziali, entra come docente incaricato di Letteratura italiana, dapprima all'Università di Messina, poi all'Università di Roma, pubblicando nel 1959 la terza serie di Saggi critici.

Negli anni Cinquanta e Sessanta, Giacomo Debenedetti continuerà ad occuparsi di critica letteraria con saggi e libri, ma l’improvvisa morte, avvenuta all’età di sessantacinque anni, gli impedirà di vedere pubblicata la maggior parte della sua vastissima produzione critica, che uscirà postuma a cura della moglie Renata Orengo.

Ricordiamo Il personaggio uomo (1970), ripubblicato dal Saggiatore (Milano) ed uscito nel gennaio 2017 nei giorni del cinquantesimo anniversario della sua morte,  Il romanzo del Novecento (1971), Poesia italiana del Novecento (1974), Verga e il naturalismo (1976), Personaggi e destino. La metamorfosi del romanzo contemporaneo (1977), Vocazione di Vittorio Alfieri (1977), Pascoli: la rivoluzione inconsapevole (1979), Rileggere Proust (1982), Quaderni di Montaigne (1986).

Formatosi sulla critica crociana, Giacomo Debenedetti se ne allontana presto, attratto da forme di conoscenza esterne all'orizzonte della sola tradizione critica letteraria italiana: rivolgendosi allo studio di autori stranieri (il nome di Proust ricorre frequentemente nei suoi scritti), e facendo maturare la sua critica in un contesto europeo, configurandola inoltre come ricerca delle "ragioni" dell'autore, il quale punta alla rivelazione non di un dato obiettivo, ma esprime un problema interiore (tanto che si riconoscono in essa suggestioni della psicoanalisi, da Sigmund Freud e Carl Gustav Jung e della fenomenologia (Edmund Husserl, ma anche la sociologia e l'antropologia culturale).

La ricchezza e la novità delle sue letture si traducono in un'attività di critico che non vuole chiudersi all'interno di un metodo; pronto ad analizzare, assieme ai simboli e ai miti degli autori, così com'erano calati nella realtà delle opere, anche la propria soggettività di lettore, soprattutto di fronte ai testi più amati (Giovanni Pascoli, Umberto Saba, Italo Svevo, Federigo Tozzi).

Il pensiero critico di Giacomo Debenedetti ruota intorno alla questione uomo, come persona, e lo fa con lo stesso proposito e l'identico criterio conoscitivo di un narratore (quale egli fu in scritti come Amedeo e altri racconti, Otto ebrei, 16 ottobre 1943). Tutta la sua vita letteraria si è mossa nell'universo romanzesco. Questa sorta di perpetuo intervento nell'immaginario altrui finiva per scontrarsi con l'infelicità e la nevrosi dell'uomo moderno, e portava lo scrittore e critico ad affinare una particolare attitudine a riconoscere nel destino dei personaggi romanzeschi la loro insicurezza e crisi d'identità. Di questa scomparsa del personaggio uomo, Debenedetti scrisse e delineò una "commemorazione provvisoria" nel saggio Il personaggio uomo.

Giacomo Debenedetti avvertiva la nostalgia del “personaggio-uomo”, allo stesso modo in cui si dichiarava convinto della necessità di non abbandonare alle lusinghe della civiltà di massa i valori della letteratura. Ritornando all'intervista, una sua dichiarazione finale, a oltre quarant'anni di distanza, scioglie alcuni nodi sulla dibattuta questione della funzione del critico:

"A costo si sembrare inattuale, il critico deve tenere in salvo per l'indomani i valori, transitoriamente sconfessati, se crede davvero che siano valori. Posto che egli non si sia sbagliato (ma allora lo si vede subito dai difetti della sua dimostrazione critica), ciascuno di quei valori, apparirà come una tappa necessaria per giungere a nuove e profonde forme d'espressione".

Giacomo Debenedetti è stato uno fra i primi in Italia ad accogliere la lezione della psicoanalisi e, in generale, delle scienze umane, nonché fra i primi a cogliere tutta la portata del genio di Marcel Proust.

 

 

Pubblicato in Editoria

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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