Un ricordo di Luis Sepúlveda nel giorno del suo compleanno

Un ricordo di Luis Sepúlveda nel giorno del suo compleanno foto Maurizio Riccardi
Il grande scrittore cileno, autore di libri quali “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, “Il mondo alla fine del mondo”, “Un nome da torero”, “La frontiera scomparsa”, “Patagonia Express. Appunti dal Sud del mondo”, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, “Incontro d’amore in un paese in guerra”, “Le rose di Atacama”, “Il generale e il giudice” e molti altri, e scomparso lo scorso 16 aprile a causa del Covid-19, compirebbe settantuno anni.

«Dal campanile di San Michele si vedeva tutta la città. La pioggia avvolgeva la torre della televisione e al porto le gru sembravano animali in riposo […]. Zorba saltò sulla balaustra che girava attorno al campanile. In basso le auto sembravano insetti dagli occhi brillanti. L’umano prese la gabbiana tra le mani. “No! Ho paura! Zorba! Zorba!” stridette Fortunata beccando le mani dell’umano. “Aspetta. Posala sulla balaustra” miagolò Zorba. “Non avevo intenzione di buttarla giù” disse l’umano. “Ora volerai, Fortunata. Respira. Senti la pioggia. È acqua. Nella tua vita avrai molti motivi per esser felice, uno di questi si chiama acqua, un altro si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia. Senti la pioggia. Apri le ali” miagolò Zorba. La gabbianella spiegò le ali. I riflettori la inondavano di luce e la pioggia le copriva di perle le piume. L’umano e il gatto la videro sollevare la testa con gli occhi chiusi. “La pioggia. L’acqua. Mi piace!” stridette. “Ora volerai” miagolò Zorba. “Ti voglio bene. Sei un gatto molto buono” stridette Fortunata avvicinandosi al bordo della balaustra. “Ora volerai. Il cielo sarà tutto tuo” miagolò Zorba. “Non ti dimenticherò mai. E neppure gli altri gatti” stridette lei già con metà delle zampe fuori dalla balaustra, perché come dicevano i versi di Atxaga, il suo piccolo cuore era lo stesso degli equilibristi. “Vola!” miagolò Zorba allungando la zampa e toccandola appena. Fortunata scomparve alla vista, e l’umano e il gatto temettero il peggio. Era caduta giù come un sasso. Col fiato sospeso si affacciarono alla balaustra, e allora la videro che batteva le ali sorvolando il parcheggio, e poi seguirono il suo volo in alto, molto più in alto della banderuola dorata che corona la singolare bellezza di San Michele. Fortunata volava solitaria nella notte amburghese. Si allontanava battendo le ali con energia fino a sorvolare le gru del porto, gli alberi delle barche, e subito dopo tornava indietro planando, girando più volte attorno al campanile della chiesa. “Volo! Zorba! So volare!” strideva euforica dal vasto cielo grigio. L’umano accarezzò il dorso del gatto. “Bene, gatto. Ci siamo riusciti” disse sospirando. “Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante” miagolò Zorba. “Ah sì? E cosa ha capito?” chiese l’umano. “Che vola solo chi osa farlo” miagolò Zorba. “Immagino che tu adesso preferisca rimanere solo. Ti aspetto giù” lo salutò l’umano. Zorba rimase a contemplarla finché non seppe se erano gocce di pioggia o lacrime ad annebbiare i suoi occhi gialli di gatto nero grande e grosso, di gatto buono, di gatto nobile, di gatto del porto». (Luis Sepúlveda, Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare - 1996)

 

«Arrivò alla capanna abbandonata dai cercatori d'oro che era quasi buio, e scoprì che il temporale aveva abbattuto la costruzione di canne. Si dette rapidamente un'occhiata intorno e si rallegrò di trovare una canoa dal ventre lacerato rovesciata sulla riva. Trovò anche un sacco con delle fette di banana secche, se ne riempì le tasche e si infilò sotto il ventre della canoa. Le pietre del suolo erano asciutte. Sospirò sollevato, sdraiandosi sulla schiena con le gambe allungate, al sicuro [...].  Sistemò il machete al suo fianco. Il ventre della canoa offriva un'altezza sufficiente per mettersi gattoni se desiderava avanzare o retrocedere. L'imbarcazione misurava circa nove metri di lunghezza e aveva vari squarci prodotti dalle pietre affilate delle rapide. Messosi comodo, mangiò qualche pugno di banane secche e accese un sigaro, che fumò con vero diletto. era stanchissimo e non tardò ad addormentarsi. Cadde preda di uno strano sogno [...]. Ma gli occhi gialli erano da tutte le parti e gli tagliavano la strada, da tutte le parti allo stesso tempo, come ora, che li sentiva sopra la canoa, e questa si muoveva, oscillando per il peso di un corpo che camminava sulla sua superficie di legno. Trattenne il respiro per scoprire cosa stava accadendo. No, non era più nel mondo dei sogni. La femmina era davvero sopra la canoa, e passeggiava, e siccome il legno era molto liscio, levigato dall’acqua incessante, l’animale si serviva degli artigli per non scivolare mentre camminava da prua a poppa. Il vecchio sentiva il suono vicino della sua respirazione ansiosa. Lo scorrere del fiume, la pioggia e il passeggiare della femmina erano tutti i suoi riferimenti dell’universo. Il nuovo atteggiamento dell’animale lo obbligava a riflettere in fretta e furia. La femmina aveva dimostrato di essere troppo intelligente per pretendere che lui accettasse la sfida e uscisse ad affrontarla in piena oscurità. Che nuovo stratagemma era questo? Forse era vero quello che dicevano gli shuar riguardo all’olfatto dei felini? […]. Lo marcava come sua preda, considerandolo morto prima ancora di affrontarlo. Così passarono lunghe ore dense, finché un debole chiarore filtrò dentro il rifugio. Lui, sotto, controllava disteso sulla schiena la carica della doppietta, mentre la femmina, sopra, continuava la sua passeggiata instancabile, sempre più breve e nervosa. Quando sentì scendere l’animale, dalla luce dedusse che era quasi mezzogiorno. Attento, aspettò la sua nuova mossa, finché un rumore su un fianco lo avvertì che la femmina aveva iniziato a scavare tra le pietre su cui poggiava l’imbarcazione. Visto che lui non rispondeva alla sfida, la femmina aveva deciso di entrare nel suo nascondiglio. Trascinandosi sulla schiena, indietreggiò fino all’altro estremo della canoa, giusto in tempo per evitare gli artigli, comparsi lanciando colpi alla cieca. Sollevò il capo con la doppietta attaccata al petto e sparò. Poté vedere il sangue che schizzava dalla zampa dell’animale, e contemporaneamente un intenso dolore al piede destro lo avvertì che aveva calcolato male l’apertura delle gambe, e che vari pallini gli erano entrati nel collo del piede. Erano pari. Feriti tutti e due. La sentì allontanarsi, e con l’aiuto del machete sollevò un po’ la canoa, lo spazio sufficiente per vederla, a un centinaio di metri, che si leccava la zampa ferita. Quando si alzò in piedi la ferita gli produsse un dolore terribile, e l’animale, sorpreso, si acquattò sulle pietre calcolando l’attacco. “Sono qui. Finiamo questo maledetto gioco una volta per tutte”. Si sentì gridare con una voce sconosciuta, senza essere sicuro di averlo fatto in shuar o in spagnolo, e la vide correre sulla riva come una saetta maculata, senza fare caso alla zampa ferita. Il vecchio si accucciò, e l’animale, quando fu giunto a circa cinque metri da lui, spiccò un salto prodigioso mostrando gli artigli e le zanne. Una forza sconosciuta lo obbligò a aspettare che la femmina raggiungesse l’apice del suo volo. Allora premette i grilletti e l’animale si fermò a mezz’aria, piegò il corpo di lato e cadde pesantemente […]. Antonio José Bolivar Proaño si alzò lentamente in piedi. Si avvicinò all’animale morto e rabbrividì vedendo come l’avevano deturpato i due colpi […]. Era più grande di quello che aveva pensato vedendola la prima volta. Benché fosse magra, era una animale superbo, bellissimo, un capolavoro di vigore impossibile da riprodurre anche solo col pensiero. Il vecchio la accarezzo, ignorando il dolore del piede ferito, e pianse di vergogna, sentendosi indegno, umiliato, in nessun caso vincitore di quella battaglia. Con gli occhi annebbiati dalle lacrime e dalla pioggia, spinse il corpo dell’animale fino alla riva del fiume, e le acque se lo portarono via, verso l'interno della foresta, fino ai territori mai profanati dall'uomo bianco, fino all'incontro col Rio delle Amazzoni, verso le rapide dove sarebbe stato squarciato da pugnali di pietra, in salvo per sempre dalle bestie indegne. Gettò subito via con furia la doppietta e lña vide affondare senza gloria. Bestia di metallo odiata da tutte le creature. Antonio José Bolivar Proaño […] senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto, e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare la barbarie umana» (Luis Sepúlveda, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore - 1989)

«Mentre questo romanzo veniva letto, a Oviedo, dai membri della giuria che pochi giorni dopo gli avrebbero assegnato il Premio Tigre Juan, a molte migliaia di chilometri di distanza e di ignominia una banda di assassini armati – pagati da criminali ancora peggiori, che hanno abiti ben tagliati, unghie curate e dicono di agire in nome del “progresso” – uccideva uno dei più illustri difensori dell’Amazzonia, una delle figure più rilevanti e coerenti del Movimento Ecologico Universale. Questo romanzo non potrà più arrivare tra le tue mani, Chico Mendes, caro amico di poche parole e molti fatti, ma il Premio Tigre Juan è anche tuo, e di tutti coloro che continueranno il tuo cammino collettivo in difesa di questo mondo, l’unico che abbiamo» (Luis Sepúlveda, 1989)

«Non sono troppo incline a guardare i libri che ho pubblicato. Probabilmente ho molti difetti, ma la vanità non sembra essere fra questi, e forse lo devo all'insegnamento di quel Vecchio che vive da solo nella foresta amazzonica. A volte, nella tranquillità di casa, entro nella stanza in cui ho raccolto tutti i miei libri e, osservandoli nell'ordine fisso del mobile che li ospita, passo la mano sui dorsi, scorro i titoli e mi dico piano: questo sono io, questo è il mio lavoro. Nient'altro. Ogni tanto ne tiro fuori uno e quando per caso mi capita una copia del Vecchio che leggeva romanzi d'amore, lo saluto con l'affetto con cui si accoglie un caro amico, perché nel mio mestiere si crea sempre un'amicizia, una vicinanza, un attaccamento reciproco fra lo scrittore e il personaggio. Allora io e José Antonio Bolivar Proano ci sediamo davanti a un fiume d'acqua verde, sulla cui superficie si riflettono i profili verdi della foresta, e perfino il cielo si tinge di quello stesso verde onnipresente. Muti, ci lasciamo avvolgere dai mille mormorii della foresta, finché non mi azzardo a rompere il silenzio e gli domando: "Non sei ancora morto, Antonio José Bolivar?" Il vecchio, senza smettere di guardare l'acqua che passa incessante, mi risponde: "Sembra di no". E poi si gira, allunga un braccio vigoroso e con la mano indica i libri che raccontano, in cinquantadue lingue, la sua storia. Ho imparato molto scrivendo quel romanzo. Il personaggio nato osservando un vecchio con cui non ho scambiato più di due parole mi ha insegnato segreti fondamentali del mestiere di scrittore. Col suo modo di leggere lento, centellinando i temper", ripetendoli fino a percepire nitidamente i sentimenti […], mi ha insegnato ad amare la mia lingua e le sue mille possibilità, a scegliere le parole con rispetto nei confronti di chi le leggerà un domani, a non forzare con trucchi o artifizi quello che si vuole davvero raccontare. Mentre scrivevo il romanzo, ormai trent'anni fa, cominciai a voler bene al Vecchio e sentivo che lui ricambiava il mio affetto con lezioni ogni volta più preziose. Scrissi il libro per il Vecchio, gli prestai la cura e il rigore dei romanzi che lui amava leggere nella solitudine del suo mondo vere sempre più minacciato. Ho incontrato lettori che lo hanno letto in spagnolo, tagal, giapponese, birmano, tedesco, greco, italiano, francese, portoghese, inglese, euskera, turco, armeno, bretone, catalano, asturiano, cinese, vietnamita, islandese e qualunque altra lingua in cui è stato tradotto, e ovunque ho visto che vogliono bene a questo Vecchio che vive tutto solo in Amazzonia. Quello che pensano o sentono per me, per l'autore, è secondario. L'importante è che il Vecchio e la sua piccola epopea abbiano trovato spazio nella vita delle lettrici e dei lettori. Venticinque anni fa il mio editore Luigi Brioschi decise che quel Vecchio doveva arrivare anche nelle case italiane, e la mia traduttrice Ilide Carmignani gli aprì le porte della sua casa toscana perché le raccontasse cosa era successo un certo giorno nella foresta, quando «il cielo, che gravava minaccioso a pochi palmi dalle teste, sembrava una pancia d'asino rigonfia…». Mentre scrivo queste righe vedo qui davanti a me il Vecchio, voglio raccontargli i venticinque anni della sua presenza in Italia […] perché non siamo a casa mia, a Gijón, ma in Amazzonia, in un luogo segreto, e dal fitto della foresta ci arriva il rumore di un animale che si aggira tra la vegetazione. E' grosso, ha un respiro ansioso, passi cauti, e il vecchio legge a uno a uno tutti i segnali che manda. So che la sera in cui festeggeremo questa edizione commemorativa, magari bevendo un buon vino in un ristorante di Milano, Antonio José Bolivar Proano sarà da solo nella sua capanna lungo il fiume, circondato unicamente dal rumore dell'acqua e degli animali notturni, e soddisfatto della giornata trascorsa accenderà la lampada, preparerà la lente di ingrandimento, aprirà un libro e lentamente comincerà a leggere una di quelle storie che piacciono a lui. […]» (Luis Sepúlveda, settembre 2018)

 

«La morte di Luis Sepúlveda ha colto tutti di sorpresa, come se, in fondo, nessuno avesse mai creduto realmente alla possibilità che potesse morire, non per via di qualche malriposta fede in qualsivoglia credenza ancestrale, e neanche per via di una sottovalutazione di quello che poteva essere il potere mortifero del virus. No, il motivo per cui la morte di questo straordinario autore ha scosso così nel profondo chiunque abbia mai letto anche solo un suo libro va ricercata altrove. Luis Sepulveda era un uomo decisamente fuori dal comune, al punto che sembrava anche lui, a tratti, l’immaginifico personaggio di qualche libro di avventure […]. Storie semplici, fruibili, gradevoli, ma allo stesso tempo scomode e potenti, capaci di evocare temi importanti e brutali che molto hanno a che fare con il nostro quotidiano approccio al mondo, alla natura e alla bellezza, vicende fanciullesche che si trasformano in metafore di vita, e che prendono corpo, attraverso le pagine dei suoi libri, nella vita di ognuno di noi. È per questo, solo per questo, e non per altro, che la morte di Luis Sepúlveda ha colpito tutti come un fulmine, come un evento che ha dell’impossibile: un combattente, un amico, un ribelle, un uomo come lui, non può certo arrendersi di fronte alla morte. Ed in effetti, a ben vedere, non è così che stanno le cose: gli uomini muoiono, ma restano le storie, i sentimenti, i voli inaspettati e spiccati proprio al momento giusto. Resta un vecchio che leggeva e continuerà a leggere romanzi d’amore per chiunque abbia voglia e coraggio per ascoltare, resta una gabbianella che vola nel cielo di Amburgo e in qualunque altro cielo la si voglia vedere, resta un gatto nero, grande e grosso, che la guarda con gli occhi pieni di lacrime ed è lì a ricordarci che sì, in fondo è così, è proprio vero che alla fine “vola solo chi osa farlo”. Quindi grazie, Luis Sepúlveda, per averci detto che la libertà esiste ed è giusto lottare per essa. E grazie, infine, per averci insegnato a volare» (Chiara Cecere, Luis Sepúlveda, lo scrittore che ci ha raccontato la libertà, Agrpress, aprile 2020).

 

Nato a Valle - in Cile - nel 1949, Luis Sepúlveda, dopo il golpe di Pinochet dell’11 settembre 1973, viene arrestato, torturato e, quattro anni dopo (nel ’77), costretto all’esilio.

Arrivato in Ecuador, vive per alcuni mesi nella Foresta Amazzonica con gli indios Shuar, scoprendo così le loro abitudini ed i loro ritmi di vita fondati sul profondo rispetto per la natura (tematiche che poi affronterà in molti fra i suoi libri e racconti). A tale esperienza è ispirato il libro con cui si afferma sulla scena internazionale, ovverosia Un vejo qui leia novelas de amor (Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, 1989 - traduzione italiana 1993), da cui, dodici anni dopo, verrà tratto il film omonimo di Rolf de Heer interpretato da Richard Dreyfuss, Hugo Weaving e Timithy Spall. Seguono molti altri romanzi e racconti di fantasia sorretti da un’intensa vena favolistica, da dure e amare riflessioni sul mondo contemporaneo con un’attenzione costante alle tematiche ambientaliste, ecologiste ed animaliste.

Ricordiamo Mundo del fin del mundo (Il mondo alla fine del mondo, 1989), Nombre de torero (Un nome da torero, 1994), La frontera extraviada (La frontiera scomparsa, 1994), Al andar se hace el camino se hace el camino all’andar (Patagonia Express. Appunti dal Sud del mondo, 1995), Historia de una gaviota y del gato que le  enseño a volar (Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, 1996), delicata favola-parabola che ha riscosso grandissimo successo (sia di pubblico sia di critica) e da cui, due anni dopo è stato tratto il film d’animazione La gabbianella e il gatto (1998) di Enzo D’Alò, Diario de un killer sentimental (Diario di un killer sentimentale, 1997), Desencuentros (Incontro d’amore in un paese in guerra, 1997), Jacaré - Hot Line (2002), Historias marginales (Le rose di Atacama, 2002), La locura de Pinochet (Il generale e il giudice, 2003), Moleskine, apuntes yreflexiones (Una sporca storia, 2004), Los peores cuentos de los hermanos Grim (I peggiori racconti dei fratelli Grim, 2004), El poder de los suenos (Il potere dei sogni, 2006), Los canzoncillos de Carolina Huechuraba y otrascronicas (Cronache dal cono Sud, 2006 - traduzione italiana 2007), La lampada de Aladino y otroscuentos para vencer al olvido (La lampada di Aladino e altri racconti per vincere l’oblio, 2008), La sembra de lo que fuimos (L’ombra di quel che eravamo, 2009), Historia deaqui y de alla (Ritratto di gruppo con assenza, 2010), Ultimas noticias del sus (Ultime notizie dal Sud, 2011).

Nel 2012 viene pubblicata in Italia la raccolta Tutti i racconti, a cura di Bruno Arpaia e che contiene anche alcuni inediti, ed il racconto Historia de Mix, de Max y de Mex (Storia di un gatto e del topo chediventò suo amico, 2012), mentre l’anno seguente arrivano l’autobiografia informale Escritura entiempos de crisis. Articulos y reflexiones, Atacama en siete dias e Chile, el pais de mi memoria (Ingredienti per una vita di formidabili passioni, 2013), originale raccolta di scritti e riflessioni sui temi dell’amicizia, dell’impegno politico, del viaggio e dell’esilio, ed il racconto breve Historia de uncaracol que describio la importancia de la lentitud (2013).

In epoche più recenti ha pubblicato Un’idea di felicità (2014), scritto con C. Petrini, El uzbeko muto yotras historias clandestinas (L’avventurosa storia dell’uzbeko muto, 2015), Historia de un perrollamado Leal (Storia di un cane e del bambino a cui insegnò la fedeltà, 2015), El fin de la historia (La fine della storia, 2016), Vivere per qualcosa (2017), scritto con C. Petrini e J. Mujica, il testo autobiografico Storie ribelli (2017), Historia de una ballena bianca contada por ella misma (Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, 2018).

Militante al fianco di Greenpeace per oltre vent’anni, ha diretto il film Ninguna parte (2001).

Nel 2016 viene premiato con l’Hemingway per la Letteratura.  

Al talento dello scrittore, aggiungeva l'impegno politico contro gli effetti lasciati in Sud America dalle dittature militari, a favore dell'ecologia militante, dei popoli indigeni dell’America latina, contro il razzismo in Europa.

 

Luis Sepúlveda è morto a causa del Covid-19 il 16 aprile 2020, all’età di settant’anni. Era ricoverato in isolamento da fine febbraio all’Ospedale universitario centrale di Oviedo.

Lo scrittore aveva contratto il virus al ritorno dal festival letterario Correntes d’Éscritas, che si era svolto a Póvoa de Varzim, in Portogallo. Aveva avuto i primi sintomi alla fine di febbraio e due giorni dopo si era rivolto ad un medico, il quale aveva ordinato il suo ricovero per sospetta polmonite nell’unità di sorveglianza intensiva dell’ospedale Covadonga di Gijón. Dopo che il tampone aveva rivelato la positività al Covid-19, era stato trasferito nell’ospedale maggiore di Oviedo. Anche sua moglie, la poetessa Carmen Yáñez, era stata ricoverata in ospedale perché presentava sintomi sospetti, anche se molto più lievi. Il giorno della morte dello scrittore la Yáñez era negativa al doppio tampone di verifica già da due settimane.

Pubblicato in Editoria

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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