Claudia Andujar, la lotta Yanomami non si ferma

Claudia Andujar, la lotta Yanomami non si ferma
«Sono legata agli indiani, alla terra, alla loro lotta. Tutto questo mi tocca profondamente. Tutto mi sembra essenziale. Forse ho sempre cercato la risposta al significato della vita in questo nucleo fondamentale. Sono stata spinta lì, nella foresta pluviale amazzonica, per questo motivo. È stato istintivo. Stavo cercando me».

Cercando se stessa la fotografa Claudia Andujar ha trovato e amato gli Yanomani, popolo indigeno della foresta amazzonica. E la lotta per la loro sopravvivenza è iniziata. Un impegno e una passione documentati dagli scatti di quest’artista, la cui macchina fotografia è stata la sua arma per la difesa di questo popolo, ancora oggi minacciato dalle politiche economiche del governo brasiliano e dalla pandemia del Covid-19.

Dopo la chiusura dovuta alla crisi sanitaria, riapre al pubblico, fino al 13 settembre 2020, l’esposizione fotografia Claudia Andujar, La lotta Yanomami presso la Fondazione Cartier di Parigi. Frutto di diversi anni di ricerca negli archivi della fotografa, questa mostra, progettata da Thyago Nogueira per l’Instituto Moreira Salles in Brasile, presenta la sua opera attraverso più di 300 fotografie in bianco e nero, e a colori, tra cui un gran numero di scatti “‘inediti”, un’installazione audiovisiva e alcuni disegni realizzati da artisti Yanomami, nonché dei documenti storici.

Riflettendo sui due aspetti inseparabili del suo approccio, uno estetico e l’altro politico, l’esposizione rivela sia il grande contributo di Claudia Andujar all’arte fotografica sia il suo ruolo essenziale nella difesa dei diritti degli indiani Yanomami e della foresta in cui vivono.

Nata nel 1931 in Svizzera, a Neuchâtel, Claudia Andujar ha vissuto a San Paolo. Dopo un’infanzia in Transilvania, si rifugiò in Svizzera con sua madre durante la Seconda Guerra mondiale per fuggire dalla persecuzione nazista nell’Europa orientale. Suo padre, un ebreo ungherese, fu deportato a Dachau dove fu sterminato con la maggior parte dei membri della sua famiglia. Dopo la guerra, Claudia Andujar emigrò negli Stati Uniti e si stabilì definitivamente in Brasile nel 1955, dove iniziò la sua carriera come fotoreporter.

Ha incontrato per la prima volta gli indiani Yanomami nel 1971, mentre partecipava a un reportage per la rivista Amazon for Realidade. Affascinata, ha deciso di intraprendere un lavoro fotografico approfondito sul mondo Yanomami, grazie a una sovvenzione della Fondazione Guggenheim. Il suo approccio differisce nettamente dallo stile documentario dei suoi contemporanei. Le fotografie scattate durante questo periodo mostrano le varie tecniche con cui ha sperimentato per tradurre ciò che ha percepito dall’esperienza sciamanica degli indiani Yanomami. Applicando la vaselina sull’obiettivo della sua macchina fotografica, usando la pellicola a infrarossi o giocando con la luce, ha saputo creare distorsioni visive che conferiscono alle sue immagini una certa surrealtà.

Claudia Andujar ha anche realizzato numerosi magnifici ritratti in bianco e nero attraverso i quali ha catturato la nobiltà e l’umanità degli Yanomami. Prediligendo scatti ravvicinati dei volti o particolari dei corpo dando vita a degli effetti di chiaroscuro per infondere un senso di intimità ed evidenziare empaticamente l’interiorità dei suoi soggetti. Allo stesso tempo, e al fine di comprendere meglio la loro cultura, ha dato la possibilità agli Yanomami di esprimersi, di rappresentare il proprio universo metafisico fornendo loro carta, penne e pennarelli. La mostra presenta una selezione di questi disegni che mostrano scene mitologiche o rituali e visioni sciamaniche.

La fine degli anni ’70 segnò una svolta nella carriera di Claudia Andujar. La costruzione, da parte del governo militare brasiliano, dell’autostrada transamazzonica nel sud del territorio degli Yanomami aprí la regione alla deforestazione e ai progetti di colonizzazione agricola provocando la distruzione di intere comunità e la diffusione di epidemie. Il fantasma della Shoah le apparve. Questa drammatica situazione ricordò a Claudia Andujar il genocidio a cui aveva assistito da piccola in Europa, e questa consapevolezza la spinse a impegnarsi pienamente nella lotta per la difesa dei diritti di Yanomami e la protezione della loro foresta.

Nel 1978, con il missionario Carlo Zacquini e l’antropologo Bruce Albert, fondò la Commissione Pro-Yanomami (CCPY) e iniziò una campagna di quasi quindici anni per la delimitazione del loro territorio, condizione essenziale per la sopravvivenza fisica e culturale di questo popolo. Il suo attivismo ha quindi avuto la precedenza sul suo lavoro artistico.

Fu in questo periodo che Claudia Andujar realizzò le fotografie in bianco e nero rappresentanti gli Yanomami che portavano un numero al collo, per identificarli sulle tessere sanitarie, durante una campagna di vaccinazione. In seguito avrebbe ripreso questi scatti in una delle sue serie più famose, quella dei "Marcados (Marcati)". L’ambiguità delle immagini sta nel disagio creato dall’identificazione “numerica” degli individui, che ricorda il tatuaggio degli ebrei durante la Shoah, sebbene il processo sia qui, al contrario, impostato per la sopravvivenza di un popolo. Le fotografie inedite di questa serie sono esposte per la prima volta nella mostra.

In reazione ai decreti firmati nel febbraio 1989 dal governo brasiliano per smantellare il territorio degli Yanomami e costringerli a vivere in un arcipelago di diciannove micro-riserve, Claudia Andujar ha creato Genocide of the Yanomami: Death of Brazil (1989-2018), un manifesto audiovisivo con alcune fotografie tratte dai suoi archivi rieleborate per denunciare la devastazione di questo popolo da parte della cosiddetta “civiltà”. Una colonna sonora, composta da Marlui Miranda da canzoni di Yanomami e musica sperimentale, accompagna l’installazione.

Nel 1992, grazie alla lotta implacabile guidata da Claudia Andujar, Carlo Zacquini, Bruce Albert e lo sciamano e portavoce indiano Yanomami, Davi Kopenawa, il governo brasiliano ha accettato di riconoscere legalmente il territorio degli Yanomami. L’integrità di questa zona, approvata alla vigilia della conferenza generale delle Nazioni Unite sull’ambiente tenutasi lo stesso anno a Rio, è ancora oggi minacciata da una massiccia invasione di cercatori d’oro e dalla deforestazione selvaggia causata dai grandi allevatori.

«Era come una madre per me, mi ha spiegato le cose. Non sapevo come combattere contro i politici. È positivo che mi abbia dato un arco e le frecce, non per uccidere i bianchi, ma l’arco e le frecce del discorso: la mia bocca e la mia voce per difendere il mio popolo Yanomami. È molto importante guardare il suo lavoro. Ci sono molte fotografie, molte immagini di Yanomami che sono morti, ma queste fotografie sono importanti per conoscere e rispettare la mia gente », ha dichiarato Davi Kopenawa Yanomami durante l’inaugurazione dell’esposizione parigina.

Ripercorrendo la battaglia di una vita e rivelando la ricchezza formale dell’opera della fotografa, la mostra Claudia Andujar, La lotta Yanomami presenta, per la prima volta, il suo lavoro in tutta la sua bellezza e complessità. Offre un’immersione nell’universo cosmologico e nella vita quotidiana degli Yanomami, nonché una potente quadro degli abusi politici di cui sono vittima.

La Fondazione Cartier per l’arte contemporanea sostiene la causa Yanomami e l’opera di Claudia Andujar da 20 anni. Claudia Andujar e gli artisti Yanomami, come Taniki, Joseca, Ehuana e Kalepi hanno partecipato a diversi eventi e le loro opere fanno parte della collezione della Fondazione Cartier.

Per accompagnare la mostra, è stato pubblicato un catalogo in tre versioni (francese, inglese, italiano), con le fotografie e gli estratti dai quaderni dell’artista, nonché i disegni Yanomami.

Dopo la tappa parigina, nell’ambito della collaborazione tra l’instituzione francese e la Triennale di Milano, l’esposizione Claudia Andujar, La lotta Yanomami sarà presentata a Milano.

Pubblicato in Fotografia
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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