I parigini nell’esodo del 1940

Fuite, mai juin 1940 Fuite, mai juin 1940 © LAPI Roger_Viollet
Francia, primavera 1940: 8 milioni di persone si riversano sulle strade per sfuggire all’avanzata dell’esercito tedesco. 80 anni dopo, il Museo della Liberazione di Parigi – Museo del generale Leclerc - Museo Jean Moulin ripercorre questa tragedia francese ed europea attraverso l’esposizione I parigini nell’esodo del 1940, aperta al pubblico fino al 13 dicembre 2020.

La cornice di quest’esposizione è il recente museo che celebra la Resistenza e ai suoi protagonisti. Uno spazio moderno, inaugurato il 25 agosto 2019, presso l’emblematica piazza Denfert Rochereau, uno dei teatri della Liberazione di Parigi, il 25 agosto 1944. Ben strutturato nei diversi percorsi tematici e ricco di documenti e di reperti, permette di conoscere un periodo della storia determinante per l’Europa di oggi. I sotterranei, che ospitarono il posto di comando del generale Leclerc, sono anch’essi visitabili.

L’esposizione, curata da Hanna Diamond et Sylvie Zaidman, è messa in valore dall’allestimento di Alexis Patras. Un viaggio nel tempo, le cui eco ancora risuonano oggi per le similitudini con la realtà contemporanea.

I parigini nell’esodo del 1940 è la prima mostra temporanea che il nuovo museo della “Liberazione” presenta al pubblico. L’esposizione racconta questo momento storico in tutte le sue tappe attraverso foto, pellicole, lettere, manifesti, disegni di bambini, invitando il visitatore a riflettere su questo grande esodo, non solo dei parigini, che coinvolse tutta la Francia.

Questo movimento di massa verso il sud o l’ovest della Francia assunse proporzioni tali che il riferimento alla Bibbia diventó rapidamente essenziale per nominarlo.

Per comprendere meglio la portata dell’angoscia che ha spinto quasi 8 milioni di francesi, tra cui 2 milioni di parigini a mettersi in cammino, si risale al 1930. L’istituzione di un regime fascista in Italia e un regime nazionalsocialista in Germania rappresentó una nuova minaccia per la pace in Europa. In Francia, i demoni della Grande Guerre riaffiorarono. Le informazioni dei cinegiornali mostravano le immagini di popolazioni vittime degli attentati durante la guerra civile spagnola.

Tra il 3 e il 14 giugno 1940, il panico conquistó rapidamente i parigini, tre quarti dei quali decisero di allontanarsi il più rapidamente possibile dalla città. Le autorità pubbliche incoraggiarono le famiglie a mandare i propri figli “al sicuro” nelle campagne. Le sequenze dell’epoca mostrano le migliaia di bambini costretti a prendere il treno lasciando le loro madri in lacrime alla stazione.

Nelle strade della capitale francese venivano svolte le esercitazioni. L’obiettivo era quello di preparare gli abitanti a un attacco con armi chimiche. I video, le foto e i manifesti esposti illustrano diverse situazioni: dall’instruzioni su come indossare correttamente una maschera antigas alle giovani parigine che la portano al braccio, dentro un’apposita trousse, come se fosse una borsetta con apparente nonchalance.

Fu solo il 3 giugno 1940, data del primo bombardamento, che lo spavento aumentò. Venne attivata una prima ondata di partenze di massa. Ma nulla era stato preparato per orchestrare una fuga organizzata di tale portata. I più ricchi furono i primi a lasciare Parigi, spesso in auto. A seguire le altre persone, con meno risorse economiche, anch’esse prese dal terrore, si misero in movimento, a piedi o con ogni mezzo possibile: biciclette, carri, carriole sovraccariche di materassi, valigie, coperte, tutti oggetti accumulati in fretta. Le fotografie e le testimonianze mostrano le strade affollate mentre il panico si diffonde tra la popolazione, lasciando una città quasi deserta.

La paura porta con sè la violenza. Lungo la strada, gli abitanti delle città e dei paesi attraversati dal flusso di rifugiati non riescono a far fronte all’ondata di migranti. Soldati e civili, durante il loro cammino, saccheggiarono i villaggi, prendendo di mira sopratutto le persone più vulnerabili, quali le donne e i bambini.

La tragedia delle famiglie separate si rinnovó, dopo le partenze coi treni. Si calcola che circa 90.000 bambini scomparvero, “persi per strada”, spesso perché più lenti e/o stanchi furono messi nelle automobili o sui carri di cui non si conosceva bene la destinazione. E di molti di loro non si è più avuta notizia.

In città il caos regnava, e con esso la disperazione. Le infermiere furono costrette a iniettare dei prodotti letali ai malati non trasportabili prima di evacuare gli ospedali.

L’esposizione I parigini nell’esodo del 1940 sottolinea l’impreparazione delle autorità francesi che organizzando una guerra difensiva, non tennero assolutamente conto dell’eventualità di un’invasione nemica sul territorio nazionale fino alla capitale. È il racconto della tragica fine, in poche settimane traumatiche, di una società con la volontà di far riflettere sull’esperienza dei rifugiati, tramite le loro diverse e drammatiche testimonianze.

Fu solo dopo il discorso di Pétain, il 17 giugno 1940, e con la firma dell’armistizio il 22 giugno, che alcuni dei rifugiati si porsero la questione del ritorno. La propaganda nazista rassicurava con questo messaggio: "Popolazioni abbandonate, fidatevi del soldato tedesco”. La maggior parte dei parigini rientró a casa per vivere con l’occupante, alla ricerca disperata di una normalità, dopo il caos indescrivibile dell’esodo. Ma nulla tornó come prima. Il 23 giugno, Adolf Hitler arrivó a Parigi. Il Cancelliere del Reich e leader nazista mise in scena la sua visita nella capitale. Fotografi e cameraman propagandisti immortalarono il Führer di fronte alla Torre Eiffel, come il nuovo padrone della Parigi occupata. Fu solo nell’agosto del 1944 che la capitale francese venne liberata dal giogo nazista.

Pubblicato in Fotografia
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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