La fotografia? Una fascinosa via di fuga - Intervista a Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna Ferdinando Scianna GC Agrpress
Ha definito il fotografo “colui che trova profondità nella superficie delle cose” e la fotografia “un meraviglioso regalo del caso”. Due immagini letterarie, filosofiche calzanti con la poliedricità di Ferdinando Scianna, il fotografo italiano più apprezzato nel mondo, ma anche persona capace di fare letteratura come pochi.

Come coloro che sono nati in quella controversa, fascinosa e tumultuosa culla d’arte e di cultura che si chiama Sicilia. Come facevano Bufalino, Sciascia, Pirandello, De Roberto, Verga, Brancati, Tommasi di Lampedusa, Butitta, Consolo e tanti altri che hanno contribuito ad arricchire, far conoscere e apprezzare ovunque la capacità italiana del saper narrare.

Anche nello sguardo, indagatorio, nei gesti, scattosi e brevi, nella voce, ora incisiva, ora pacata, come nelle parole, mai banali, in Scianna si riverbera la sicilianità, intesa come adesione particolare alla vita, con non rari, palesi aleggiamenti alla finitezza, cruccio e forza di ogni siciliano. 

E il suo ultimo libro: “Visti e Scritti”, edito da Contrasto, ne è la prova concreta. Una moltitudine di immagini e di pensieri a quelle relative, che attraversa il lungo percorso che ha portato l’autore dalla Sicilia ai luoghi più disparati e impensati del mondo. Volti, immagini, situazioni fotografate con estro e creatività, accompagnati da parole spesso ricche di poesia, sentimento d’umanità e crudo realismo.

Quella sua definizione di fotografo, gli dico, mentre sorseggiamo un caffè in una hall di un albergo romano, me ne fa ricordare una di Raffaele La Capria: “lo scrivere deve svilupparsi come lo stile dell’anatra, leggero in superficie e faticoso sott’acqua”. Scianna sorride e afferma: “La letteratura, diceva Victor Hugo, è la profondità portata in superficie. Superficie che in questo caso significa comprensione, arrivare a decriptare il profondo. Il fotografo necessariamente si occupa di “superficie”, perché riprende il visibile. Ma in quel visibile è racchiuso un frammento di mistero. L’attimo così fermato diventa uno scrigno di emozioni, di sensazioni, di verità. Potremmo dire che la foto, più di ogni altro mezzo artistico, affonda il proprio sguardo in un segmento fuggevole di senso della vita”.

Cosa la colpisce di più in una persona?

Gli occhi, sicuramente, perché determinano l’espressione. Ma non solo gli occhi. I volti anche, che costituiscono, come tutte le sfaccettature visibili della vita, la maniera con cui noi entriamo in relazione con l’altro. E il volto non di rado esorbita la faccia. Nel senso che ci sono volti la cui espressività dipende da fattori altri. Da alcune movenze impercettibili del naso, della bocca, delle mani. Da qui emerge la personalità di un essere umano. D’altra parte la cosa è così importante che nel tempo il nostro cervello evolvendosi ha selezionato, una funzione dedicata ai volti. Un neuroscienziato mi spiegava che ciò accade perché abbiamo avuto bisogno da subito di decodificare, attraverso i volti di chi avevamo di fronte, l’ amico dal nemico.

Noi siciliani siamo bravi in questo.

Fino alla follia!.. A proposito della follia, ci sono delle bellissime pagine di Leonardo Sciascia, e anche di Vincenzo Consolo, sulla “follia della somiglianza” in Sicilia. In una famiglia siciliana la follia di recuperare le genealogie attraverso singoli elementi del volto è una specie di scienza.

In “Visti e Scritti”, a margine di una sua foto che ritrae una ragazza parigina in attesa del metrò, Scianna ha scritto che” la fotografia serve anche a fuggire”. Gli domando il perché. Ma lui non mi risponde. Ha un momento di attesa, nel quale mi lancia uno sguardo traverso. Intenso. Investigativo. La domanda lo ha sorpreso. Intuisco che quella foto ha per lui un significato particolare.

“Sì la fotografia serve a fuggire, perché è un ponte tra noi e il mondo. La fotografia è nata in un momento in cui il mondo lo si voleva misurare, decodificare. Ma la fotografia a volte è un alibi quando il nostro rapporto con il mondo non riesce a sfondare il muro della superficie per arrivare all’essenza di ciò che riprende. Oppure è una forma di viltà. In quel caso lo è stata. Perché ho soffocato il desiderio di cercare un contatto, un incontro con quella ragazza. Ho fatto il fotografo. Ho fermato un momento. Ma così facendo ho lasciato abortire la mia volontà di relazione, e forse di futuro con lei. Ho perso un’occasione? La mia vita poteva cambiare?...Chissà?.. Me lo sono domandato molte volte.”.

Quanti sguardi potevano diventare un amore…

Già…Il caso è sovrano nella vita. In quella situazione ci fu un incontro degli occhi, prima della macchina fotografica. Mi ispirarono un sentimento. Per descriverlo ho utilizzato una parola spagnola che si traduce in “immedesimata”, ma che suona così: “ensimismada”. Cioè, avere dentro di sé un pensiero, uno smarrimento, una sospensione del flusso della vita, da quella situazione determinata.

Diciamo la verità, s’è pentito di non averla conosciuta?

Mii, tanto!... Però, ogni volta che rivedo quella fotografia non posso fare a meno di domandarmi chi fosse quella ragazza, cosa le passasse per la mente, chi aspettava, chi l’aspettava, cosa l’attendeva…Ecco, quando dico che la fotografia aiuta a fuggire è perché porta a queste considerazioni.

Lei è un siciliano in esilio. Come molti. Come me del resto. La Sicilia è mistero. E’ un “continente” di bellezze, di dolcezze e di atrocità. Di contraddizioni, di giuramenti violati. Dalla Sicilia si vuole fuggire. Ma lo si fa col pianto, col rimorso, con il cuore ferito. E si ritorna. Sempre. Perché?

Si fugge pieni di rancori. Di stizza. E’ una fuga che lascia piaghe e lacerazioni incolmabili. Si pensa alla Sicilia da lontano con altrettanto rancore e stizza. Ma sono i sentimenti di un innamorato tradito. Che sempre innamorato rimane. E che dentro di sé non vede l’ora di trovare un appiglio per giustificare il proprio ritorno.

Il ritorno è un fallimento o un successo?

Me lo sto domandando da tempo. Non lo so. Quando sono andato via la frase che mi accompagnava era: “manco morto!” Avevo venticinque anni. Ora ne ho settantuno e con mia moglie abbiamo comprato una casa a Ortigia, a Siracusa. La Sicilia è un posto difficilissimo per viverci, ma meraviglioso per morirci.

C’è qualcosa nello sguardo del siciliano che lo fa unico, che lo caratterizza. Mi verrebbe da dire che è come lo sguardo di una donna: “non è mai banale, c’è sempre un perché e tanti forse…”

Sciascia diceva che “la Sicilia è uno dei posti più interessanti del mondo… Purtroppo!” Tutto è racchiuso in quel “purtroppo”.  La peculiarità dei siciliani sta nel considerarsi speciali. Probabilmente non siamo affatto speciali. Però la nostra specialità sta proprio nel considerarci speciali! Verità a parte, gli sguardi dei siciliani hanno una dimensione più ampia di quelli di tante altre genti”.

Gesualdo Bufalino, Leonardo Sciascia, hanno parlato spesso della luce della Sicilia. Un elemento altro che la caratterizza e crea emozioni. Quanto quella luce ha influenzato le sue scelte fotografiche? E quale differenza ha notato con la luce di altre parti del mondo?

La fotografia è una dialettica tra la luce e l’ombra. La luce della Sicilia mi ha influenzato in modo determinante. Ha creato una condizione non solo fisica, ma anche esistenziale. E’ il discorso della profondità che arriva alla superfice. Per Cartier-Bresson, nato in Normandia, un posto dove la luce è poca e l’ombra persistente, esotico era il sole. Quelle situazioni ambientali hanno certamente caratterizzato la sua vita e la sua fotografia, e hanno fatto emergere il suo sentimento più “intimo”. Per me esotica è la nebbia. La condizione costante del mio percepire è la luce, pur non disconoscendo l’importanza dell’ombra. In sostanza, ci si abitua a vedere il mondo culturalmente, ideologicamente, psicologicamente, sul piano del gusto, con lo stesso tipo di attenzione a questa dialettica drammatica, la quale diventa una metafora del mondo. Non a caso, Bufalino parla di “luce e lutto” a proposito della Sicilia, e non di ombra. Sono contrapposizioni che comunque favoriscono l’armonia.

Parlando del grande fotografo Jacques Henri Lartigue, lei afferma di invidiarle la leggerezza. Elemento forse precluso a un siciliano. Ci spieghi perché.

Non la può avere perché lo spettacolo in Sicilia è normalmente troppo violento, esagerato. Da noi tutto è eccessivo! L’amicizia, l’amore, il senso della famiglia, quello di appartenenza, sono fortissimi. Così come il sentimento negativo dell’odio, del disprezzo. E quello della morte, che si cerca di esorcizzare con manifestazioni collettive di grida, di disperazione, di contorcimenti vari.

Anche la terra è fisicamente prepotente, dirompente, tumultuosa, fascinosa, vitale e mortale nello stesso tempo.

Il sole è un elemento di forza spropositato. Dà la vita, ma può far morire la natura e gli uomini. E la pioggia, che spesso latita, quando cade allaga ogni cosa. E poi i colori e gli odori sono intensi, inebrianti.

E così i cibi, ricchissimi di elementi dai sapori contrastanti, dell’agro e del dolce, che però coniugano un’armonia magica di sapori.

Quindi come si fa a essere leggeri? La leggerezza può essere un’aspirazione ad avere una distanza giusta dalle cose e dalla vita. Può essere un fatto estetico, culturale. Ma è una cosa difficile per un siciliano.

Lei ha dato dell’amicizia una definizione intensa e suggestiva. “Lo scambio di chiavi delle rispettive cittadelle individuali. E’ l’acquisizione del reciproco diritto di utilizzare ciascuno dell’altro gli occhi, la mente, il cuore”. Mi dica, quanti “amici” ha?

Ho avuto e ho pochi amici. Ma sono stati la mia ricchezza, perché con loro ho vissuto tutto quello che indico nella definizione di amico. Certo, oggi le parole assumono spesso significati altri rispetto a quelli della loro etimologia. “Amico” nell’era di facebook è colui con il quale scambio messaggi attraverso la rete. E così si hanno milioni di “amici”. Ma questi non hanno nulla a che vedere con il senso, la forza, il sentimento dell’amicizia. Lo stesso vale per la parola “amore”. Allora ci si accorge di trovarsi in un mondo dove tutto è edulcorato, finto, virtuale, fasullo. E non di rado, anche chi non vuole cadere in queste trappole, rischia invece di incapparci.

L’amicizia è più importante dell’amore?

Sì, perché nell’amore c’è un certo tipo d’interesse. La molla può essere la sessualità… Ma tra due amici non c’è interesse alcuno. Una persona di cui ti sei innamorato la devi sedurre, un amico no, perché l’amicizia è una forma di cristallizzazione di tipo diverso. L’amicizia sta nel dire ad un amico che il libro che entrambi abbiamo letto è bellissimo, e lui rispondere che è una porcheria, e non avere alcun rancore, anzi sentirsi stimolato a capire il perché delle due differenti visioni.

Il titolo di un suo libro è “Le forme del Kaos”. E’ una metafora della vita e dell’arte?

Ho voluto fortemente questo titolo, anche contraddicendo per una volta Sciascia, il quale aveva quasi sempre ragione, perché mi sembrava che assomigliasse alla mia idea della vita e della filosofia: una costante ricerca di senso e di forma. Ma quel titolo ha anche il vantaggio di essere ossimorico come spesso lo sono titoli che do alle cose che faccio. E’ una mia “passione geometrica”. So che la geometria senza la passione non ha senso e il caos non è affrontabile intellettualmente se al suo interno non si cerca un senso. La fotografia è obiettiva perché ha una forma tecnologica che la rende tale, ma contemporaneamente offre a chi la guarda la possibilità di vederci quello che sente di percepire.

E’ la vanità la molla della comunicazione?

Direi più il desiderio di approvazione, di riconoscimento, che soprattutto in età giovanile trasmette una forza non indifferente. Con il tempo però questo desiderio, se uno non è proprio “un fissa” (“fesso” in italiano- ndr), si placa molto. Certo trovo soddisfazione nell’approvazione delle persone, ma fino a un certo punto. Così come meno mi addolora la disapprovazione altrui. Gli altri mi interessano. Scrivo e fotografo per loro, perché interessa me. Se a loro non piaccio…pazienza!.

Misone, filosofo greco del VI secolo a.C. diceva che “occorre studiare le parole a partire dalle cose, non le cose a partire dalle parole”. Non le pare che oggi, in gran misura, la comunicazione si avvale della seconda scelta?

Sciascia sosteneva che ci sono gli scrittori di cose e quelli di parole. Sembra una contraddizione letteraria, perché in letteratura le cose sono parole, però l’utilizzazione di quelle parole può allontanarsi moltissimo dalle cose. Allora, sì, bisogna partire dalle cose. E oggi lo si fa poco e male. Curiosamente però mi domando se un fotografo possa essere fotografo di immagini, oppure fotografo di cose. Facendo un parallelo con la letteratura, un fotografo che si occupa dalla superficie delle relazioni visive è un fotografo di parole, di immagini. Invece un fotografo le cui forme nascono da una passione per la realtà è un fotografo che racconta forme che hanno a che fare con la vita. A me interessano gli scrittori di cose e i fotografi che raccontano storie.

Si considera un realizzatore di ossessioni?

Forse sì, a giudicare da quello che dicono alcuni. Una mia assistente una volta mi ha detto: sai, me ne sono andata anche perché tu almeno tre volte al giorno parlavi della morte. Io? le ho risposto. Sono stupito, solo tre volte? Se va bene ci penso mille volte! Qualcun altro ha scritto che nelle mie fotografie c’è un’ossessione della morte. Forse è così, non so. Magari! dico io. Anche perché penso che i grandi ossessi sono dei grandi artisti. Io invece credo di essere solo un “piccolo artista”.

 

Intervista di Romolo Paradiso 

direttore responsabile rivista ELEMENTI

Fonte: Elementi n.32

Pubblicato in Fotografia

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