Le donne “liberate” dall’obiettivo di Bettina Rheims

Le donne “liberate” dall’obiettivo di Bettina Rheims
« Ho incontrato delle vittime : vittime di violenze, delle donne dimenticate. Molte sono là a causa della miseria morale, a causa della miseria tout court » dichiara Bettina Rheims. Sessanta ritratti di donne detenute, realizzati dalla fotografa francese, sono esposti al castello di Vincennes, vicino Parigi, fino al 30 aprile.

Un luogo simbolico, visto che nel maschio del castello furono imprigionate molte persone sconosciute, come lo sono queste donne, e altre più famose come Henri IV, Mirabeau o il marchese de Sade.

Niniovitch ha le lacrime che le scivolano lungo il viso e due braccia muscolose d’atleta, Vaita stringe una rosa bianca, simbolo di purezza, mentre il suo sguardo si perde in un’espressione di dolore…Questi sono alcuni dei ritratti delle detenute esposti nella Santa-Cappella del castello di Vincennes, come fossero delle madonne in delle pale d’altare.

« Ho avuto la possibilità di incontrare spesso Robert Badintern, noto avvocato e politico francese, che per diversi anni mi ha ripetuto : "Bettina, dovreste interessarvi a queste donne che nessuno vuole vedere"», spiega in alcune interviste la fotografa che, dall'inizio della sua carriera negli anni 70, non cessa di interrogare le convenzioni e la femminilità. Dopo un anno di trattative con l'amministrazione penitenziaria, Bettina Rheims ha avuto accesso a quelle che rappresentano meno del 4% della popolazione carceraria in Francia, cioè circa 2.400 detenute.

Bettina Rheims, nel 2014, ha trascorso un lungo periodo in diverse prigioni francesi per realizzare il suo progetto, percisamente in quattro penitenziari : a Lione, Poitiers, Roanne e Rennes. Ogni volta improvvisava uno studio fotografico per accogliere queste donne che, accordandole la loro fiduacia, le hanno raccontato la loro vita, il loro crimine, i loro amori, i loro figli, il loro dolore e la loro solitudine.

«Quest'idea mi ha ossessionato per molto tempo. Si parla spesso degli uomini, della radicalizzazione jihadista, della violenza in prigione, ma troppo poco delle donne. Della loro vita quotidiana, di come cercano di non perdere la loro femminilità, lontano dalla loro famiglia, dai loro bambini, in condizioni materiali difficili », continua Bettina Rheims.

Accanto agli scatti solo alcuni brevi testi ispirati delle note che Bettina Rheims ha registrato sul suo telefono, ogni sera, nella sua camera di hotel, dopo gli shotting. Nelle parole emergono la violenza e la miseria di cui queste donne sono state spesso vittime prima di essere incarcerate. Storie di droga, l'alcool, di piccola delinquenza, e un grande bisogno d'amore.

« In prigione, le donne non si osservano e una donna che non si osserva perde qualcosa di profondo di se stessa», afferma l’artista. «Una grande solitudine si installa. Volevo aprire loro una piccola finestra, dare loro un'immagine di sè stesse affinché possano dirsi: io esisto ».

Incastonate in delle bacheche di metallo, sotto la volta della Santa-Cappella del XIV° secolo, illuminate dalla luce che trapassa le vetrate policrome, queste donne assumono quasi un’aurea di redenzione. La scenografia volontariamente moderna e dal forte gusto industriale è dell'architetto Nicolas Hugon.

Gli scatti su fondo bianco, privi di qualsiasi elemento che possa fare riferimento al contesto, le fa apparire come delle donne « normali », libere di esprimere la loro personalità senza filtri.

Dal 1° giugno al 4 novembre, l'esposizione sarà presentata al castello di Cadillac che, fino agli anni 50, era una prigione femminile.

Pubblicato in Fotografia
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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