Memorie della giungla di Calais

Memorie della giungla di Calais Bruno Serralongue - Stazione di ricarica dei telefoni, Calais, 2015
Attraverso alcune serie d’immagini, "Calais – testimoniare la giungla", l’esposizione del Centro Pompidou di Parigi mette in discussione, fino al 24 febbraio 2020, la rappresentazione di un fenomeno globale, un grande soggetto politico e sociale del nostro tempo, quello della migrazione.

La mostra affronta la situazione dei rifugiati e degli esiliati che hanno vissuto in un accampamento alla periferia della città di Calais, nel nord della Francia, soprannominata la giungla, prima del suo smantellamento nell’ottobre 2016. Da qui i migranti cercavano, e cercano ancora, di raggiungere le coste dell’Inghilterra.

L’esposizione esplora le varie prospettive e ruoli che hanno le immagini, presentando tre approcci differenti: quello dell’Agenzia France-Presse e i suoi cliché diffusi dai media di tutto il mondo, quello dell’artista Bruno Serralongue e il suo progetto Calais (2006-2018) e, infine, quello degli ex-abitanti della "giungla" e loro testimonianze.

Calais – testimoniare la "giungla" vuole essere uno sguardo su una realtà sociale e politica europea, ma anche una riflessione sui diversi spazi e tempi dell’immagine: informazioni immediate, trasmesse da giornali e dai siti web in tempo reale, e talvolta non verificate e/o poco analizzate criticamente per rispondere alle esigenze della “consumazione di notizie” contrapposte alla lentezza e la distanza dell’opera artistica di Bruno Serralongue nei confronti dei media. Il suo lavoro è stato realizzato in più anni, in diversi momenti, avendo sempre come cuore il soggetto rappresentato, senza filtri. Infine, le immagini realizzate dagli ex-abitanti della giungla con i loro cellulari: tracce d’incontri, di amicizie, della comunicazione con i familiari lontani, documenti di una vita in transito.

Bruno Serralongue non ha vissuto nell’accampamento, vi si è recato puntalmente per realizzare i suoi reportages. «Mi sarebbe sembrato falso, ipocrita, vivere con loro, avendo un’altra condizione sociale: ho voluto mantenere la mia posizione di fotografo, di testimone, non di protagonista». E aggiunge: «Ogni scatto ha preso il suo tempo, il tempo della riflessione, del dialogo con le persone fotografate. Non mi sono voluto imporre, ma rispettare la loro intimità, la loro personalità».

Tra gli scatti molti oggetti semplici della quotidianità, espressione della ricerca di una “normalità” nella vita di ogni giorno, anche in un campo rifugiati di circa 10.000 individui. I cliché testimoniano il transito di questi uomini che attraverso le firme e le scritte sui muri, di quelle che loro chiamavano “case”, hanno voluto lasciare un segno del loro passaggio, affermare la loro esistenza in quanto “uomini”, e non come numeri sotto l’etichetta rifugiati, migranti, extracomunitari, o peggio di ladri, violenti o assassini, come troppo spesso, senza nessuna morale o etica professionale alcune persone e media definiscono queste persone, incitando all’odio.

Bruno Serralongue ha voluto vedere con i suoi occhi e documentare con il suo obiettivo cosa realmente accadeva nella giungla di Calais. «Troppo spesso i media deformano la realtà, ne evidenziano un solo e particolare aspetto, ingrandendolo, deformandolo, allo scopo di aumentare gli ascolti o le vendite.» La mancanza di fiducia in questo sistema dell’informazione, ha spinto il fotografo a recarsi nel nord della Francia e a testimoniare la vita nella giungla.

L’immagine globale è quella della grande e grave situazione di estrema fragilità dell’essere umano, alcuni di loro si sono costruiti con del materiale di recupero degli strumenti musicali, altri dipingono, in uno stato psicologico simile a quello di un detenuto, l’occupazione principale è passare il tempo, aspettando di ripartire. 

«Oggi nei pressi dei resti della giungla, vivono circa 400/600 persone a cui è vietato accamparsi», ci racconta Bruno Serralongue. La polizia distrugge ogni giorno quello che potrebbe essere ai loro occhi un principio di un’altra giungla. 

Le testimonianze di rifugiati, esiliati e migranti offrono un’altra lettura degli eventi e delle condizioni di vita degli abitanti della "giungla". Nella terza parte dell’esposizione, le loro foto e i video mostrano un’altra realtà, l’opposto della medaglia, quello che troppo spesso i media non raccontano. Il cellulare, lontano da essere uno status symbol, è un vero strumento di comunicazione, per restare in contatto con la famiglia, per inviare e ricevere le notizie, uno strumento di navigazione durante le loro odisse, e una telecamera per documentare. Una foto scattata da un ex “residente” del campo mostra un cartello con su scritto “everybody is welcome”, tutti sono i benvenuti. 

Le fotografie presentate al Centro Pompidou non sono solo quelle di dilettanti ma anche di artisti e professionisti dell’immagine. Tra questi ci sono Shadi Abdulrahman, Riaz Ahmad, Alpha Diagne, Zeeshan Haider, Ali Haghooi, Fadi Idris, Babak Inanlou e Arash Niroomand. Quest’ultima parte presenta, accanto alle loro fotografie, il nuovo film del giovane autore iraniano Babak Inanlou. Nella terza parte sono esposti inoltre i cianotipi realizzati da alcuni rifugiati, e l’opera del collettivo "Jungleye", costituito da un gruppo di fotografi rifugiati che ha documentato da novembre 2015 la vita quotidiana della più grande baraccopoli in Francia: momenti di convivialità attorno al fuoco con le piogge di gas lacrimogeni, la lotta contro il fango e le fredde passeggiate improvvisate sulla costa Opal. 

La mostra è stata curata da Florian Ebner. Parte delle fotografie di Bruno Serralongue sono state acquisite recentemente dal Museo Nazionale di Arte Moderna di Parigi. Calais – testimoniare la "giungla" è una invito a pensare alle immagini che vanno oltre le categorie e le tipologie tradizionalmente a loro attribuite (giornalistico, documentario, amatoriale) e a riflettere sull’impatto e l’influenza che hanno su di noi.

Pubblicato in Fotografia
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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