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Rêve d'Humanité | Il volto dei rifugiati

Rêve d'Humanité | Il volto dei rifugiati
Chi cammina lungo le Berges de Seine a Parigi, davanti al museo d’Orsay, non potrà non aver notato esposizione Rêve d'Humanité di Reza Deghati, bellissima e di grande impatto visivo ed emozionale.

Fino al 12 ottobre gli scatti monumentali del fotogiornalista franco-iraniano resteranno esposti a testimoniare il risultato del suo lavoro di anni come testimone di conflitti e come operatore dell’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), e  quello svolto nel dicembre 2013  nel quadro del progetto Exile Voices. Reza ha affidato la macchina fotografia a venti ragazzi tra i 12 e i 17 anni, dando loro il compito di documentare la loro vita quotidiana nel loro campo profughi kurdo iracheno e siriano di Kawergosk.

La qualità delle fotografie prese dai bambini è andata oltre a tutte le sue speranze. La loro spontaneità nel catturare i momenti delle loro esistenze, la freschezza dei loro sguardi sulla vita nell'ambito del campo conferisce una forza insospettata a queste immagini che sembrano a volte insignificanti, ma la cui verità è più forte di tanti discorsi.

L'opera rende omaggio all’UNHCR ed invita ad una riflessione attorno a sette messaggi, elementi essenziali dei nostri valori umani. Il numero sette è simbolico per molte culture, per questo motivo sono state scelte sette parole emblematiche, scritte in tante lingue : solidarietà, rispetto, pace, ospitalità, amicizia, dignità e speranza.

«Sono convinto che l’educazione visuale possa essere un motivo di speranza per questi ragazzi. Le immagini scattate sono lo specchio della loro vita al campo: c’è la gioia e c’è il dolore. È la bellezza di queste fotografie. Ai ragazzi ripeto sempre che non sono venuto a insegnargli come fare una bella foto, ma che voglio dargli uno strumento attraverso il quale possano mostrare, con il linguaggio universale delle immagini, quello che vivono.»  Con i loro scatti vogliono gridare al mondo la profonda ingiustizia che stanno vivendo. «Hanno perso il loro paradiso d’infanzia, e non solo: anche la possibilità di andare a scuola, di avere un’educazione. È per questo motivo che lavoro con loro».

L’esposizione si divide in due sequenze, la prima presenta le fotografie scattate da Reza negli anni, tra cui anche la bellissima della famiglia fatta in Afganistan che ricorda in modo incredibile l’iconografia della Fuga in Egitto (Madonna, San Giuseppe e gesù bambino ndr), dove una donna a dorso d’asino tiene in braccio un bambino accompagnata da un uomo. Solo che la scena non si svolge nel deserto, ma durante una tempesta di neve dopo un terremoto. «Mi era stato chiesto di fare il capo operazione nel nord dell’Afganistan. Dovevamo distribuire cibo e altro generi di prima necessità alle persone. Purtroppo c’è stato un terremoto. Allora ho preso la gip per andare a vedere se c’era qualcuno d’aiutare, ma mi sono perso a causa della neve. A un certo punto vedo un punto nero avvicinarsi. Afferro la mia macchina fotografica, che ho sempre con me, e scendo dal veicolo. Comincio a scattare. Era una famiglia, riconosco le coperte che avevo dato qualche giorno prima. Anche l’uomo  mi riconosce e mi ringrazia: se non avesse avuto le coperte non si sarebbe mai avventurato nella tempesta per salvare sua moglie e suo figlio. Ma le aveva. A mia volta l’ho ringraziato, perché se non l’avessi incontrato non sarei mai stato capace di ritrovare la strada per il campo».

Reza durante la visita ha spiegato ogni storia che sta dietro ai suoi scatti, sono tutte emozionanti e testimoniano il suo impegno per aiutare gli altri e mostrano, non tanto il suo operato, ma la vita di queste persone che ha incontrato. L’esposizione infatti è un omaggio a loro, il maxi puzzle di volti – un pannello monumentale di 370 mentri di lunghezza - è l’immagine della grande famiglia umana, di cui anche noi facciamo parte. I volti scelti sono tutti di persone che guardano avanti, lo sguardo diretto, sembrano guardarci negli occhi e sorriderci, perché nonostante tutto conservano la speranza.

Speranza è l’ultima delle sette parole di questo viaggio lungo le Berges de Seine. Anche perché come dice il detto “è l’ultima a morire” e senza la quale non c’è vita. Grazie alla loro creatività questi ragazzi scoprono la loro forza di resistere, di combattere le avversità. Ed ecco, quasi a concludere l’esposizione a cielo aperto, un altro gigantesco mosaico di foto realizzate dai ragazzi.

Dopo il maxi puzzle di visi, si apre la seconda sequenza di foto, questa volta scattate dai ragazzi che hanno frequentato il corso nel campo rifugiati. Sono giovani che si sono impegnati con una passione e un rigore straordinari, forse anche perché è un modo di superare la drammaticità del loro quotidiano. Il fotoreporter afferma, senza essere smentito dai fatti, che «sono dei veri geni». La fotografia di Maya Rostam in cui le dita dei suoi compagni creano il sole ha diversi significati: sole come simbolo dei curdi, le mani dell’unità e dell’amicizia, nonché tutto quello che il sole rappresenta per i popoli da sempre.

Tra gli scatti c’è anche un’altre foto realizzata da Maya, sono delle scarpe congelate. «Il corso era cominciato da un’ora e la bambina non era ancora arrivata. Quando entra la riprovero, perché cerco comunque di mantenere una certa autorità. Ma lei si avvicina e mi mostra la foto dicendomi: “Ecco la causa del mio ritardo; ho dovuto aspettare che sgelassero per rimmetterle”. Confesso che in quel momento ho duvuto lottare contro la commozione.»

Reza sottolinea spesso il fatto che «i rifugiati sono persone come noi, ci sono molti professionisti (tra cui anche un giornalista che lo ha supportanto durante i corsi ndr) che un momento della loro vita sono stati costretti ad abbandonare tutto e tutti per partire, spesso con le loro famiglie, e cercare di sopravvivere». Rifugiati, migranti, queste parole hanno tolto a tanti esseri umani il loro statuto di persone: attraverso le sue fotografie ed esposizioni, il fotografo vuole ridar loro dignità di uomini, donne e bambini. 

A ottobre Reza ripartirà per un nuovo corso, convito come sempre che la soluzione per queste persone e anche per noi è l’apertura verso l’altro.

Pubblicato in Fotografia
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

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