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L’INPS e le pensioni all’estero

Tito Boeri e Giuseppe Conte Tito Boeri e Giuseppe Conte ©Gabriele Guida
È stato presentato il 29 Settembre, a Roma presso Palazzo Wedekind, il rapporto dell’Inps sulle pensioni all’estero, curato da Giuseppe Conte, direttore centrale Convenzioni Internazionali e Comunitarie dell'Istituto Nazionale di Previdenza Sociale.

 

 

È stato Tito Boeri, Presidente dell’Inps, ad introdurre il rapporto e ad evidenziare i tre punti fondamentali che emergono da questo lavoro di analisi.

Il primo è quello che è stato chiamato “social free riding” e cioè quell’accumulo di prestazioni  versate da immigrati che una volta rientrati nel loro paese d’origine non si son fatti liquidare le pensioni dall’Inps. Questo fenomeno viene calcolato principalmente sulle persone con nazionalità non italiana nate prima del 1949, in quanto sono loro il target che più probabilmente rientra nei requisiti pensionistici ante 1996. Nel 1996 infatti, con la riforma Dini, venne introdotta una svolta a livello previdenziale. Da quell’anno tutti i nuovi assicurati poterono beneficiare di una pensione di vecchiaia al compimento dell’età di 66 anni, senza più dover rispettare anche i requisiti assicurativi e contributivi richiesti per la generalità del lavoro. Questo ha fatto sì che molti immigrati, il 21% rispetto al campione analizzato, una volta andati via dall’Italia, hanno lasciato nelle casse dell’Istituto una quantità di contributi che, capitalizzati in base alle regole del contributivo, sono calcolati oggi attorno ai 3 miliardi di euro. E nonostante la normativa del ’96 si prevede comunque una crescita di questo fenomeno. Un altro accumulo si ha inoltre sulla percentuale di posizioni contributive ante ’96. Se, ad oggi, queste posizioni hanno erogato 56 miliardi di euro, capitalizzati, e si calcola che il 21% non percepirà pensioni, allora di questa cifra 12 miliardi di montante contributivo non daranno luogo a pensioni.

L’ultimo accumulo, che però si capitalizzerà nel corso del tempo, è ricavato dagli immigrati di oggi. Si calcola che gli stranieri versino contributi tra i 7 e gli 8 miliardi di euro ogni anno. Se di questi anche solo il 5%, rispetto al 21% degli ante ’96, non dovesse percepire la pensione, avremmo un flusso annuale di 375 milioni di euro.

Alla luce di questi calcoli, l’Inps pone una domanda importante alle istituzioni ed al governo: perché non investire parte di questo denaro per politiche di integrazione degli immigrati? Una tale politica, secondo Boeri, risolverebbe senza dubbio problemi concreti che attualmente viviamo ma, inoltre e soprattutto, potrebbe al nostro Paese un vantaggio economico e fiscale affatto trascurabile.

Il secondo punto che il rapporto mette in evidenza è quello della fuga dei pensionati. Un fenomeno sempre più in espansione anche se non ancora a livelli critici. È già qualche anno che si registra un aumento di pensionati che scelgono di risiedere all’estero. In un’intervista rilasciata a Francesco Battistini per il Corriere della Sera più di un anno fa, Giorgio Fanfani, figlio di Amintore, racconta la sua esperienza di pensionato a Tunisi: “Ho fatto due conti e non me la sono sentita di restare a Roma, a fare una vita grama. Nulla, di quel che c’era nell’Italia pensata da mio padre, è riscontrabile nell’Italia di oggi. La Tunisia invece ricorda molto i nostri anni ’50-’60, ma con più infrastrutture e più aiuti dall’estero: il tempo qui è dilatato, i ritmi sono meno forsennati. Mi sono iscritto a una palestra, studio l’arabo, cucino, ho più tempo per stare con la mia compagna Eleonora. Siamo a un’ora dall’Italia, ma è come se ci avessi messo in mezzo un continente”. Non è per una meta esotica ma fondamentalmente per una maggiore “leggerezza fiscale” (anche grazie ad accordi internazionali) che molti (36.578) pensionati hanno scelto di espatriare, dal 2003 al 2014. Una maggiore vivibilità, un costo della vita ridotto, in soldoni la possibilità di far fruttare molto meglio ciò che qui, spesso, non basterebbe per arrivare a fine mese. Oceania ed Africa (del Nord) sono state sino ad ora le principali mete. Ma anche America, Canada, Argentina. In Europa a farla da padrone è il Portogallo, che per i pensionati italiani residenti nel proprio territorio prevede una tassazione sulla pensione al di sotto del 15% per i primi dieci anni. Un’emozione non indifferente vedersi quasi raddoppiare le proprie entrate. Ma il fenomeno analizzato dal rapporto non si concentra solo ed esclusivamente sugli italiani che hanno scelto di andare a vivere all’estero, ma anche su stranieri che, dopo venti o trenta, anni di lavoro hanno scelto di tornare nel proprio paese e, a differenza di quella percentuale che fa parte del fenomeno del free riding, percepisco la pensione maturata in Italia. È su questo punto che Boeri pone l’attenzione, sollecitando una politica più lungimirante e competitiva con interventi che prevedano un investimenti nei servizi per gli anziani e che così richiamino pensionati stranieri a vivere qui nel nostro Paese, che ha tutte le caratteristiche climatiche e paesaggistiche adatte. Questo, sempre secondo il presidente dell’Inps, porterebbe nel pratico anche nuove opportunità di lavoro, nelle strutture stesse e nel circostante ad esse.

L’ultimo punto, infine, che viene messo in evidenza e per il quale, non poco, è stato ammonito il governo nel corso della presentazione, riguarda il fatto che l’Italia è uno dei pochi paesi a riconoscere la portabilità extra-UE della parte non-contributiva delle pensioni, pagando così integrazioni al minimo e maggiorazioni sociali a persone che vivono e pagano le tasse in altri paesi, riducendo il costo dell’assistenza sociale in quei paesi, mentre in Italia non abbiamo una rete di assistenza sociale di base. E questo accade sia in paesi dove il reddito pro capite è inferiore al nostro, sia in paesi dove questo è nettamente superiore, come America e Canada.

Perché allora non smettiamo di pagare prestazioni non contributive all’estero, e non investiamo in una rete di assistenza sociale garantendo il reddito minimo? È questa l’ultima domanda che Boeri pone al termine della presentazione di questo interessante rapporto, l’ultimo importante spunto su cui riflettere ed eventualmente intervenire.

Pubblicato in Attualità

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