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"7:19", dal Messico un film duro sull'esperienza del terremoto

foto di scena foto di scena ufficio stampa Festival
Alla festa del cinema di Roma presentato il film di Jorge Michel Grau. Un survivor movie potente e originale.

Città del Messico, 19 settembre 1985. Siamo di prima mattina in un palazzo governativo: la macchina da presa si muove in un piano sequenza all’interno della hall. Vediamo un via vai di persone, un guardiano che sta all’ingresso, seduto su un tavolo,  una ragazza in compagnia della madre che chiede informazioni, un manager che lavora nel palazzo al colloqui con delle persone. Qui i dipendenti sono tutti convocati di prima mattina per una riunione straordinaria. Improvvisamente, alle 7 e 19 del mattino, qualche scossone anticipa uno dei terremoti più catastrofici avvenuti nel paese. In pochi secondi il palazzo si sbriciola e seppellisce sono nove piani di cemento e lamiere tutti gli occupanti. In mezzo alle macerie i pochi sopravvissuti, tra questi Marti, il guardiano notturno, e Fernando, un alto funzionario statale, si ritrovano bloccati da tonnellate di cemento, all’oscuro e alla ricerca disperata di aiuto. Tra di loro un dialogo fitto  e costante, pronti a  tutto per rimanere svegli e  riuscire ad uscire svegli da quell’inferno.
Jorge Michel Grau, cineasta messicano  Roma porta al suo secondo lungometraggio (il primo è del 2010 “Somos lo que hay”, selezionato per la sezione Quinzaine des Réalisateurs a Cannes), realizza un’opera innovativa  e originale soprattutto per la modalità narrativa adottata: in pratica “7:19” è  uno spin off del concept del film “Buried” di qualche anno fa. Posizionare la macchina da presa per novanta minuti  accanto a protagonisti immobilizzati in un ambiente chiuso e claustrofobico. In questo caso, l’obiettivo è far provare allo spettatore in prima persona l’esperienza devastante di un terremoto, e soprattutto, di un superstite.
Innanzitutto colpisce il grado di claustrofobia generato da un’esperienza del genere. Dopo un’ora e mezza ti vorresti alzare dalla poltrona e fare due passi. Anche se è una fiction, vedere da vicino una persona sotto nove piani di cemento, è un’esperienza anestetizzante per i sensi. Già i sensi. i il pregio maggiore di “7:19” è proprio quello di essere un film sensoriale all’ennesima potenza:  un survivor movie nel quale l’oscurità,  i lampi di luce improvvisa, i suoni del cemento che crolla e le lamiere che si accartocciano, giocano un ruolo decisivo  per l’efficacia dell’opera. I protagonisti sono dannati all’interno di un girone dantesco, non si possono muovere, vedono con difficoltà ed è impossibile quantificare il tempo che passa.
Un’esperienza durissima che non vorremmo augurare a nessuno. E a vedere quelle immagini , per noi spettatori italiani, la mente è andata subito ad Amatrice e dintorni, in quel terribile 24 agosto 2016.


Pubblicato in Cinema
Giacomo Visco Comandini

Laureato alla Sapienza, dal 2008 è uno dei redattori di Enel.tv, la televisione aziendale di Enel. Appassionato di cinema, ha collaborato per la rivista Filmaker’s MagazineIl Riformista e la Repubblica

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