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14 anni senza Richard Harris, "uomo chiamato cavallo" e Marco Aurelio de "Il gladiatore"

Richard Harris con Sean Connery ne "I cospiratori" di Martin Ritt Richard Harris con Sean Connery ne "I cospiratori" di Martin Ritt
Quattordici anni fa moriva il grande attore irlandese.

Nato a Limerick - in Irlanda - nell’ottobre 1930, figlio di proprietari di un mulino, cresce in una fattoria - sviluppando quell’amore per l’ambiente e per gli animali che conserverà anche nel corso della sua carriera - e all’età di nove anni comincia a giocare a rugby, sport a cui subito si appassiona.

Nel ’54 una leggera forma di tubercolosi lo costringe ad abbandonare il rugby - che ormai praticava a livelli agonistici (nel ’49 e nel ’51 era stato anche riserva della nazionale irlandese) - e, seguendo il consiglio di un’amica, si iscrive ad una scuola di recitazione, rivelando fin da subito un ragguardevole talento. Un talento che non passa inosservato.

Dopo circa tre anni di teatro - attività che proseguirà in modo piuttosto regolare per oltre vent’anni, nel ’57 esordisce al cinema in un ruolo secondario in Alive and Kicking di Cyryl Frankel e in un episodio di ITV Play of the Week e ITV Television Playhouse.

Dopo altri incisivi ruoli secondari (Il fronte della violenza - 1959 - di Michael Anderson, in cui lavora con James Cagney, Don Murray e Glynys Jones, I giganti del mare - 1959 -, anch’esso diretto da Michael Anderson e in cui recita con Gary Cooper - al suo penultimo film -, Charlton Heston - nello stesso anno del celeberrimo Ben Hur di William Wyler -, Virginia McKenna e Michael Redgrave, Cospiratori - 1960 - di Tay Garnett, in cui lavora con Robert Mitchum, il bellico I cannoni di Navarone - 1961 - di Jack Lee Thompson, interpretato da Gregory Peck, David Niven, Anthony Quinn, Irene Papas, Anthony Quinn, e Stanley Baker, La pattuglia dei 7 - 1961 - di Leslie Norman, Gli ammutinati del Bounty - 1962 - di Lewis Milestone, in cui lavora con Marlon Brando e Trevor Howard), nel ’63 interpreta il suo primo ruolo da protagonista: l’irruento e autodistruttivo giocatore di Rugby in Io sono un campione di Lindsay Anderson, considerato uno fra i capolavori del Free Cinema inglese degli anni Sessanta, e con cui ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista e vince la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Nel ’64 sbarca in Italia e interpreta il ruolo dell’architetto amante di Monica Vitti in Deserto rosso di Michelangelo Antonioni. Dal grande regista ferrarese verrà diretto anche l’anno successivo ne Gli amanti celebri, episodio de I tre volti (1965).

Dopo il suo “periodo d’oro”, in cui interpreta sia ruoli da coprotagonista (il bellico Gli eroi di Telemark - 1965 - di Anthony Mann, interessante film sulla resistenza dei norvegesi contro i tedeschi durante la Seconda guerra in mondiale e in cui lavora con Kirk Douglas, il western Sierra Charriba - 1965 - di Sam Peckinpah, in cui recita con Charlton Heston, James Coburn e Warren Oates, Hawaii - 1966 - di George Roy Hill, in cui lavora con Max Von Sydow, Julie Andrews e un Gene Hackman pre Il Braccio violento della legge, La Bibbia - 1966 - di John Huston) sia da protagonista (Camelot - 1967 - di Joshua Logan, in cui interpreta Re  Artù di Camelot - ruolo che riprenderà più volte anche a teatro -, e con cui vince un Golden Globe, Caprice - La cenere che scotta - 1967 - di Frank Tashlin, I cospiratori - 1970 - di Martin Ritt, in cui lavora con Sean Connery in una “gara di bravura” in cui, obiettivamente, stabilire un “vincitore” sarebbe impresa piuttosto ardua, Cromwell - 1970 - di Ken Hughes, il celebre western Un uomo chiamato cavallo - 1970 - di Elliott Silverstein, considerato [insieme ai quasi coevi Ucciderò Willy Kid - 1969 - di Abraham Polonsky, Piccolo grande uomo - 1970 - di Arthur Penn, Soldato blu - 1970 - di Ralph Nelson -. Uomo bianco… va col tuo Dio! - 1971 - di Richard C. Sarafian, e Corvo rosso… non avrai il mio scalpo! – 1972 – di Sydney Pollack) all’unanimità dalla maggior parte degli storici del cinema e dei critici cinematografici come uno fra i migliori western del cosiddetto “New American Cinema”], Un uomo in vendita - 1971 -, scritto - insieme a Wolf Mankowitz - e diretto - insieme a Uri Zohar - dallo stesso Harris, e con cui ottiene una candidatura all’Orso d’Oro al Festival di Berlino, il già citato western Uomo bianco… va col tuo Dio!, rifatto nel 2015 con Revenant - Redivivo di Alejandro Gonzales Inarritu con Leonardo Di Caprio -,  La rossa ombra di Riata - 1973 - di Barry Shear e Samuel Fuller, Il gabbiano Jonathan Livingston - 1973 - di Hall Bartlett, tratto dall’omonimo libro di Richard Bach del 1970, e in cui presta la sua voce al gabbiano Jonathan, il poliziesco Attento sicario: Harry Crown è in caccia - 1974 - di John Frankenheimer, il thriller Juggernaut - 1974 - di Richard Lester, il drammatico Echi di una breve estate - 1975 - di Don Taylor, in cui lavora con una giovanissima Jodie Foster pre Taxi Driver, Cassandra Crossing - 1976 - di George Pan Cosmatos, in cui recita con Sophia Loren e Burt Lancaster, Robin e Marian - 1976 - di Richard Lester, in cui lavora nuovamente con Sean Connery, il western La vendetta dell’uomo chiamato cavallo - 1976 - di Irving Kershner, L’orca assassina - 1977 - di Michael Anderson, in cui lavora con Charlotte Rampling, I quattro dell’oca selvaggia - 1978 - di Andrew V. McLagen, in cui recita con l’amico Richard Burton e con Roger Moore e Hardy Kruger, Il gioco degli avvoltoi - 1979 - di James Fargo, Gli sciacalli dell’anno 2000 - 1979 - di Richard Compton, Un uomo chiamato uomo - 1980 - di Roy Boulting, il western Il trionfo dell’uomo chiamato cavallo - 1982 - di John Hough), negli anni Ottanta ha alcuni anni di “crisi”.

Negli anni Sessanta e Settanta merita d’esser ricordata anche la sua carriera da cantante, con brani quali MacArthur Park (1968), My Boy (1971), Jonathan Livingston Seagull (1973), che porta in tournée in giro per gli Stati Uniti e anche in Europa.

Fra l’84 e il ’90 vive in Europa - fra l’Inghilterra e l’Irlanda - lavorando a teatro, insegnando recitazione - dall’86 all’88 - scrivendo una raccolta di poesie e di racconti (pubblicati nel libro Honor Bound) e interpretando il commissario francese Jules Maigret in Maigret (1988) di Paul Lynch, film televisivo nato come pilot di una miniserie che Harris aveva accettato di interpretare, ma che poi non verrà mai realizzata per via di questioni di budget.

Nel ’90 avviene la sua “resurrezione” cinematografica con il ruolo da protagonista ne Il campo di Jim Sheridan, con cui ottiene una Nomination all’Oscar come Miglior Attore Protagonista e la Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Grazie a tale performance, anche Hollywood - da cui ormai era assente da circa un decennio - si ricorda di lui e lo riingaggia per incisivi ruoli da coprotagonista per film quali Gli spietati (1992) di Clint Eastwood, in cui recita con lo stesso Eastwood, Gene Hackman e Morgan Freeman, Giochi di potere (1992) di Phillip Noyce, in cui lavora con Harrison Ford, Ricordando Hemingway (1993) di Randa Haines, in cui recita con Robert Duvall e Shirley MacLaine, Silent Tongue (1993) di Sam Shepard.

Negli anni successivi, il navigato e “redivivo” Richard Harris continua a lavorare sia in televisione (Abramo - 1994 - di Joseph Sargent, The Great Kandinsky - 1995 - di Terry Winsor, Grizzly Falls - La valle degli orsi - 1999 - di Stewart Raffill, girato in Canada) sia al cinema. Lo ricordiamo ne Il senso di Smila per la neve (1997) di Billie August, tratto dall’omonimo libro del danese Peter Hoeg, nel documentario To Walk with Lions (1998) di Carl Schultz girato in Kenya, nel russo Il barbiere di Siberia (1999) di Nikita Mikhalhov, fino ad arrivare ai suoi ultimi ruoli, per cui è maggiormente noto fra il “grande pubblico” più giovane: quello di Marco Aurelio nel celebre Il gladiatore (2000) di Ridley Scott, in cui lavora con Russell Crowe, Joaquin Phoenix e Oliver Reed - al suo ultimo film -, dell’Abate Faria nel film televisivo Montecristo (2001) di Kevin Reynholds, liberamente (volendo usare un generoso eufemismo) tratto da Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas e in cui recita con Jim Caviezel, e quello del mago Albus Dumbledore, preside della scuola di magia nei primi due film della saga di Harry Potter (Harry Potter e la pietra filosofale - 2001 - e Harry Potter e la camera dei segreti - 2002 -, entrambi diretti da Chris Columbus.

Nel 2005, in occasione di quello che sarebbe stato il suo settantacinquesimo compleanno, lo scultore Seamus Connolly realizza una statua in bronzo a grandezza naturale che raffigura Richard Harris diciottenne mentre gioca a tennis. Tale scultura, scoperta da Russell Crowe nella cerimonia d’inaugurazione, si trova a Kilkee, in Irlanda.

Un'altra statua a grandezza naturale del grande attore irlandese, realizzata da Jim Connolly e raffigurante il suo Re Artù nel film Camelot, è stata realizzata nel centro della sua Limerick.

Nello stesso anno - 2005 -, e poi di nuovo nel 2010, forse per “rimediare” al fatto che l’Academy Awards non gli ha mai attribuito un Premio Oscar - neppure quello alla Carriera - in California viene organizzata una vasta retrospettiva in cui vengono proiettati i migliori film da lui interpretati.

 

 

Pubblicato in Cinema

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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