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Giornata mondiale degli oceani

Giornata mondiale degli oceani
  “Vide 'o mare quant’è bello” recita la celebre canzone dei fratelli De Curtis, ma purtroppo, negli ultimi anni, le condizioni dei nostri oceani vanno sempre peggiorando. Oggi, come ogni 8 giugno, è il Word Oceans Day. 

Questo evento fu proposto per la prima volta dal Canada, nel 1992, al Summit della Terra di Rio de Janeiro, e poi nel 2008 l’Onu decise di istituire ufficialmente la Giornata mondiale degli oceani. Da quel momento in poi, l’8 giugno vengono organizzati, in molti Paesi, convegni, seminari, mostre, festival, eventi, concorsi fotografici in scuole, musei, acquari, centri oceanografici, piazze, università.

Lo scopo di questa iniziativa è quello di focalizzare l’attenzione sullo stato di salute degli oceani, e sull’importanza che hanno sulla vita di tutto il pianeta.

Gli oceani infatti coprono il 71% del nostro pianeta e contengono il 97% dell’acqua sulla Terra, fornendo circa il 50% dell’ossigeno che respiriamo; inoltre assorbono approssimativamente il 30% dell’anidride carbonica generata dalle attività umane, sono fonte di cibo e sostanze nutritive e sono fondamentali nel controllo del clima. Sono una risorsa non solo ambientale, ma anche economica: danno sostentamento a oltre 3 miliardi di persone, risorse e industrie marine e costiere generano circa tremila miliardi di dollari all’anno (il 5% del Pil mondiale), la pesca dà lavoro a più di 200 milioni di persone, direttamente o indirettamente.

Eppure, giorno dopo giorno, li stiamo distruggendo repentinamente. 

A minacciare la salute degli oceani sono diversi fattori: dal riscaldamento globale allo sfruttamento non sostenibile delle risorse ittiche, dal traffico navale alle perforazioni off-shore, ma uno dei problemi maggiori è l’inquinamento da plastica e spazzatura marina che rappresentano l’’80% dell’inquinamento marino. Secondo un dossier del 2016 di Davos, nei mari c’è talmente tanta spazzatura che è come se ogni minuti, ogni giorno dell’anno, un camion della spazzatura, in qualche parte nel mondo, riversasse in acqua tutto il suo contenuto, 8 milioni di tonnellate ogni anno. Gli esperti calcolano che nel 2050 i camion potrebbero diventare quattro.

Un altro problema sono i 51 trilioni di particelle microplastiche, 500 volte più delle stelle nella nostra galassia che minacciano seriamente la fauna selvatica. I detriti marini infatti stanno danneggiando più di 800 specie e diventano ogni anno causa di morte per 1 milione di uccelli, 100.000 mammiferi marini, tartarughe e innumerevoli pesci. Non vediamo la microplastica ad occhio nudo, ma gli scienziati ne hanno trovato traccia negli angoli più sperduti del Pianeta, inglobata nelle rocce, nei ghiacciai, nei fondali marini, nello stomaco di vari animali. 

La situazione diventa ancor più grave se si considera che negli oceani del mondo esistono cinque isole di plastica: due nell’Atlantico, due nel Pacifico e una nell’Indiano. L’isola più famosa è la Great Pacific Garbage Patch che si è formata negli anni Cinquanta e non smette di crescere. Si trova tra la California e le Hawaii e, secondo alcune stime, sarebbe arrivata a 10 milioni di chilometri quadrati.

Ma anche le conseguenze della pesca industriale denunciate da MedReAct, sono gravi, come il rischio estinzione dei pesci di grande taglia, le 20.000 tartarughe catturate dalla pesca a strascico solo nel 2014, la desertificazione dei fondali, gli altissimi costi energetici. I ricercatori hanno verificato che tutti i 39 stock ittici Mediterranei esaminati risultavano sovrasfruttati, primi fra tutti il nasello, pescato anche cinque volte i livelli ritenuti sostenibili.

È per fermare questa grave situazione che l’ONU ha cercato di richiamare l’attenzione di cittadini e governi, dando all’edizione dell’8 giugno 2017 il titolo “I nostri oceani, il nostro futuro” e organizzando a New York la prima conferenza dedicata esclusivamente a questo tema, per definire azioni concrete e comuni, che mirino al raggiungimento del “goal 14” dell’agenda 2030.

 

 

 

 

 

Pubblicato in Ambiente

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