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“La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea” di Gianluigi Simonetti

“La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea” di Gianluigi Simonetti
Come è cambiata la letteratura italiana dagli ultimi trent’anni a questa parte? Se scattassimo una fotografia, che panorama ne ritrarremmo? Edito nel 2018, lo studio del prof. Simonetti risulta un’indagine puntualmente attuale e scevra dal politically correctsulla letteratura che ci circonda, l’editoria che la promuove e il lettore che la compra. È venuto a parlarne in una classe di Editoria e scrittura alla Sapienza.

Maneggiando il saggio di Simonetti “La letteratura circostante. Narrativa e poesia nell’Italia contemporanea” (il Mulino, aprile 2018, €29) ci si accorge dapprima del suo spessore: si tratta di più di 400 pagine di analisi e approfondito studio condotto su un’ampia distesa di fonti letterarie e critiche, volto a ravvisare nella letteratura degli ultimi decenni un qualche ordine di senso, un orientamento e non un semplice catalogo di opere. L’obiettivo che si pone infatti Gianluigi Simonetti, docente universitario di Letteratura contemporanea all’Aquila e saggista, in quest’ultima sua fatica che ha impiegato ben dieci anni – la stesura è iniziata nel 2008 – per venire alla luce, è di trarre, da un’indagine sulla letteratura degli anni Zero che evidenzi le novità presenti rispetto ai romanzi del Novecento, degli indicatori sociologiciche, aldilà della letteratura, ci dicano qualcosa della cultura che li ha partoriti. 

Il ragionamento di Simonetti, esposto in occasione di un incontro – tenutosi il 20 maggio 2019 – con i ragazzi della laurea magistrale di Editoria e scrittura all’università la Sapienza di Roma nell’ambito del corso Mediazione editoriale e Cultura letteraria, prende avvio dal presupposto che la letteratura italiana, negli ultimi trent’anni, sia molto cambiata. Il processo di cambiamento può essere considerato alla luce di qualche segmento della storia dell’editoria, in particolare, alla luce della situazione dell’editoria italiana negli anni Ottanta, quando la spina dorsale delle case editrici è passata dall’essere un cervello umanistico a un cervello manageriale. Già prima Rizzoli, Bompiani e le grandi famiglie dell’editoria nostrana avevano reso la loro impresa un’industria moderna, ma la parte intellettuale della casa editrice gli era, fino ad allora, rimasta legata, così da raggiungere sì un pubblico di massa pur sempre guidato dalle scommesse culturali proposte dagli intellettuali novecenteschi orbitanti attorno all’editore. Dagli anni Ottanta invece, quando le case si fondono (si veda ad RCS Libri) o si vendono (si pensi alla crisi di Einaudi), non sono più questi simboli a guidare le decisioni su ciò che si stampa. È in questo senso che Simonetti considera, nel suo saggio, anche le forme letterarie: quanto, la genesi di queste attuali realtà narrative, coincide in qualche modo con la contemporanea situazione dell’industria editoriale? 

L’indagine del professore è condotta in maniera approfondita e libera da giudizi servili, arruffianamenti e atteggiamenti politically correct. Di fronte a un’opera letteraria – e Simonetti le ha prese in analisi tutte, senza steccati, dalla poesia al racconto, dal romanzo alla poesia in prosa; e di qualsiasi valore, da Franchini a Moccia –, per intravedervi una società di consumatori che domanda, ci si pongono alcune domande: che tipo di parole usa quel determinato autore? Che tipo di struttura?

Tra le prime considerazioni che Simonetti trae ne La letteratura circostante c’è quella dell’affievolirsi degli stacchi divisori tra generi. Nel dettaglio, una grande novità formale pare rappresentata dal “terribile abbraccio col giornalismo” – opere anche dette Terze scritture o Altra scrittura – per cui sono particolarmente di moda opere in prosa in prima persona, con una base di inchiesta giornalistica: si veda all’esempio di Gomorra (R. Saviano, Mondadori, 2006). Come già detto, per il suo saggio, lo studioso si è trovato a leggere e grandi letterati e letteratura di consumo, motivo per cui gli, riferendosi a Volo e Moccia, gli è stato criticato: “Questa non è letteratura!”, ma se il fine della ricerca è quello di descrivere la società, allora l’autore non poteva che assumere uno sguardo onnicomprensivo sulla letteratura, che certo non avrebbe tagliato fuori ciò che, pur non essendo grande letteratura, è pur molto stampato e altrettanto letto. 

Ciò non toglie, di certo, che la situazione della contemporaneità sia pregna di libri che Simonetti definisce “mediocri”. Per lui, mediocre è quel libro di fascia media tra la grande letteratura e la letteratura di puro intrattenimento: Una placcatura d’oro dentro la quale c’è ben poco. La mediocrità è la fascia di quella letteratura che può essere chiamata nobile intrattenimento: non è grande letteratura poiché non c’è profonda stratificazione del senso, complessità, incoerenza, poiché è più importante ciò che avviene rispetto al modo in cui avviene, c’è più ripetizione e meno invenzione e, last but non least, poiché dopo aver letto questi libri non abbiamo l’impressione di saperne di più sugli altri e quindi su di noi. Tuttavia, neanche si tratta di letteratura di puro consumo, poiché l’argomento che viene trattato, sia esso la camorra o il fascismo, è un argomento alto, un oggetto alto, per cui A. Scurati può dichiarare che il lettore di (A. Scurati, Bompiani, 2018), a lettura ultimata, sarà di sicuro più antifascista (scil. ne sarà accresciuto, in un modo o nell’altro). Per Simonetti dunque, se vedo una puntata di Gomorra o di GoT, certamente mi diverto e tuttavia non so nulla di più rispetto a prima su ciò che mi circonda mentre, nella letteratura di Gadda o di Svevo, l’esperienza della lettura acquisisce una dimensione più profonda in cui conoscenza e divertimento vengono a convivere. Difatti, insiste l’autore, “quando c’è un grande studio, non si dice “la vita è un casino di cui non si capisce niente”, ma si pensano gli strati dell’opera in maniera tale da poter rappresentare questa confusione. In Giordano, ad esempio, si legge che la vita è dolorosa [si parla di “La solitudine dei numeri primi”, Mondadori, 2008] ma ciò non rappresenta nulla di nuovo, la struttura non è ricca, non è pensata: a volte questa letteratura dice in maniera ancora più banale ciò che già so!”. Grande cruccio dei nostri tempi sarebbe per Simonetti rappresentato dal fatto che la truffa dell’industria editoriale è quella di proporre molti libri d’intrattenimento con esibizione di valori facendola passare per grande letteratura piuttosto che per nobile intrattenimento. 

Un altro grande e ineludibile cambiamento della letteratura contemporanea è rappresentato dal nuovo senso del ritmo. Se Dostoevskij e Proust utilizzavano strutture che prendevano molto tempo, lunghi o brevi che ne risultassero i loro romanzi, essi richiedevano un tempo di riflessione. Ne La coscienza di Zeno, Svevo non dice mai esplicitamente perché Zeno non riesca a liberarsi dal vizio del fumo, ma a poco a poco la motivazione si arguisce da sé, “perché il romanzo ci lascia liberi di respirare”, esclama Simonetti. È raro che oggi ci si imbatta in descrizioni autonome o in digressioni dal carattere introspettivo e psicologico: in Ammaniti, nel suo “Io non ho paura” (Einaudi, 2001), tutto è caratterizzato da tanta storia e tanta velocità: non c’è mai pausa riflessiva. Attenzione però, la dominante formale della velocità non vuole essere un discrimine tra opere buone e meno buone, né una prerogativa degli scrittori giovani: anche Pintor e Pontiggia, estranei al forte impatto della cultura visuale di oggi, andavano veloci in libri molto belli. “Se negli Avengerssi ha poca introspezione e molta action”, provoca gli studenti Simonetti, “questo è normale, è cinema; ma se i libri diventano come i film? Ecco allora le frasi sincopate, un immaginario veloce…”. Semplicemente, siamo in un’era che ci ha abituati a fare meno fatica, a godere in poche ore o minuti: in TV tutto appare coerente, i personaggi raramente stupiscono in confronto alla loro caratterizzazione. La Recherce,invece, chiede tempo e analisi proprio per approfondire l’incoerenza; nei Promessi Sposinon si dichiara mai schematicamente chi sono i buoni e chi i cattivi e siamo così forzati a chiederci: “Don Abbondio è un povero cristo o una carogna?”. 

Per Simonetti, malgrado i toni un po’ amari di questo incontro con gli studenti di Editoria, si dice convinto che non ci sia da tornare indietro, che non ci sia un modus letterario da recuperare, dacché la letteratura è e resta in corso. Ciò che c’è da fare è distinguerla e, soprattutto, c’è da domandarsi cosa vogliamo da essa. 

Pubblicato in Editoria

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