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In ricordo di Diego Armando Maradona

In ricordo di Diego Armando Maradona foto Maurizio Riccardi
«Buonasera napolitani. Sono molto felice di essere con voi». È il 5 luglio 1984. Un giovedì pomeriggio. Così Maradona saluta Napoli per la prima volta.

Al termine della conferenza stampa, Diego sale dalla scalinata ed entra in campo. La storica fotografia di Luciano Ferrara ne immortala il momento. Qualche palleggio con il suo sinistro magico poi un tiro al pallone in aria, verso un cielo più azzurro che mai. Oltre settantamila spettatori, con un biglietto pagato simbolicamente 1.000 lire, incoronano il loro re nello Stadio San Paolo che trema di gioia. Lo stesso stadio, che ha reso Maradona immortale, dal 4 dicembre 2020 ha preso il suo nome. «Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono com’ero io quando vivevo a Buenos Aires», dichiara ai giornalisti in quello stesso 5 luglio 1984. Accade. Perché Maradona è Argentina, è talento, è capacità di inventare prodezze in campo e di danzare con il pallone. Ma è soprattutto Napoli. Innalzato a santo intoccabile, ne riempie i vicoli, ne scandisce le giornate, ne stravolge la narrazione. L’identificazione è totale. 

«Non dite che Diego è un amico, sarebbe un errore. Grave. Gli amici vanno e vengono, Diego invece c’è. È sangue del nostro sangue. Che non tradisce. Mai. Diego è quello della famiglia che ti porta dal basso alla cima prendendoti sulle spalle. È quello che ti toglie gli schiaffi da faccia quando qualcuno vi offende. È il più coraggioso di tutto il gruppo che sfida il guappo o il bullo. M’hai semp luvat ‘e paccher ra facc, fratu mio», la testimonianza di Dario Borriello, giornalista.

Nato sessantuno anni fa nel quartiere disagiato di Villa Fiorito, nella periferia di Buenos Aires, Diego trascorre gran parte della sua infanzia per strada, giocando a palla.

El pibe de oro”, il ragazzo d’oro, soprannome dato dagli amici che lo accompagnerà per tutta la vita, tenta la strada del calcio professionistico. La sua carriera inizia nell’Argentinos Juniors, per poi proseguire nel Boca Juniors, sempre in Argentina.

All’età di quattordici anni pronuncia queste parole, diventate famosissime: «Mi primer sueño es jugar en el mundial y el segundo es salir campeón». Il suo primo sogno viene esaudito nel 1982, quando esordisce con la maglia della sua nazionale in un mondiale di calcio. Quattro anni dopo si avvera anche il secondo, ovvero quello di vincere e alzare al cielo la Coppa del Mondo.

Maradona, dopo una lunga trattativa con il Barcellona, arriva al Napoli. Si racconta che centinaia di bambini vennero battezzati col nome di Diego quando ancora l’acquisto era in una fase embrionale.

Maradona diventa la parola d’ordine di una intera città. Al Napoli il campione porta due scudetti, una Coppa Italia, una Supercoppa e una Coppa Uefa. Fa miracoli. Come San Gennaro. Ma se al Napoli porta la vittoria, alla città e ai suoi abitanti regala il sogno di una rivincita, facendo battere, allo stesso ritmo, i cuori di tutti i figli delle periferie. Maradona è per Napoli il grado più alto della bellezza e diviene più grande del suo stesso sport. Ai meno fortunati tende una mano, per dar loro la voglia e la spinta di sognare. Perché la miseria e la sofferenza le ha vissute e non le dimenticherà mai. Sono numerosissime, in quegli anni, le visite ad ospedali e orfanotrofi. «Aveva un cuore grande», racconta chi lo ha conosciuto.

C’è un aneddoto molto bello. Nel gennaio del 1985, su invito del compagno di squadra Pietro Puzone ma contro la volontà del Presidente Ferlaino, paga di sua tasca 12 milioni di lire per coprire l’assicurazione e porta tutta la squadra a giocare ad Acerra, in una distesa di fango, per raccogliere fondi da destinare a un bambino malato che, grazie a loro, verrà operato in Francia e guarirà. 

Lo scugnizzo argentino vive in osmosi con il suo ambiente, acquisendone virtù e vizi. E proprio la città di cui è l’emblema e che lo ama come un figlio non riesce a salvarlo. La fine della sua carriera calcistica nel Napoli è storia dolorosamente nota. Anche se il legame con la sua gente non si interromperà mai.

Nel giorno della sua morte, avvenuta il 25 novembre 2020, la città perde il suo figlio prediletto, l’ultimo re, venerato come Totò, Eduardo De Filippo, Pino Daniele e Massimo Troisi.

A San Giovanni a Teduccio, quartiere dell’area orientale di Napoli, si assiste ad un addio infinito fatto di musica, applausi, fiori, lumini, sciarpe e fumogeni da stadio, come se, per l’ultima volta, fosse tornato a calcare i campi del San Paolo. Una vera e propria coreografia toccante si svolge davanti al gigantesco murales di Jorit, realizzato nel 2017, anno in cui viene conferita al DIOS UMANO la cittadinanza onoraria. Il lutto diventa un fatto straordinariamente personale.

«Io non l’ho mai visto giocare ma era l’idolo del mio papà che non c’è più. Lui oggi sarebbe addolorato e io, non so nemmeno perché, sento il suo stesso dolore», racconta alle telecamere un ragazzo che abbraccia in un angolo la fidanzata, piangendo.

Un fuoriclasse come Maradona resterà vivo per sempre. Nelle piazze, nei bar, nei libri, nelle canzoni, nei racconti di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare dal vivo e di chi, invece, lo ha semplicemente ammirato attraverso uno schermo.

«Il più grande campione che ho visto giocare è Diego Armando Maradona. Credimi, figlio mio, non esisterà mai più, nei secoli dei secoli, un altro come lui. Ha fatto dell’imperfezione la perfezione. Piccolo, gonfio, dedito ad albe stanche, svogliate e sbagliate, vittima di falsi amici e della volontà di andare oltre ogni regola, Maradona ha trasformato un semplicissimo pallone di cuoio in uno scrigno di bellezza». Darwin Pastorin (da Lettera a mio figlio sul calcio)

È morto Maradona. È morto il Dio del calcio e, insieme a lui, è morto l’uomo normale che era. Lo piange Napoli e lo piange il mondo intero, perfino gli avversari che sportivamente gli riconoscono il merito di essere stato il più grande.

Il giorno dei funerali Napoli è anche a Buenos Aires. L’Ambasciata d’Italia consegna una maglietta degli azzurri con il numero 10. Una delle figlie di Maradona la depone sul feretro, esposto nella Casa Rosada, il palazzo presidenziale argentino, accanto a quelle della nazionale argentina, del Boca e dell’Argentinos Juniors.

«Con oggi forse usciamo definitivamente da un calcio che è a sé stante e che rimarrà nella storia. Questi sono giocatori che escono dal calcio e entrano nella memoria di questo paese con una maglia addosso, e una sola», sono le parole dello scrittore Maurizio De Giovanni.

Uno striscione apparso in Argentina qualche tempo fa recitava: «Non importa cosa hai fatto alla tua vita Diego, ma cosa hai fatto alle nostre».

Lasciamo fuori le polemiche e le censure. Non è il tempo e non è il luogo.

«Il suo prezzo al mondo del pallone lo ha pagato da tempo», ha scritto Gianni Minà, uno dei giornalisti italiani più vicino al campione.

E allora silenzio o solo un lunghissimo applauso.

A te, Diego, l’eterna gratitudine per aver riempito di gioia e di sogni la vita di milioni di persone, compresa la mia.