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Anche l’Italia sceglie la fuga da Putin: fuori Eni e Generali, Intesa ci pensa

Anche l’Italia sceglie la fuga da Putin: fuori Eni e Generali, Intesa ci pensa Foto M. Riccardi © AGR
Le scosse della guerra finanziaria contro la Russia si allargano a tutta l’Europa: banche, industrie e multinazionali stanno scappando tempestivamente da Mosca e da Putin.

Tutti ne prendono le distanze con possibili ripercussioni in bilancio. Basti pensare alla Corporate Europa che da anni era legata a doppio filo alla Russia, con la quale ha fatto affari fino a ieri e dalla quale dipende per gas e materie prime.

E l’Italia non è esclusa dalla prima fila della trincea. Soprattutto nell’ambito bancario. Sembra infatti, dalle indiscrezioni dei giorni scorsi, che Generali abbiamo annunciato ufficialmente che chiuderà il proprio ufficio di rappresentanza a Mosca e lascerà gli incarichi ricoperti nel board della compagnia assicurativa Ingosstrakh, di cui detiene il 38,5%. Quota di minoranza quella di Generali (che ha donato 3 milioni a favore dei rifugiati) che nel comunicato ha aggiunge di “non avere alcuna influenza sulla sua attività”.

La compagnia ha inoltre aggiunto che “per quanto riguarda gli investimenti finanziari ed il business assicurativo, sta valutando costantemente la propria marginale esposizione sul mercato russo ed è conforme al rispetto di tutte le sanzioni che potrebbero essere applicate”.

Dopo di lei, sarà il turno di Intesa e UniCredit, le due principali banche del paese, che al momento stanno valutando il da farsi. L’esposizione collettiva dei due istituti verso Mosca è di oltre 20 miliardi di euro e l’ammontare rende ogni decisione più complessa. Questo perché sia c’è il pressing dell’Unione europea e dell’etica di prendere le distanze come ha fatto Generali sia, tagliando del tutto i ponti, c’è il rischio di svalutazioni pesanti in bilancio.

Andrea Orcel, amministratore delegato del gruppo Unicredit, e Carlo Messina, consigliere delegato e CEO di Intesa, stanno valutando le opzioni. Bisogna trovare un equilibrio tra la chiusura totale, viste le cifre in ballo, e una permanenza, che però mal si giustifica di fronte all’opinione pubblica, alle istituzioni e al mercato che chiede un intervento forte.

Problema ancora più difficile da affrontare per Unicredit con una presenza numericamente più imponente delle altre: 14 miliardi di cui 8 nella controllata russa AO UniCredit Bank. UniCredit Russia, però, ha anche una raccolta di 10,5 miliardi: i prestiti sono finanziati localmente e l’esposizione è il 3% del totale, con una copertura dell’84%. “Stiamo seguendo da vicino gli sviluppi” afferma la banca.

Un impatto sui bilanci, a capitale più che a conto economico, ci sarà, ma al momento è difficile calcolarlo. Anche nel caso peggiore di svalutazione a zero, di fatto impossibile perché alcune voci bilancio si compensano, analisti di mercato non vedono problemi seri.

Anche dal mondo delle auto, all’hi-tech, a quello dell’intrattenimento, della moda e delle spedizioni, e soprattutto a quello petrolifero, le multinazionali stanno girando le spalle a Putin: Volkswagen ha annunciato che interromperà le sue attività nel paese. La produzione negli stabilimenti di Kaluga e Nizhny Novgorod sarà sospesa fino a nuovo avviso e le esportazioni di veicoli dalle altre fabbriche in Russia sono state bloccate con effetto immediato; Mazda fermerà le forniture di parti di ricambio; Apple e Nike hanno bloccato le attività commerciali, comprese quelle online e, infine, Eni ha annunciato che, per quanto riguarda la partecipazione congiunta e paritaria con Gazprom nel gasdotto Blue Stream (che collega la Russia alla Turchia), “intende procedere alla cessione della propria quota”.