Addio a Charles Aznavour

Charles Aznavour fotografato da Carlo Riccardi Charles Aznavour fotografato da Carlo Riccardi © Archivio Riccardi
È morto all’età di novantaquattro anni nella sua casa di Mouriès - sui rilievi delle Alpille, nel Sud della Francia - il grande chansonnier ed attore francese, noto per numerosissime canzoni e per film come “La fossa dei disperati” di Georges Franju, “Tirate sul pianista” di François Truffaut, "Il testamento di Orfeo" di Jean Cocteau, “…e poi non ne rimase nessuno” di Peter Collinson, “Il tamburo di latta” di Volker Schlondorff, “I fantasmi del cappellaio” di Claude Chabrol e molti altri.

Era appena rientrato da una tournée dal Giappone, dove era notissimo. Ma durante l’estate aveva dovuto annullare alcuni concerti a causa di una caduta e della frattura ad un braccio. Il 26 ottobre 2018 avrebbe dovuto essere a Bruxelles per un’esibizione.

 «Sono come il caffelatte. Una volta mischiati gli ingredienti non si può più separarli: sono cento per cento francese e cento per cento armeno» (Charles Aznavour)

Nato a Parigi nel maggio 1924 da due emigranti armeni, che si trovavano in Francia in attesa del visto per partire alla volta degli Stati Uniti - ma che alla fine non se ne andranno mai - Chahnourh Varinga Aznavourian - meglio noto come Charles Aznavour - rimarrà per tutta la vita molto legato al Paese di origine della famiglia.

Ha cantato in sette lingue - compreso l’italiano - oltre mille canzoni, in molti casi scritte da lui stesso, per un totale di oltre centoottanta milioni di dischi venduti in tutto il mondo. La bohème, Je m’voyais déjà, La mamma, Comme ils disent sono solo alcuni fra i brani portati al successo con voce melodrammatica e potente, nonostante la bassa statura ed un fisico molto esile. Fondamentale fu, nel 1946, l’incontro con la grande Edith Piaf (1915-1963), la quale lo scoprirà e lo porterà a suonare con la sua orchestra in giro per la Francia e negli Stati Uniti.

Per Edith Piaf scrive numerose canzoni (fra cui Je hais les dimanches, che lei rifiuterà e che verrà portata al successo da Juliette Gréco), mentre Aznavour come solista stenta ad affermarsi, fino al trionfo (nel 1954) con Sur ma vie, che lo porta finalmente all’Olympia.

Nel ’63 s’impone al Carnegie Hall di a New York, e visita per la prima volta l’Armenia. Due anni dopo allestisce a Parigi un’operetta (Monsieur Carnaval), da cui è tratta La bohème, che in Italia verrà portata al successo da Ornella Vanoni.

Negli anni Settanta diventa una presenza costante anche nei sabati sera televisivi italiani. Per le versioni italiane delle sue canzoni Com’è triste Venezia, L’istrione, E io fra di voi), che curava con grande attenzione, ha collaborato con Giorgio Calabrese e con Sergio Bardotti. Gli anni Settanta rappresentarono anche una certa svolta sociale con titoli come Mourir d’aimer, ispirato a un fatto di cronaca del 1969, e Comme ils disent.

Nel 1988, con il terremoto in Armenia, si intensifica la sua azione a favore del Paese d’origine.

Instancabile viaggiatore, nel ’98 è stato nominato “Entertainer of the Century” dalla Cnn grazie alla sua immensa popolarità mondiale. Negli Stati Uniti ed in Inghilterra veniva spesso descritto come il “Frank Sinatra francese”, ma, a differenza di “The Voice”, in molti casi era lui stesso a scrivere le sue canzoni, rompendo sovente vari tabù.

Si è esibito nei maggiori teatri del mondo, duettando con Liza Minnelli, Compay Segundo, Céline Dion e, in Italia, con Mia Martini e Laura Pausini. Nel nostro Paese, per quasi tutte le versioni italiane delle sue canzoni, ha collaborato con il paroliere Giorgio Calabrese. Il suo ultimo concerto in Italia risale a giugno 2018. Le sue canzoni sono state reinterpretate da artisti quali Sammy Davis Jr., Placido Domingo, Bob Dylan, Julio Iglesias, Elton John, Sting e la stessa Edith Piaf.

Molto attivo anche in età avanzata, ha continuato ad incidere ed a cantare dal vivo - anche in tournée in Europa ed all’estero - fino alla fine.

Fra i primi a rendergli omaggio, come doveroso, il presidente francese Emmanuel Macron, il quale ha ricordato il suo «splendore unico». «Orgogliosamente francese, visceralmente legato alle sue radici armene, conosciuto in tutto il mondo, Charles Aznavour ha accompagnato tre generazioni attraverso le loro gioie e pene», ha scritto Macron. «I suoi capolavori, il suo tono, la sua brillantezza unica vivranno molto più a lungo di lui».

All'attività di cantautore, Charles Aznavour ha affiancato una notevole - e a volte sottovalutata - carriera da attore che lo ha portato a recitare in oltre sessanta film. Inizialmente attore di teatro, lavora poi al cinema sia come autore di colonne sonore sia come attore drammatico. Esordisce giovanissimo in piccole parti - in cui non viene neppure accreditato nei titoli - alla fine degli anni Trenta (La guerre des gosses - 1936 - di Jacques Deroy, Les disparus de St. Agil - Gli scomparsi di Sait Agil, 1938), ma esordisce come protagonista nel ’59 in Les Draguer (Dragatori di donne) di Jean-Pierre Mocky, con Jacques Charrier, Anouk Aimée e Nicole Berger, e fornisce le sue prove migliori all’inizio degli anni Sessanta in vari film fra cui Tirez sur le pianiste (Tirate sul pianista, 1960) di François Truffaut, con Marie Dubois, Nicole Berger e Michèle Mercier,  e Le testament d'Orphée, ou ne me demandez pas pourquoi! (Il testamento di Orfeo, 1960), di Jean Cocteau, con Claudine Auger e Lucia Bosè.

A partire dagli anni Settanta dirada le sue apparizioni cinematografiche, ma è ancora memorabile nei ruoli del cantante ubriacone e sciamannato in … e poi non ne rimase nessuno (1974) di Peter Collinson, tratto dal celebre Dieci piccoli indiani di Agatha Christie ed interpretato da Oliver Reed, Elke Sommer, Richard Attenborough, Herbert Lom, Gert Frobe, Adolfo Celi, Stephane Audran, Alberto de Mendoza e Maria Rohm, del mite venditore di giocattoli ne Il tamburo di latta (1979) di Volker Schlondorff, con David Bennent, Angela Winkler, Mario Adorf e Katharina Thalbach, e del sarto testimone di una serie di omicidi ne I fantasmi del cappellaio (1982) di Claude Chabrol, con Michel Serrault, Monique Chaumette, François Cluzett, Isabelle Sadoyan.    

Fra gli altri film ricordiamo Adieu chérie (1946) di Raymond Bernard, Il était… trois chansons (1947) di Claude André Lalande, Dans la vie tout s’arrange (1952) di Marcel Cravenne, Une gosse sensass (1957) di Robert Bibal, Paris Music Hall (1957) di Stany Cordier, C’est arrivé à 36 chandelles (1957) di Henri Diamant-Berger, La Tête contre les murs (La fossa dei disperati - 1959) di Georges Franju, Pourquoi viens-tu si tard.... (Perché sei arrivato tardi? - 1959) di Henri Decoin,Oh! Qué mambo (Il giovane leone - 1959) di John Berry, Le Passage du Rhin (Il passaggio del treno - 1960) di André Cayatte, Un Taxi pour Tobruk (Un taxi per Tobruk - 1960) di Denys de La Patellière, Les lions sont lâchés (I leoni scatenati - 1961) di Henri Verneuil, Gosse de Paris (1961) di Marcel Martin, Homicide point ne seras, episodio di Horace 62 (1962)  André Versini, Le Diable et les 10 commandements (Le tentazioni quotidiane - 1962) di Julien Duvivier, Les deux pigeons (episodio di Les Quatre vérités - 1962) di René Clair, Tempo di Roma (1963) di Denys de La Patellière, Les Vierges (Le vergini - 1963) di Jean-Pierre Mocky, Le rat d'Amérique (Il sentiero dei disperati - 1963) di Jean-Gabriel Albicocco, Peccato nel pomeriggio (episodio di Alta infedeltà - 1964) di Elio Petri, Cherchez l'idole (Sciarada alla francese - 1964) di Michel Boisrond, La Métamorphose des cloportes (Sotto il tallone - 1965) di Pierre Granier-Deferre, Le faiseur de rires (1965) di Jean-Claude Hechinger, Paris au mois d'août (Un uomo e due donne - 1966) di Pierre Granier-Deferre, Le Facteur s'en va-t-en guerre (Vado in guerra a far quattrini - 1966) di Claude Bernard-Aubert, Caroline chérie (1968) di Denys de La Patellière, Candy (Candy e il suo pazzo mondo - 1968) di Christian Marquand, Le Temps des loups (Tempo di violenza - 1970) di Sergio Gobbi, The Adventurers (L’ultimo avventuriero - 1970) di Lewis Gilbert, The Games (I formidabili - 1970) di Michael Winner, Un Beau monstre (Il bel mostro - 1971) di Sergio Gobbi, La Part des lions (L’ultima rapina a Parigi - 1971) di Jean Larriaga, The Selfish Giant (1971) di Peter Sander, Les Intrus (Chi ha il diritto di uccidere? - 1972) di Sergio Gobbi, The Blockhouse (1973) di Clive Rees, Sky Riders (Gli uomini falco - 1977) di Douglas Hickox, Folies bourgeoises (Pazzi borghesi - 1977) di Claude Chabrol, Ciao, lec mecs (1979) di Sergio Gobbi, Der Zauberberg (La montagna incantata - 1982), tratto dal libro omonimo di Thomas Mann e diretto da Hans W. Geissendorfer, Ou’est-ce qui fait courir David? (1982) di Elie Chouraqui, Une jeunesse (1983) di Moshé Mizrahi, Vive la vie (Viva la vita - 1984) di Claude Lelouch, Yiddish Connection (1986) di Paul Boujena, Mangeclous (1988) di Moshé Mizrahi, Il maestro (1990) di Marion Hansel, Les années campagne (1992) di Philippe Leriche, Pondychéry, dernier comptoir des Indes (1997) di Bernard Favre, Le comédien (1997) di Christian de Chalonge, Laguna (Segreti di famiglia - 2001) di Dennis Berry, Ararat (2002) di Atom Egoyan, Emmenez-moi (2005) di Edmond Bensimon, Ennemis publics (2005) di Karim Abbou e Kader Ayd, Mon colonel (2007) di Laurent Herbiet. 

 

 


   

 

 

 

 

Pubblicato in Musica

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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