Ian Curtis, il costo umano del mito

L’ossessione della cultura rock che vede i propri leader morire all’apice del successo ha coinvolto molti gruppi musicali. Come non ricordare Jim Morrison, Kurt Cobain o Janis Joplin, tutti grandi artisti morti nel massimo momento di notorietà? Un po’ tutte le star che ci hanno lasciato hanno in comune il successo già consolidato, salvo uno: Ian Curtis.

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L’ossessione della cultura rock che vede i propri leader morire all’apice del successo ha coinvolto molti gruppi musicali. Come non ricordare Jim Morrison, Kurt Cobain o Janis Joplin, tutti grandi artisti morti nel massimo momento di notorietà? Un po’ tutte le star che ci hanno lasciato hanno in comune il successo già consolidato, salvo uno: Ian Curtis.

Ian Curtis fu il tipico esempio del mito troppo veloce per vivere che non ha retto all’introduzione al successo. Animo tormentato da mille fantasmi e debolezze che ne hanno “costruito” la sua distruzione.

Ian Curtis fu il cantante, anche se il termine è riduttivo essendo molto più di un semplice compositore di canzoni, dei Joy Division. A distinguere Ian rispetto agli altri artisti andati via prematuramente, fu il fatto che lasciò questo mondo prima del successo, trovandosi sulla soglia della notorietà, ormai inarrestabile e sicura, all’età di 23 anni impiccandosi nella rastrelliera della cucina della sua casa di Barton Street 77 di Macclesfield.

Cosa spinse Ian a eseguire quel gesto non è mai stato chiaro, neanche il libro scritto dalla moglie Deborah Woodruff, “Così vicino, Così lontano” è riuscito a fare chiarezza.

Cantante dotato di raro carisma mediatico, durante le sue esibizioni dava tutto se stesso al pubblico, con i sui inconfondibili movimenti frenetici, ossessivi, con lo sguardo vitreo che sembravano ricordare la sua epilessia. Sul palco sembrava rendesse pubblica la sua condizione, il pubblico da parte sua ammirava proprio ciò che a poco a poco lo stava consumando sino a spegnerlo. Proprio l’epilessia portò all’esasperazione la sua già presente depressione. “Dice tutto la confusione nei suoi occhi. Ha perso il controllo”, con queste parole introduceva una delle sue canzoni più conosciute She’s lost control, chiaro riferimento ad un episodio in cui una ragazza fu colta da una crisi davanti ai suoi occhi.

Il fotografo Anton Corbijn rimase folgorato da Ian, tanto da farne la sua opera prima “Control”, il suo esordio nel mondo del cinema per raccontare la storia di Ian, per sviscerare i fantasmi che regnavano dentro una personalità complessa e fragile. Un uomo normale divenuto mito non semplicemente per le sonorità che inventò, ma per le atmosfere che si vivono ascoltando le sue canzoni, ricordano molto quelle di Charles Baudelaire e i “poète maudit”  del 1800 francese.

Ma, a prescindere dall’opera geniale di Anton Corbijn, per capire parte delle inquietudini di Ian, per capirle almeno in superficie, basta leggere le sue poesie cantate, “Cammina in silenzio. Non andartene, in silenzio. Bada al pericolo, pericoli sempre. Conversazioni senza fine, ricostruzione esistenziale. Non andartene”, con queste parole scolpiva per sempre una delle canzoni più belle mai scritte: Atmosphere.

Antonio Marchetta

Pubblicato in Musica
Giovanni Currado

Responsabile editoriale dell'agenzia Agr Srl.
Giornalista e fotografo, autore di diversi reportages in Asia e Africa. Responsabile dello studio dell'immenso archivio fotografico Riccardi e curatore della collana "Fotografici" per Armando Editore.

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