Un trionfo minimale: l’Aida di Krief a Caracalla

Un trionfo minimale: l’Aida di Krief a Caracalla sito del Teatro dell'Opera
Sabato 13 luglio alle ore 21.00 è andata in scena alle Terme di Caracalla – viale delle Terme di Caracalla – la sesta replica dell’Aida di Verdi. 

Per un’opera impiantata sul dissidio tra amore e patria, la regia di Danis Krief opta per una messa in scena minimale, catalizzata sul conflitto interiore e volta a una lettura attualizzante. 

Notevole è stata la presenza di pubblico, nonostante la serata rinfrescata dal rovescio incorso sulla Capitale a poche ore dall’appuntamento – causa di un ritardo di venti minuti sull’inizio della rappresentazione – per la sesta serata dell’Aida verdiana a Caracalla, opera che ha aperto la stagione estiva 2019 del Teatro Costanzi il 4 luglio e che andrà in scena sino al 3 agosto. Al termine della recita, dalla platea gli applausi sono stati contenuti: più calore hanno ricevuto Serena Farnocchia-Aida e Silvia Beltrami-Amneris

Nella convinzione che lo sproloquio egitto maniaco dell'opera verdiana, definitivamente troppo âgéper il gusto odierno, sia d'impaccio al protagonismo ben più profondo dei sentimenti, Danis Krief propone una messa in scena volutamente scarna, priva di quella vena da kolossala cui le numerose trasposizioni dell'Aida avevano fino ad ora abituato."L'Egitto è veramente secondario" – chiarisce del resto il regista, autentico deus ex machinadietro le quinteavendo firmato, nell'occasione estiva, anche i costumi e la scenografia – "èuna storia di donne gelose" – continua il direttore artistico –"di tradimenti, di passioni umane forti, sono tutti tremendi. Tutti sono tremendamente umani e quello che rende umani è la non perfezione". 

La musica di Verdi, dalla partitura orchestrale coloratissima, dà autentica carne musicale al cosmo emozionale dei personaggi, traducendo le tensioni drammatiche del libretto di Ghislanzoni in picchi sonori a tratti di indimenticabile ardore, in altri momenti di incantata delicatezza. D'altronde, quello dell'Aidaè di certo il Verdi più maturo, aperto all'esperienza musicale europea e oramai abilissimo manipolatore di tutte le possibilità timbriche offerte dall'interezza dell'orchestra, fiero e consapevole del valore delle proprie innovazioni. Un Verdi, ancora, resuscitato a Caracalla con dedita cura dalla bacchetta dello spagnolo Jordi Bernàcer che, ponderandosi maggiormente nei luoghi di maggior fastosità musicale, è attento alla restituzione delle sfumature più fini e dolci dello spartito, in accordo con la chiave intimista della regia. 

L’opera in quattro atti, dal libretto di Antonio Ghislanzoni, fu rappresentata per la prima volta al Teatro Nazionale dei Cairo nel 1871 e ottenne da subito un enorme successo. Aida (Serena Farnocchi), principessa etiope, è prigioniera a Menfi per mano del Re d’Egitto (Gabriele Sagona): il padre Amonasro (Marco Caria) organizza una spedizione per liberarla, ma lei si è già invaghita del guerriero Radamés (Diego Cavazzin) che la ricambia, e che è amato anche dalla principessa egiziana Amneris (Silvia Beltrami). Durante i primi due atti, momenti focali sono indubbiamente la nomina di Radamés a condottiero dell’esercito da parte del sacerdote Ramfis (Alessio Cacciamani), che porterà Aida al dissidio irrisolvibile tra amore passionale e dedizione alla patria; e l’ingegnoso e subdolo atteggiamento della gelosa Amneris, che porta Aida a confessarle la sua identità: è così che si arriva alla monumentale scena madre del secondo atto, ossia la celebre marcia trionfale il cui motivo, da tutto il pubblico, italiano e straniero, è accompagnato da quel movimento del capo tipico di chi ha familiarità con un motivo musicale. Dal terzo atto, tutto cambia: la scenografia si minimizza e  si incastra all’interno di riquadri-acquari: di forte impatto è il duetto tra Amonasro e Aida, e ancor più forte il dramma della principessa egiziana Amneris, rosa dalla gelosia e dal disinteresse del suo sposo che è condannato a morte per aver confidato all’amata i piani dell’esercito, tradendo così la patria. Egli, pur innocente perché inconsapevole, si lascia condannare a morte senza discolparsi: sarà sepolto vivo ma, all’interno della sua tomba, troverà anche la sua Aida, pronta a morire con lui.

L'acerrima lotta tra sentimento privato e consenso pubblico, già in nuce alla partitura verdiana, è letta dal regista nella predilezione del momento intimo dei personaggi e nella lenta emersione della loro personale risposta al montare di un conflitto inarrestabile che è l'aut-aut del teatro classico: amore o patria, passione o dovere, termini polari condensati nel sofferto gridare di Aida al terzo atto "O patria! o patria... quanto mi costi!". Così, le rovine di Caracalla, trasudanti mistero e silenzio – soprattutto perché private d’illuminazione, deludendo i molti presenti che forse le avrebbero sfruttate per una profondità più monumentale – si fanno cornice di un paesaggio innanzitutto interiore; sul palco una minimale geometria di forme – tra cui, immancabile, una piramide – è simbolo di una monumentalità in ombra, atemporale, orientata più a suggerire uno spazio indefinito che a focalizzarsi su un preciso momento storico troppo individuato, che devii l'attenzione dal dramma umano che qui si consuma e a cui si vuol dare comprensibile veste contemporanea. Non stupiscono, in questa direzione, le occasionali intromissioni moderne: i suonatori di tromba in anacronistico frac nella celebre marcia trionfaledel secondo atto, o il palchetto ottocentesco in cui è assiso il Re d'Egitto al cospetto del suo popolo; apparizioni sempre educate e mai irruenti o eccessive come in alcune maldestre trasposizioni operistiche contemporanee. "Un collage tra Verdi e il XXI secolo" afferma Danis Krief, commentando la sua regia.

L'Aida di Caracalla si fa così esempio di mise en oeuvreesplicitamente contemporanea, che a discapito del rumoroso corollario allestitivo tradizionale preferisce l'ordine, la chiarezza, l'evidenza: ad essere attuale è il conflitto emotivo dei personaggi, la loro umana incoerenza che riesce a parlare anche al pubblico odierno. La scenografia fa il resto: l’astrattezza topologica e cronologica entro cui si svolgono i fatti proietta infatti gli spettatori in una dimensione metafisica. De gustibus!

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