Un ricordo di Albert Bruce Sabin, il medico polacco che creò il vaccino anti-polio

Albert Bruce Sabin negli anni Sessanta Albert Bruce Sabin negli anni Sessanta
«I nazisti mi hanno ucciso due meravigliose nipotine, ma io ho salvato i bambini di tutto il mondo. Non la trovate una splendida vendetta?». (Albert Bruce Sabin)

Nato nel ghetto di Bialystok (una cittadina polacca che all’epoca faceva parte dell’Impero russo) nell’agosto 1906, di religione ebraica, Abram Saperstein - meglio noto come Albert Bruce Sabin da quando, nel 1930, divenne cittadino americano -, emigrò negli Stati Uniti nel 1921. Suo padre Jacob, un artigiano, aveva deciso di abbandonare la Polonia anche per via del fatto che l’atmosfera contro gli ebrei stava diventando molto ostile. Lo stesso Albert ne aveva fatto le spese: fin dalla nascita non vedeva dall’occhio destro e quando era ancora piccolo un coetaneo gli lanciò contro una pietra che per poco non colpì l’occhio sano, rischiando di accecarlo. La famiglia Sabin si stabilì a Paterson, nel New Jersey.

Un loro parente si offrì di pagare gli studi universitari del giovane Albert, in modo tale che fosse poi in grado di lavorare con lui nel suo ambulatorio dentistico. E così all’età di vent’anni era studente di Odontoiatria alla New York University. Tuttavia, dopo aver letto il libro di Paul de Kruif (1890-1971) Microbe Hunters (I cacciatori di microbi), decise che avrebbe dedicato la sua vita e la sua carriera a quella branca. L’entusiasmo lo portò a passare alla facoltà di Medicina ed a frequentare con successo i corsi di Microbiologia. Nel frattempo coltivava la sua passione anche al di fuori dell’università, raccogliendo microbi ovunque gliene capitasse occasione (negli stagni, nella polvere, nei cassoni della spazzatura) e studiandoli in modo approfondito.

Nel ’31 conseguì la laurea in Medicina e cominciò a lavorare presso l’Università di Cincinnati - nell’Ohio -, dove rimarrà per oltre quarant’anni (fino al ’60 con il ruolo di professore per le ricerche pediatriche, dal ’61 al ’70 come “distinguished service professor”, ed infine, dall’inizio degli anni Settanta, come professore emerito). Nel corso della sua carriera lavorerà in vari campi della medicina (batteriologia, anatomia patologica, clinica medica e chirurgica).

Negli anni Trenta, come assistente del dottor William Hallock Park (1863-1939), celebre per i suoi studi sul vaccino per la difterite, sviluppò ulteriormente il suo interesse per la ricerca medica, in particolar modo nel campo delle malattie infettive. W. Hallock Park diventerà il mentore del giovane Sabin e gli farà ottenere una borsa di studio in quanto il suo parente dentista gli aveva “chiuso i rubinetti”.  I suoi studi sulle malattie infettive dell’infanzia lo porteranno a fare ricerche su quelle provocate da virus ed in particolar modo sulla poliomielite, che all’epoca provocava migliaia di vittime, soprattutto bambini a partire dal secondo anno di vita. La scelta di dedicarsi a tale malattia fu del dottor Park, il quale convinse il suo giovane assistente a riprender le ricerche sulla polio, che Sabin aveva già avviato in precedenza (nel ’36, in collaborazione con P.  Oitsky, era riuscito a coltivare il poliovirus su un tessuto nervoso e a dimostrarne la primitiva localizzazione a livello del tubo digerente).

La poliomielite, una volta chiamata “paralisi infantile”, è una malattia virale acuta, altamente contagiosa, e con manifestazioni differenti, le più gravi fra le quali sono di tipo neurologico irreversibile. Si manifestava in vari modi; in genere il malato veniva colto da improvvisi attacchi di febbre seguita da paralisi irrimediabile di una parte del corpo, dovuta all’attacco da parte del virus (il poliovirus) alle fibre nervose del midollo spinale. Negli Stati Uniti tale malattia aveva ucciso o paralizzato migliaia di persone. La lotta alla polio, negli ambienti di ricerca medica, era cominciata molti anni avanti; nel ’34 Brodie e Kolmer, due studiosi americani, avevano annunciato la scoperta di un vaccino efficace. Tuttavia, quando si era proceduto alla somministrazione, molte persone erano morte. Tale drammatico fallimento aveva provocato la sospensione di qualunque ricerca ufficiale sul vaccino antipolio, anche se, sia pur ufficiosamente, molti laboratori avevano proseguito.

Nel gennaio 1938, con un appello su tutti i principali quotidiani americani, l’allora Presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt, colpito da una paralisi che all’epoca fu diagnosticata come causata da poliomielite, creò la NFIP (National Foundation for Infantile Paralysis). Il suo obiettivo fondamentale era quello di raccogliere altri fondi per la lotta contro la polio, al fine di accelerare la ricerca di un vaccino e l’aiuto ai malati. In seguito l’opera delle NFIP prenderà il nome di March of Dimes (Marcia delle monetine): il 20 gennaio di ogni anno, in occasione del compleanno di Roosevelt, tutti i cittadini americani erano invitati a versare dieci centesimi di dollaro per combattere la polio. La campagna si avvalse anche della collaborazione di numerosi personaggi celebri dell’epoca. In questo modo verranno raccolti milioni di dollari e la NFIP avrà la possibilità di finanziare altre ricerche per un vaccino efficace e sicuro.

Nel ’39 Sabin annunciò alla comunità scientifica la sua prima ed importante scoperta sulla natura del virus poliomielitico che attaccava le fibre nervose, dimostrando che, a differenza di quanto si era creduto fino ad allora, la sede prediletta di tale virus era l’intestino. Non si trattava pertanto di un virus respiratorio, bensì enterico, e la conoscenza del “terreno” dove si sviluppava era un dato fondamentale per la ricerca di un farmaco per debellarlo.

Mentre proseguiva le sue ricerche, in Europa scoppiò la Seconda guerra mondiale. Sabin vi perderà due nipotine, Amy e Deborah, uccise dai nazisti a Bialystok.

Alla fine del ’41, quando anche gli Stati Uniti entrarono in guerra, Sabin, che pochi mesi avanti era diventato consulente della commissione militare per le malattie da virus neurotropi, entrò nell’esercito; sbarcò prima in Sicilia e poi a Okinawa, dove installò un laboratorio da campo.

Dopo la guerra, nel ’46, venne nominato capo della ricerca pediatrica della sua Università.

L’anno seguente, quando era di stanza a Berlino, dove si occupava dell’ospedale militare, assistette ad una gravissima epidemia di polio, che colpì moltissimi bambini della semidistrutta capitale tedesca.

Tornato negli Stati Uniti, riprese le sue ricerche e, per condurre gli esperimenti in modo migliore, venne dotato di enorme laboratorio.

Nel ’49, con lo stanziamento di oltre un milione e trecentomila dollari, la NFIP ebbe la possibilità di varare uno studio multicentrico in numerose università americane (compresa quella di Cincinnati). Nel frattempo le epidemie di polio del mondo aumentavano ogni anno: in Danimarca ci fu la terribile epidemia di Copenaghen del ’52, mentre negli Stati Uniti si verificarono decine di migliaia di casi.

Nel ’53, al Children Hospital di Cincinnati, Sabin aveva finalizzato le ricerche per la messa a punto di una sospensione di virus attenuati. Il vaccino di Sabin, sviluppato in concorrenza a quello dell'immunologo Hilary Koprowski (1916-2013), consisteva nello stesso virus della polio, ma “attenuato”, ovverosia privato della capacità di provocare la paralisi delle fibre nervose. L’organismo in cui veniva immesso il virus attenuato, di fronte a tale minaccia, produceva allora gli anticorpi adatti.

Sabin cominciò allora a testare il vaccino sull’uomo: prima su se stesso, poi su due suoi collaboratori: il dottor Ramos Alvarez, un medico messicano che lavorava come suo assistente, ed un tecnico afroamericano che lavorava nel suo laboratorio. I primi esperimenti su vasta scala Sabin li potrà effettuare fra alcuni giovani detenuti che si erano offerti volontari. Il medico polacco, dopo lunghe esitazioni, aveva ottenuto la possibilità di cercare dei volontari fra i detenuti delle carceri federali della contea di Chillichote, in Ohio, e ne trovò centinaia.

Questi primi controlli ed i successivi ebbero esito positivo. Si passò così ai bambini, e le prime furono proprio le due figlie di Sabin, Amy e Deborah - chiamate così in ricordo delle nipotine uccise dai nazisti - che all’epoca avevano rispettivamente cinque e sette anni. Dopo un’ulteriore lunga serie di prove, Sabin presentò i risultati degli esperimenti condotti alla Commissione per l’immunizzazione del NFIP.

In questo periodo un altro ricercatore, il fino ad allora sconosciuto Jonas Edward Salk (1914-1995), dell’Università di Pittsburg (in Pennsylvania), che lavorava anch’egli da molti anni sulla poliomietite, utilizzando virus uccisi con formalina, mise a punto tre vaccini contro il morbo. L’idea del dottor Salk, differente in confronto a quella di Sabin, era che l’organismo fosse in grado di generare gli anticorpi contro la polio anche in presenza di virus “uccisi” tramite il formolo. I vaccini erano tre perché, come era già stato dimostrato in precedenza, le migliaia di ceppi noti di poliovirus, erano riconducibili a tre tipi fondamentali. Pertanto, affinché un vaccino fosse efficace, era necessario che contenesse gli antigeni per tutti e tre i tipi di poliovirus.

Dopo l’annuncio da parte di Salk, nel ’52 furono avviati gli esperimenti per dimostrare che il preparato agisse come vaccino, ovverosia a protezione contro i virus naturali: i primi esperimenti risultarono positivi e nell’aprile del ’54 la NFIP varò ufficialmente il programma di vaccinazione di massa. Furono vaccinati oltre quattrocentomila bambini americani ed altrettanti bambini ricevettero un “placebo” (per effettuare così uno “studio casuale in doppio cieco”)

Nel ’55 alcuni bambini, appena vaccinati, furono colpiti mortalmente da poliomielite violenta. Il vaccino Salk si rivelò così inefficace, in quanto non garantiva una protezione assoluta, soprattutto nei casi di paralisi.

La vicenda ebbe anche un breve strascico legale con il boicottaggio del vaccino Salk da parte di alcune organizzazioni di madri e la formazione di una commissione parlamentare in cui fu interrogato lo stesso Sabin, il quale non negherà mai i meriti scientifici di Salk – che rispettava molto -, ma le sue critiche al vaccino non furono gradite dal “rivale”, che in seguito arriverà ad accusare Sabin di “antipatriottismo” (accusa che, ovviamente, era del tutto infondata e nulla aveva a che fare con il discorso scientifico)

Il vaccino scoperto da Salk era in grado di prevenire molte complicazioni della malattia, ma non di evitare il contagio iniziale. Inoltre doveva esser somministrato tramite iniezione. Quello di Sabin, invece, evitava di contrarre la malattia, non necessitava di ulteriori richiami ed era somministrato per via orale, sciolto su una zolletta di zucchero. A questo proposito, una curiosità cinematografica riguarda il fatto che, nel celeberrimo “evergreen” disneyano Mary Poppins (1964) di Robert Stevenson, nella canzone Un poco di zucchero, il ritornello «Basta un poco di zucchero / e la pillola va giù» fa riferimento diretto proprio alla modalità di somministrazione del vaccino anti-polio di Sabin.

Il vaccino Salk fu perfezionato e nel ’55 le autorità sanitarie americane ne autorizzarono la vendita: dopo le iniziali perplessità, gli Stati Uniti adottarono così il vaccino Salk.

Sabin mise a punto il suo vaccino fra il ’54 e il ’55. Tuttavia, mentre il vaccino di Salk fu velocemente approvato ed in seguito applicato su vasta scala, Sabin dovette attendere alcuni anni in quanto la sperimentazione in massa del suo vaccino, fatto con virus vivi ed attenuati e somministrabile per via orale, richiedeva maggiori cautele. Ma al di là di tale aspetto, l’approvazione delle autorità sanitarie degli Stati Uniti sul vaccino in modo che fosse disponibile subito per la vaccinazione di massa, fu a dir poco tardiva. Questo avvenne per vari motivi (alcuni parlarono di campanilismo, in quanto Sabin, pur essendo cittadino americano fin dal lontano 1930, era un ebreo polacco e l’antisemitismo era piuttosto diffuso anche negli Stati Uniti). In quegli anni fra il ’55 ed il ’59 Sabin non fu molto creduto né seguito: neppure nella sua Polonia il suo vaccino ebbe successo e gli fu preferito quello di Salk.

In ogni caso, gli studi di Sabin sicuramente non furono comunque vani. L’Unione Sovietica, insieme ad altri Paesi dell’Europa dell’Est, chiese a Sabin di poter sperimentare il suo vaccino sulle loro popolazioni. Il primo Paese a produrre il vaccino su scala industriale sarà la Cecoslovacchia, seguita dalla Polonia, da vaste aree dell’Unione Sovietica, dalla RDT (Repubblica Democratica Tedesca, meglio nota come Germania Est) e dalla Jugoslavia. Anche in Asia, a Singapore, verranno sottoposti a vaccinazione oltre duecentomila bambini. Fra il ’59 ed il ’61 verranno vaccinati milioni di bambini dei paesi dell’Est europeo dell’Asia ed anche in alcuni Paesi dell’Europa occidentale. In Italia il vaccino anti-polio di Sabin verrà autorizzato nel ’63 e reso obbligatorio tre anni dopo, permettendo così la scomparsa della malattia. La stessa cosa avverrà in tutti gli altri Paesi in cui era stato reso obbligatorio.

Visti i grandissimi risultati ottenuti, furono prodotti e distribuiti sul mercato notevoli quantitativi del vaccino Sabin “orale monovalente” contro il poliovirus di tipo I. In seguito vennero messi in vendita sia il vaccino orale di tipo II (OPV - Oral Polio Vaccine) sia quello trivalente (TOPV - Trivaliant Oral Polio Vaccine), efficace contro tutti e tre i tipi di poliovirus. Il crescente successo del vaccino Sabin, unito all’assenza di pericoli che assicurava ed alla più facile somministrazione in confronto a quello di Salk, fece sì che anche gli Stati Uniti d’America adottassero, sia pur con forte ritardo, questo vaccino. Le diatribe sul conto di Sabin e del suo vaccino cessarono e, fra il ’62 ed il ’64, il farmaco assunse grandissima autorevolezza in tutto il mondo e, nello stesso tempo, crebbe la riconoscenza scientifica nei confronti del medico polacco. Con la famosa zolletta di zucchero con vaccino Sabin, fu possibile vaccinare centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo. I risultati ottenuti, grazie al vaccino di Sabin sulla morbilità per poliomielite nei Paesi che hanno un’organizzazione sanitaria di base sufficientemente evoluta sono tali che a volte si è discusso sulla possibilità di conservare l’obbligatorietà della vaccinazione anti polio solo in quelle nazioni ancora classificabili come “a rischio” .

Dal ’69 al ’72 Sabin fu presidente del Weizmann Institute of Science di Rehovot, in Israele. A partire dalla fine degli anni Settanta, dopo esser andato in pensione, sia pur ufficialmente ritirato dall’attività, si dedicherà ad altri importanti studi immunologici, soprattutto nel campo della lotta contro i tumori, le leucemie ed il morbillo («Mi è parso che uno specialista in virus, come sono finito per diventare, abbia il dovere di usare le sue conoscenze per far del bene all’umanità»). Oltre alle ricerche nel campo della microbiologia generale (meccanismi della resistenza ereditaria e dell'immunità contro i virus, studio dei virus oncogeni), notevoli furono anche quelle nella microbiologia applicata (allestimento di vaccini preventivi e di tecniche diagnostiche per alcune malattie, fra cui la toxoplasmosi, l’encefalite giapponese di tipo B e la dengue).

 Nonostante non abbia mai ricevuto il Premio Nobel, per le sue scoperte mediche, nel corso della sua lunga carriera Sabin ricevette circa quaranta lauree honoris causa da parte di università europee e non, oltre al Premio Koch (nel 1962), al Premio Internazionale Feltrinelli (nel 1964) dell’Accademia dei Lincei ed alla Medaglia Nazionale per la Scienza (nel 1970) «per numerosi contributi fondamentali a comprendere i virus e le malattie virali, culminati nello, sviluppo del vaccino che ha eliminato la poliomielite quale maggiore minaccia per la salute umana».

Nel maggio 1986 ricevette la prestigiosa Medaglia Presidenziale per la Libertà.

Fra i suoi scritti ricordiamo Poliomyelitis papers and discussions presented at the Fourth international poliomyelitis conference (1958); Paralitic poliomyelitis: old dogmes and new perspectives, in Review Infectious Diseases, 3 (1981); Vaccine control of poliomyelitis in the 1980, in «Journal Biol. Med.». 55 (1982).

 

Per quanto riguarda il suo vaccino, Sabin non lo brevettò mai, rinunciando così allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche (nonché a guadagni personali che, è del tutto superfluo dirlo, sarebbero stati senz’altro di ragguardevole entità), affinché il prezzo contenuto permettesse una più vasta diffusione della cura: «In molti insistevano perché brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo ai bambini di tutto il mondo», dichiarò il grande scienziato polacco in un’intervista degli anni Settanta.

Pertanto, dalla realizzazione del suo importantissimo vaccino non guadagnò mai un solo dollaro, continuando a vivere con il suo stipendio (e poi con la pensione) da professore universitario. Sicuramente un ottimo stipendio, ma ovviamente parliamo di cifre ridicole in confronto a quelle che avrebbe guadagnato se avesse deciso di brevettare.

Inoltre, impossibile non ricordare il fatto che, negli anni della Guerra fredda, donò i suoi ceppi virali allo scienziato russo Mikhail Chumakov, in modo tale da permettere lo sviluppo del vaccino anche in Unione Sovietica. E così, anche in tale occasione, Sabin andò al di là delle questioni politiche - in epoche in cui il mondo era nettamente diviso in due dal Muro di Berlino - nell’interesse di un bene superiore.

Albert Bruce Sabin muore all’ospedale della Georgetown University - a Washington - nel marzo 1993 all’età di ottantasei anni, lasciando in tutti coloro i quali/le quali lo avevano conosciuto il ricordo di una persona umile, di altissimo livello e, sia nel corso della sua vita sia della sua carriera, sempre attenta alla “sostanza” delle cose e mai all’apparenza.

 

 

Pubblicato in Scienza

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


 


 

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