Un anno senza Muhammad Ali

Muhammad Alì contro Joe Frazier nell'ottobre 1975 Muhammad Alì contro Joe Frazier nell'ottobre 1975
Un anno fa, nel giugno 2016, moriva a Phoenix - in Arizona - Muhammad Alì, "The Greatest".

Nato a Louisville - nel Kentucky - nel gennaio 1942, ex campione del mondo dei pesi massimi e medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960, sul ring, l’ultimo match era stato quello contro Trevor Barbick (1950 - 2006) combattuto nel dicembre 1981 quando aveva poco meno di quarant’anni.

Nato come Cassius Marcellus Clay Jr., l’uomo che diverrà noto come il più grande pugile peso massimo di tutti i tempi aveva cambiato il suo nome in Muhammad Alì all’età di ventiquattro anni, quando si era convertito all’Islam. 

Atleta in grado di “danzare come una farfalla e di pungere come un’ape” (volendo citare la sua celeberrima frase, più volte utilizzata da numerosi cronisti e giornalisti sportivi), ma soprattutto un esempio, un simbolo anche fuori dal ring, Muhammad Ali si era presentato sulla scena mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, a diciotto anni, conquistando la medaglia d’oro nella categoria dei medio-massimi e lasciando tutti di sasso per via del fatto che era un medio-massimo che combatteva con la potenza da medio-massimo e l’agilità di un leggero. Quattro anni dopo, nel’64, diventerà per la prima volta campione del mondo dei pesi massimi.

Essendo cresciuto negli Stati Uniti razzisti e segregazionisti degli anni Cinquanta, sul “ring della vita” è costretto a cominciare a combattere molto presto. Forse è proprio per via di questa sua rabbia che decide di abbracciare la boxe. Leggenda vuole che allo sport arrivò per caso nel '54, a dodici anni, quando gli fu rubata la bicicletta. Clay disse alla polizia che avrebbe voluto picchiare il ladro e l’agente, Joe Martin, che era allenatore di pugili in una scuola locale, decise di prenderlo con sé e di cominciare ad allenarlo.

Saràun crescendo di successi. Cassius Clay riesce ad associare alla sua figura imponete - era alto più di un metro e novanta - la velocità e la leggerezza della danza: un’accoppiata vincente che lui stesso, anni dopo, inquadrerà perfettamente affermando di essere in grado di “volare come una farfalla e pungere come un’ape”.  

Dopo aver conquistato il già citato oro olimpico contro il polacco Zbigniew Pietrzkowski (1934 - 2014) ai Giochi di Roma 1960, Cassius Clay passa al professionismo, continuando a vincere e ad inanellare un’impressionante serie di successi.

Nel ‘63 sconfigge il peso massimo britannico Henry Cooper (1934 - 2011)

Nel ‘64, a ventidue anni, batte Sonny Liston (1930 - 1970) per k.o - lo sconfiggerà nuovamente l’anno successivo - e diventa per la prima volta campione del mondo dei pesi massimi.

Nel marzo del ‘71 al Madison Square Garden di New York contro Joe Frazier (1944 - 2011), con una borsa - mai vista all’epoca - di due milioni e mezzo di dollari a testa, subisce la sua prima sconfitta.

Nell’ottobre del ’74 a Kinshasa - all’epoca capitale dello Zaire -, nel “combattimento della giungla” - così come verrà definito - Alì, a trentadue anni, recupererà il titolo mondiale dei pesi massimi mettendo k.o. George Foreman (n.1949) all’ottavo round. Don King, promotore e organizzatore dell’incontro, raccoglierà oltre dieci milioni di dollari.

Nell’ottobre dell’anno successivo tornerà a sconfiggere il suo acerrimo rivale, Joe Frazier, in un incontro “leggendario” passato alla storia della boxe ed in cui entrambi i pugili, come affermato anni dopo da loro stessi, rischiarono la vita.

Nel frattempo, otto anni avanti, nel ‘67, Muhammad Alì, apertamente e dichiaratamente contrario alla sanguinosa guerra che ormai da quattro anni si stava combattendo in Vietnam - e che finirà solo nel ’75 - si era lanciato caparbiamente in una nuova battaglia. Convocato dall’esercito nell’aprile di quell’anno, rifiuta di arruolarsi dichiarando il suo credo religioso e la sua irremovibile opposizione alla guerra. Arrestato, denunciato, privato del titolo mondiale e della licenza di pugile, comincerà una battaglia con il Dipartimento di Giustizia americano che lo terrà lontano dal ring per oltre tre anni e mezzo - periodo durante il quale continuerà ad allenarsi duramente, ma senza la possibilità di “incrociare i guantoni” con gli avversari - proprio quando è all’apice della sua carriera sportiva ed al massimo della sua prestanza fisica. 

Nel giugno del ’71 la Corte Suprema americana revocherà la condanna permettendogli così di tornare sul ring.

Nel dicembre dell'81, circa un mese prima del suo quarantesimo compleannno, si ritirerà definitivamente con un record di cinquantasei vittorie (trentasette fra le quali per k.o.), cinque sconfitte (fra cui una sola per k.o.), tre titoli mondiali - dal ’64 al ’67; dal ’74 al ’78, e un’ultima breve parentesi nel ’79, quando viene incoronato “Migliore Sportivo del XX secolo”. 

Il morbo di Parkinson, diagnosticato ufficialmente già nell'84, appare palese al mondo intero quando accende la fiaccola olimpica ai Giochi di Atalanta del 1996.

Nonostante le sue condizioni di salute, Muhammad Alì rimarrà a lungo attivo come figura pubblica dedicando molti anni alla filantropia nella raccolta di fondi per l’”Alì Parkinson Center Mahoma” a Phoenix.

Nel ‘98 viene nominato Messaggero di Pace dalle Nazioni Unite per il suo lavoro nei Paesi in via di sviluppo. 

Ormai è universalmente riconosciuto come una “leggenda” sia nel mondo dello sport, sia come caparbio ed instancabile combattente della battaglia dell’uguaglianza e per i diritti civili.

Grandissimi pugili come il già citato Joe Frazer, George Foreman, Ken Norton (1943 - 2013), e Ron Lyle (1941 - 2011), loro malgrado, son passati alla storia della boxe come “i più pericolosi avversari di Alì”. Al centro dell’attenzione c’era sempre lui.

Nel 2009, intervistato nel documentario Facing Alì - in cui vengono intervistati i dieci migliori ex avversari di Alì -, Ron Lyle, che combatté contro di lui nel ’75 e fu sconfitto per k.o al nono round, alla giornalista che lo sta intervistando nella palestra in cui l'ex pugile allenava i ragazzi di quel quartiere dirà: “Per fortuna che è esistito Alì! Altrimenti voi oggi non sareste qui a parlare con il vecchio Ron Lyle. E di cosa?"   

 

Pubblicato in Sport

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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