Un ricordo di Muhammad Ali nell’anniversario della sua nascita

Muhammad Alì negli anni Sessanta Muhammad Alì negli anni Sessanta
Muhammad Alì, “The Greatest”, avrebbe ottant’anni. Medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma del 1960 e campione del mondo dei pesi massimi dal ’64 al ’67 e dal ’74 al ’78, il suo ultimo match fu nel dicembre 1981, quando aveva poco meno di quarant’anni.

«Chi avrebbe mai dato retta a un ragazzo nero nato in Kentucky, figlio di un artista di strada che disegnava santi sui marciapiedi se non avesse conquistato contro quel “cattivo” di Sonny Liston, nel 1964, il titolo di pugile più forte del mondo? Le mie qualità di boxeur tecnico, rapido di gambe e bracci, innamorato della fantasia, il mio modo di stare sul ring e di essere provocatorio e crudele più con gli atteggiamenti irridenti che con la volontà di far male all’avversario, non sarebbero serviti a niente, se non avessi intuito, fin dall’inizio, che dovevo capovolgere la situazione. Dovevo essere io stesso a utilizzare i mezzi di comunicazione che volevano usare me e il mio spettacolo, se volevo veramente manifestare il mio disagio, la protesta il dolore, le richieste e l’orgoglio della mia gente. Dovevo sputare le mie sentenze, le mie sfide possibili o esasperate, cercando di precedere le vostre domande. Così forse ho dato una mano alla presa di coscienza e alla crescita della mia gente, ho cambiato il rapporto fra un pugile, un atleta e la società in cui vive. Ora, la mia più grande soddisfazione è essere stimato anche da quella metà dell’America che non mi amava, che mi detestava perché non capiva, che mi chiamava “comunista” perché rifiutavo di andare a combattere in Vietnam in nome della mia fede religiosa, quella dei musulmani neri. Adesso tutti hanno compreso e sono dispiaciuti del torto che ho subito, quando, nel 1967, fui privato del titolo mondiale e del mio lavoro per il rifiuto della guerra in Vietnam» (Muhammad Ali, in un’intervista a Gianni Minà del 1995)

«Il mio Dio mi ha dato talmente tanto nei primi quarant’anni della mia vita - mi disse una volta - che se anche adesso mi toglie qualcosa, devo comunque dirgli grazie perché sono ancora in debito rispetto a quello che hanno avuto e hanno miliardi di esseri umani» (Muhammad Ali) 

Nato a Louisville - nel Kentucky - nel 1942 (è morto a Phoenix - in Arizona - nel giugno 2016),  Cassius Marcellus Clay Jr., l’uomo che diverrà noto come il più grande pugile peso massimo di tutti i tempi, cambia il suo nome in Muhammad Alì all’età di ventiquattro anni, quando si converte all’Islam. 

Atleta in grado di «danzare come una farfalla e di pungere come un’ape» (la sua celebre frase, più volte utilizzata da cronisti e giornalisti sportivi), ma soprattutto un esempio, un simbolo anche fuori dal ring, Muhammad Ali si era presentato sulla scena mondiale alle Olimpiadi di Roma del 1960, a diciotto anni, conquistando la medaglia d’oro nella categoria dei medio-massimi e lasciando tutti di sasso per via del fatto che era un medio-massimo che combatteva con la potenza da medio-massimo e l’agilità di un leggero. Quattro anni dopo, nel ’64, diventerà per la prima volta campione del mondo dei pesi massimi.

Essendo cresciuto negli Stati Uniti razzisti e segregazionisti degli anni Cinquanta, sul “ring della vita” è costretto a cominciare a combattere molto presto. Forse è proprio per via di questa sua rabbia che decide di abbracciare la boxe. Leggenda vuole che allo sport arrivò per caso nel ’54, a dodici anni, quando gli fu rubata la bicicletta. Clay disse alla polizia che avrebbe voluto picchiare il ladro e l’agente, Joe Martin, che era allenatore di pugili in una scuola locale, decise di prenderlo con sé e di cominciare ad allenarlo.

Sarà un crescendo di successi. Cassius Clay riesce ad associare alla sua figura imponente - era alto più di un metro e novanta - la velocità e la leggerezza della danza: un’accoppiata vincente che lui stesso, anni dopo, inquadrerà perfettamente affermando, come già detto, di essere in grado di «volare come una farfalla e pungere come un’ape».  

Dopo aver conquistato il già citato oro olimpico contro il polacco Zbigniew Pietrzkowski (1934-2014) ai Giochi di Roma 1960, C. Clay passa al professionismo, continuando a vincere e ad inanellare un’impressionante serie di successi.

Nel ’63 sconfigge il peso massimo britannico Henry Cooper (1934-2011). Nel ’64 batte Sonny Liston (1930-1970) per k.o - lo sconfiggerà nuovamente l’anno seguente - e diventa per la prima volta campione del mondo dei pesi massimi.

Nel marzo del ’71, al Madison Square Garden di New York, contro Joe Frazier (1944-2011), subisce la sua prima sconfitta.

Nell’ottobre del ’74 a Kinshasa - all’epoca capitale dello Zaire -, nel “combattimento della giungla” - così come verrà definito - Alì, a trentadue anni, recupererà il titolo mondiale dei pesi massimi mettendo k.o. George Foreman (classe 1949) all’ottavo round. Don King, promotore e organizzatore dell’incontro, raccoglierà oltre dieci milioni di dollari.

Nell’ottobre dell’anno seguente tornerà a sconfiggere il suo storico rivale, Joe Frazier, in un incontro “leggendario” passato alla storia della boxe ed in cui entrambi i pugili, come affermato da loro stessi, rischiarono la vita.

Nel frattempo, otto anni avanti - nel ’67 -, Muhammad Alì, apertamente e dichiaratamente contrario alla guerra in Vietnam – cominciata nel ’63 e che finirà solo nel ’75 - si era lanciato in una nuova battaglia. Convocato dall’esercito nell’aprile di quell’anno, rifiuta di arruolarsi dichiarando il suo credo religioso e la sua irremovibile opposizione alla guerra. Arrestato, denunciato, privato del titolo mondiale e della licenza di pugile, comincerà una battaglia con il Dipartimento di Giustizia americano che lo terrà lontano dal ring per oltre tre anni e mezzo - periodo durante il quale continuerà ad allenarsi con caparbietà e costanza, ma senza la possibilità di incrociare i guantoni con gli avversari - proprio quando è all’apice della sua carriera sportiva ed al massimo della sua prestanza fisica. 

Nel giugno del ’71 la Corte Suprema americana revocherà la condanna permettendogli così di tornare sul ring.

Nel dicembre del 1981, circa un mese prima del suo quarantesimo compleanno, si ritirerà definitivamente con un record di cinquantasei vittorie (fra cui trentasette per k.o.), cinque sconfitte (fra cui una sola per k.o.), tre titoli mondiali - dal ’64 al ’67; dal ’74 al ’78, e un’ultima breve parentesi nel ’79, quando viene incoronato “Migliore Sportivo del XX secolo”. 

Il morbo di Parkinson, diagnosticato già nel 1984, appare palese al mondo intero quando accende la fiaccola olimpica ai Giochi di Atalanta del ’96.

Nonostante le sue precarie condizioni di salute, Muhammad Alì rimarrà a lungo attivo come figura pubblica dedicando molti anni alla filantropia nella raccolta di fondi per l’Alì Parkinson Center Mahoma a Phoenix.

Nel ’98 viene nominato Messaggero di Pace dalle Nazioni Unite per il suo lavoro nei Paesi in via di sviluppo. In quegli anni era ormai universalmente riconosciuto come una “leggenda” sia nel mondo dello sport, sia come caparbio ed instancabile combattente della battaglia dell’uguaglianza e per i diritti civili.

Grandissimi pugili come il già citato Joe Frazer, George Foreman, Ken Norton (1943-2013), e Ron Lyle (1941-2011), loro malgrado, son passati alla storia della boxe come “i più pericolosi avversari di Alì”. Al centro dell’attenzione c’era sempre lui.

Nel 2009, intervistato nel documentario Facing Alì - in cui vengono intervistati i dieci migliori ex avversari di Alì -, Ron Lyle, che combatté contro di lui nel ’75 e fu sconfitto per k.o al nono round, alla giornalista che lo sta intervistando nella palestra in cui l'ex pugile allenava i ragazzi di quel quartiere, dirà: «Per fortuna che è esistito Alì! Altrimenti voi oggi non sareste qui a parlare con il vecchio Ron Lyle. E di cosa?».   

Pubblicato in Sport

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.

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