Al via la terza edizione di TrasteStorie al Teatro Trastevere

una scena di "Mare" di Francesca Pica una scena di "Mare" di Francesca Pica
Ha debuttato martedì 28 gennaio 2020 al Teatro Trastevere - via Jacopa de’ Settesoli 3 - a Roma la rassegna di teatro di narrazione TrasteStorie con la pièce di e con Francesca Pica “Mare”, liberamente tratta da “Donne di mare”, “La danza delle streghe” e “I confini irreali delle Eolie” di Macrina Marilena Maffei, regia di F. Pica.

Persone-Fatti-Cronache. Affabulazioni, racconti, fatti di cronaca, vissuto quotidiano. Trasparenze, dissolvenze, esistenze. Specchi di vita... trascorsa, presente e futura. Il tutto rappresentato sotto forma di messinscena teatrale e realtà performative multidisciplinari.

Il Teatro medesimo per l'occasione ospiterà mostre fotografiche, installazioni artistiche sonore e realizzazioni “sensoriali” immersive, correlate all'interno del proprio spazio, allestito all'insegna di Storie… da non dimenticare.

«Ho fatto un sogno. Era Notte, una notte nera come il carbone, neanche una falce di luna ad illuminarmi» (da Mare di Francesca Pica)

In un sogno due donne si incontrano. Miti, simboli e figure arcaiche, ora amichevoli ora minacciose, svelano le Isole Eolie e la loro feroce bellezza, tra storie di majare, pescatrici e serpi con i capelli. “Mare”, delicato e potente al tempo stesso, porta lo spettatore per mano in un sud in cui realtà e fantasia si confondono, è un gioco di scatole cinesi in cui vita e morte vegliano l’una sull’altra tra le onde in un eterno presente che muta ogni cosa e la lascia com’è.

Mare di Francesca Pica (regia: F. Pica; interpreti: F. Pica; scenografie e costumi: Domenico Latronico; supervisione: Elena Bucci), liberamente tratta da Donne di mare, La danza delle streghe e I confini irreali delle Eolie di Macrina Marilena Maffei, regia di F. Pica, rimarrà in scena al Teatro Trastevere fino a mercoledì 29 gennaio 2020.

 

I prossimi appuntamenti

 

Giovedì 30 e venerdì 31 gennaio 2020

Mi chiamo Giuseppe di e con Enrico Vulpiani

 «Peppì! Esci dall’Italia, vai verso Napoli, che qui in Italia ci moriamo di fame» (da Mi chiamo Giuseppe)

«La storia di Giuseppe inizia due volte, una nel 17 febbraio 2011, giorno della sua nascita e una il 7 ottobre 1973, nel giorno della mia nascita. La seconda volta nasce e cresce attraverso i suoi racconti, attraverso i miei occhi, attraverso i suoi gesti nei miei confronti, attraverso la sua presenza. Una presenza di gioia e coraggio che ha colmato le mie assenze, che mi ha insegnato ad essere me stesso ed ora ho l'urgenza di restituirvela, questa presenza, perché nessuno si debba sentire più solo ed inadeguato» (Enrico Vulpiani)

Mi chiamo Giuseppe è la storia d’Italia del secolo scorso, raccontata attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta vivendo la propria vita ed attraverso le emozioni di chi se l’è sentita raccontare. Un viaggio picaresco e inevitabile, attraverso Paesi, persone, eventi privati e storici, a cui è stato necessario prendere le misure, respirando le proprie debolezze, le proprie paure, il proprio incosciente entusiasmo. È la storia di una famiglia, un piccolo ma tenace albero genealogico che, pur strapazzato da vento e sole, ha continuato a germogliare, volgendo sempre i propri fiori, fieri, verso l’alto.

 

Sabato 1° e domenica 2 febbraio 2020

Più della mia vita di Elisa Mascia (regia: Gabriella Praticò; interpreti: E. Mascia, Lucia Ciardo, Gigi Palla)

 «Non è importante il quanto ma il come» (da Più della mia vita)

«Il progetto nasce da un incontro decisivo, una lunga intervista concessa da Maria Morena, ultima infermiera del Manicomio di Santa Maria della Pietà di Roma e che ha raccontato storie di donne che hanno vissuto in quel luogo di reclusione e di dolore dagli anni Cinquanta agli anni Settanta. Sono donne che, come tante ancora oggi, hanno rinunciato alla propria vita per “amore” degli altri» (Elisa Mascia)

«Ho scelto di creare un allestimento dalle linee essenziali e incisive puntando la lente d'ingrandimento, senza distrazioni, sulle due eroiche protagoniste che nonostante tutto hanno saputo dare più della “loro” vita» (Gabriella Praticò)

1954: Anna e Maria vivono nello stesso palazzone, del quartiere Testaccio di Roma. Non si conoscono. Si incontreranno in manicomio, finite per incomprensione e dimenticate dagli umani. È la storia di un incontro, fatto di intimità, lacrime e risate, di due donne segnate ma presenti a sé stesse e che giungeranno ad un finale inaspettato.

 

 Martedì 4 e mercoledì 5 febbraio 2020

Il Dottore e lo Specialista di e con Marco Valeri

 «...per fortuna che c'è Mario - dico io - che ha la malattia del secolo, che chi ce l'ha soffre e che nessuno ti può aiutare che sono in pochi ad avere la malattia del secolo: sono in pochi ad avere la...Memoria» (da Il Dottore e lo Specialista)

Il Dottore e Lo Specialista...Metafora di un Disastro prende le mosse da una lettera che scrissi ai miei concittadini in seguito a un fatto realmente accaduto: un terremoto, nell’aprile del 2009, a L’Aquila. L'esigenza però era quella di parlare in modo più ampio a chi quella vicenda non poteva conoscerla e comprenderla empaticamente: così è nata l'esigenza di una metafora, di una storia che mettesse al centro l'uomo e che potesse essere diretta, immediata, più vicina ad ognuno di noi. La metafora può essere uno strumento potente e quella utilizzata è una metafora medica dato che proprio nella medicina l'attenzione dovrebbe essere incentrata sulla cura della persona, ma il progredire di tecnologia, scienza, linguaggio ci fa percepire la realtà in modo diverso e quando gli interessi vengono spostati dal fuoco principale diventa difficile capire come quando e a chi affidarsi.

 

Giovedì 6 e venerdì 7 febbraio 2020

I baffi di Angelica di Mosè Previti (regia: Rosaria Valentina Sfragara, Enrico Maria Carraro Moda; interprete: R. V. Sfragara)

 «Angelica ha i baffi, perché Angelica è una donna di guerra e prende del mondo tutto, parte femmina che stordisce, parte maschia che massacra. Ma rimango femmina, perché da qui inizia e da qui finisce il mondo» (da I baffi di Angelica)

Angelica ha i baffi perché è una paladina, una guerriera dell’Opera dei Pupi, una donna, un'attrice. Angelica è un pupo femmina che non ama i fili e che da filo da torcere a chi vuole amarla, a chi vuole comandarla. Il monologo è una riflessione sul ruolo dell’individuo all’interno della società, arte e vita si intrecciano e in un flusso di coscienza dai molteplici registri. Ma non si tratta solo di una riflessione individuale, psicologica. Il testo è anche una riflessione sul potere, sulla costrizione imposta dalle convenienze e da quello che, la vita o la vocazione, impone come legame inscindibile. Angelica ha i baffi perché sono segno della sua forza ma anche della sua ambiguità, tuttavia, il testo non è un lavoro sul “genere”, ma piuttosto sull’essere umano in generale. La donna oggi, forse meglio dell’uomo, incarna quella fitta rete di contraddizioni e di sfide che impegnano l’esistenza come una guerra, una guerra dove la capacità di affrontare il conflitto, accenderlo o domarlo, è decisiva.

 

Sabato 8 e domenica 9 febbraio 2020

Gli arrovesciati di e con Giorgio Cardinali (regia: Caterina Mannello, con il contributo di Marco Luly)

 «Il lavoro fa bene anche all'amore!» (da Gli arrovesciati)

Storia di un paese dove si campa di terra e si muore di fame. Storia di uomini al servizio dei baroni locali. Storia di chi immagina il proprio avvenire e lo costruisce. Tra i pochi sogni accarezzati dai pezzenti del paese, c'è quello di una strada diretta alla montagna, una via che aprirebbe nuovi sbocchi commerciali e porterebbe opportunità di sviluppo e di emancipazione dalla sudditanza verso il baronato. Il progetto però, nonostante sia approvato da anni dalle istituzioni, prevede l’attraversamento delle terre del barone, che impone il suo potere impedendone la realizzazione. I contadini disertano il lavoro nella terra del barone, con uno sciopero al rovescio impugnano pale e picconi e si costruiscono la strada. Il racconto, in bilico tra storia e fantasia, è il frutto di numerose ricerche bibliografiche, interviste, raccolta di testimonianze di chi visse in prima persona lo Sciopero a Rovescio del 1950 di un paese nel profondo sud, isolato e dimenticato dallo Stato. In definitiva, quei braccianti “Arrovesciati”, pezzi pregiati di memoria collettiva, raccontano qualcosa di quello che siamo stati capaci di essere e fare, ci interrogano su quello che siamo diventati e stiamo facendo e suggeriscono che per fare la Rivoluzione ci vuole Fantasia, uno slogan che sarà gridato in tutto il mondo, una ventina di anni dopo.

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Ultima modifica il Mercoledì, 29/01/2020

Pubblicato in Teatro

Classe 1986, storico del cinema e giornalista pubblicista, appassionato di courtroom dramas, noir, gialli e western da oltre quindici anni, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino Editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi culturali e collaboratore alle vendite in occasione di presentazioni, incontri, dibattiti e fiere librarie.


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