Fischi all’Opera di Roma: non convince il "Don Giovanni" di Vick

Fischi all’Opera di Roma: non convince il "Don Giovanni" di Vick Locandina dal sito del Teatro Costanzi.
Mercoledì 2 ottobre alle ore 19.30 è andata in scena al Teatro Costanzi – teatro dell’Opera di Roma in Piazza Beniamino Gigli 1 – la quinta replica del "Don Giovanni" di Mozart

Grigiore pervasivo, scenografia essenziale e risignificazione regalano al regista Graham Vick una settimana di fischi. 

Il Don Giovanni a regia vickiana è una di quelle esperienze che fanno sentire ignoranti, proprio come quando ci si reca a una mostra d’arte contemporanea il cui significato risulti inaccessibile: si tratta di un delirio o sono sprovvisto dei mezzi necessari all’interpretazione? Nella serata del 2 ottobre il teatro romano si è fatto trovare gremito e puntuale al terzo appuntamento di confronto del regista britannico con le trasposizioni di Mozart-Da Ponte: dopo Così fan tutteLe nozze di Figaro, è ora la volta dell’indimenticabile Don Giovanni. Ma in quanti sono davvero riusciti a riconoscerla?

Andiamo per gradi. Se il pubblico ha rumorosamente polemizzato con la regia, lo stesso non si può dire della direzione musicale del francese Jérémie Rhorer – coerente, coincisa e snella; spoglia di particolare espressività e più incisiva nei momenti drammatici – e degli interpreti, applauditi  calorosamente tanto dopo le arie più celebri, quanto al termine della recita. 

Don Giovanni ossia Il dissoluto punito è un dramma giocoso in due atti ambientato nella Siviglia del XVI secolo. L’avvio vede il Commendatore (Antonio Di Matteo) accorrere in difesa della figlia Donna Anna (Valentina Varriale) e poco dopo morire per mano del nobile seduttore Don Giovanni (Riccardo Fassi): dato lo sconforto della giovane, il duca Ottavio (Anicio Zorzi Giustiniani), suo promesso, giura di scoprire l’assassino ormai fuggito insieme al suo servo Leporello (Guido Loconsolo). Fa la sua entrata in scena Donna Elvira (Gioia Crepaldi), passata amante di Don Giovanni, cui Leporello elencherà tutte le conquiste amorose del suo padrone nella celebre aria del catalogo. Nel frattempo, durante i festeggiamenti per il matrimonio contadino di Zerlina (Rafaela Albuquerque) e Masetto (Andrii Ganchuk), Don Giovanni seduce la giovane sposa. Scoperte le malefatte del nobile, i personaggi si recano alla festa da lui voluta, durante la quale egli sarà smascherato pubblicamente oltre che maledetto. Nel corso del secondo atto, dopo altri inganni perpetrati grazie al servo Leporello, troviamo Don Giovanni in un cimitero nell’atto di prendersi gioco con spavalderia della statua del defunto Commendatore – nella regia vickiana l’alone della Sacra Sindone, rappresentazione del Figlio –, invitandola a cena. Seduto poi a tavola una volta nel castello, Don Giovanni respinge, gradasso, le occasioni per la conversione offertegli, per l’ultima volta, tanto da Donna Elvira quanto dalla statua-fantasma del Commendatore – per Vick il braccio della Creazione di Adamo, realizzato in cartone – che gli intima di pentirsi. Giunge così il momento fatale: la terra si apre e Don Giovanni viene raggiunto e inghiottito dalle fiamme dell’inferno; subito dopo gli altri personaggi si riuniscono ed esprimono la morale finale. 

La recita prende vita tra le nuvole: due grossi ritagli in cartonato portano il titolo dell’opera e coprono l’intera scena fungendo da sipario. Di lì, si apre agli occhi uno scarno universo scenografico (curato da Samal Blak), pressoché identico per tutti e due gli atti e che, se da un lato porta alla memoria il teatro dell'assurdo di Beckett – l'unica presenza scenica, un albero spoglio, cita esplicitamente Waiting for Godotportando il pensiero all’Albero della Conoscenza del Bene e del Male nel giardino biblico –, dall'altro sembra strizzare l’occhio all’eclettico ed effimero universo dei Monty Python, considerata la non trascurabile incombenza di cartonati mobili che si alternano sul palco, restituendo alla trasposizione una veste fumettistica e stilizzata. 

A ciò si addizionano riferimenti simbolici ricchi di senso cristiano: sembra infatti che le scelte adoprate da Vick vogliano dire molto, e di fatti portano ben lontano da dove ci aspettavamo di arrivare, ma forse troppo lontano anche dal Don Giovannidi Mozart-Da Ponte. Senz’altro tutto ciò è parte di un indirizzo programmatico: Vick pare proteso a risucchiare il forte bipolarismo morale del libretto, incentrato saldamente sulla continua collisione di Don Giovanni con una tipologia di caratteri imperniata su un senso morale direttamente proporzionale alla dissolutezza del protagonista, facendo così di ogni personaggio del canovaccio un dissoluto, un Don Giovanni a sua volta – si vede nell’impudica coppia prematrimoniale Donna Anna-Don Ottavio; nella giàsuora Donna Elvira che si concede una scena saffica con Zerlina; nelle scene di orgia collettiva che neanche alla corte dei miracoli –, o piuttosto una parodia di se stesso – il Commendatore è un anziano paraplegico con deambulatore, non all’altezza di un confronto fisico col Don, né temibile; Don Giovanni e Leporello si scambiano i vestiti, ma i loro abiti sono identici. Coerente allora il finale dell’opera: se, in misura maggiore o minore, tutti siamo Don Giovanni, e se la morale che a ciò si oppone è una farsa – per così dire, realizzata in cartapesta, e che infatti viene giù ad una strattonata – allora che senso ha punirlo calandolo negli inferi? Sarà meglio farlo uscire di scena, stizzito e controvoglia, dalla porta di servizio come un qualsiasi altro personaggio. 

Un impianto interpretativo così distante dal libretto, alle volte in aperta contraddizione con quanto recitato dai personaggi stessi, introduce, alla visione, due piani d'intesa in lotta tra di loro: uno dettato dal regista, l'altro da Da Ponte. Spesso ci si chiede, insomma, non solo se le scelte prese abbiano un senso o quale esso sia, ma cosa abbiano a che fare con l’originale. Pertanto, incomprensibile al pubblico neofita e disturbante per quello esperto, questo Don Giovannianestetizza qualsiasi interesse anche al più disposto spettatore che vi approcci, con l'aggravante che la mise en oeuvre, costantemente funestata da un'illuminazione abbagliante e statica – la quale rende peraltro impossibile la lettura dei sovratitoli – nulla ha a che vedere con la sontuosa e incalzante musica mozartiana, mentre pare più ansiosa di pervenire a una certa smania di originalità interpretativa che sottometta una lettura più fedele del libretto. Il rischio è, come s’è visto a Roma dalla reazione del pubblico, che il significato originario risulti inutilizzabile e inaccessibile anche all’agognata contemporaneità cui Vick vanta di rivolgersi. 

 

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Ultima modifica il Lunedì, 14/10/2019

Pubblicato in Teatro

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