Una Cenerentola pop all’Opera di Roma

Una Cenerentola pop all’Opera di Roma
Giovedì 13 giugno alle ore 18.00 è andata in scena al Teatro Costanzi – teatro dell’Opera di Roma in Piazza Beniamino Gigli 1 – l’ultima replica della Cenerentola di Rossini. Tra bambole e soldatini robotici, la regia di Emma Dante è tutta colore e zucchero e manda il pubblico in visibilio.

È stata una serata memorabile quella dell’ultima rappresentazione della Cenerentola, in scena all’Opera di Roma dall’8 al 13 giugno: senza esagerazioni, platea e palchetti hanno applaudito ogni aria e, anche a giudicare dai complimenti urlati a gran voce dal teatro alla conclusione dell’opera, questa rossiniana “meraviglia” secondo la regia di Emma Dante ha davvero convinto in molti.

La bacchetta è quella del direttore Stefano Montanari, già noto al sipario del Costanzi per l’animo rock e barock: la sua è una direzione che ben intende il brio, incalzante e felice, di quel “moderno Prometeo dell’armonia” che è Rossini – come dall’Avvertenza “ai miei cortesi fratelli drammatici” del libretto di Iacopo Ferretti –, restituito dal Maestro nella chiave ritmica che gli è più propria. La scenografia, curata da Carmine Maringola, ci immerge fin da subito in una vezzosissima casa delle bambole che, su uno sfondo bianco panna, permette a mobiliario e suppellettili di risaltare nei colori sgargianti dal celeste e azzurro, intonato al mondo del principe, al rosa e il rosso per la futura principessa; la scelta cromatica di disneyana memoria caratterizza l’intero allestimento, soprattutto nei costumi di Vanessa Sonnino.

Nostalgia dei topini tutto-fare, dell’espediente magico e della scarpetta perduta alla mezzanotte? Niente paura, siamo di fronte a una diversa Cenerentola che, tuttavia, non sarà difficile da riconoscere. Per questo dramma giocoso in due atti, risalente al secolo XIX, la vicenda del libretto è quella narrata da Perrault ma adeguata da Ferretti alle convenzioni dell’opera comica italiana. La figura della matrigna persecutrice fu resa maschile e fatta aderire al buffo caricato nei panni di Don Magnifico (Carlo Lepore), così prodigato a “imprincipar” le figlie da sembrare di volersi maritare lui stesso. Buffissime le sorellastre Clorinda (Rafaela Albuquerque) e Tisbe (Sara Rocchi), oltremodo convincenti nei movimenti magniloquenti e nelle frivole vanità della postura. Dalla trama fu eliminato ogni elemento magico e lasciate piuttosto al caso le peripezie, se non per quanto riguarda il carattere del maestro del principe Alidoro (Adrian Sampetrean), il quale, ligio depositario di una sapienza che sulla scena diviene spassosa farsa, aiuterà concretamente Cenerentola (Teresa Iervolino), sfarzoso contralto, a partecipare alla festa. Per districarsi con più chiarezza tra gli intrighi femminili, il principe Don Ramiro (Maxim Mironov) si deciderà per uno scambio di identità con il suo servitore Dandini (Vito Priante), in maniera tale da smascherare le vere disposizioni dell’animo della famiglia in questione e giungere a nozze con la donna più virtuosa. Un aneddoto simpatico: da libretto, Cenerentola non perderà una scarpetta, ma piuttosto una cavigliera, e la stampa francese non indugiò sul commentare tale modifica, suggerendo maliziosamente che fosse dovuta a una poco piacevole tornitura di piedi della Righetti Giorgi, prima Cenerentola nel 1817 a Roma, al Teatro Valle. Gli elementi più enfatizzati dall’opera rossiniana sono di certo quelli morali del perdono e della virtù, talenti in risalto sullo sfondo dell’epoca, quello di una Roma pervasa dalla corruzione di una nobiltà decadente e lassista in contrapposizione ai disagi dei ceti sociali più poveri.

È proprio in questo contesto, cioè quello in cui solo la censura pontificia evitava una lettura più dura e sarcastica della trama, restituendola sotto le spoglie di un buonismo zuccheroso, che ben si applica l’intonazione pop conferita dalla regia di Emma Dante. La chiave di lettura colorata e surrealista infatti non guasta, ma felicemente ravviva la già ricca trama del libretto, facendone piuttosto sprigionare l’umorismo al vaglio di una regia accurata e mai scarna, costantemente attenta ad ogni luogo della scena. E se potrà apparire inaspettato vedervisi agitare schiere di servitori meccanici come balocchi umanoidi caricati a molla, essi andranno considerati come una trasposizione della classe dei servitori, sempre pronta a tutti i capricci dei signori proprio come marionette nelle loro mani. Forse, la Dante, ha anche cercato di innestare sul tema più storico del conflitto di classe una piccola nota della magia favolistica: questi soldatini e queste bamboline tutti uguali, che si muovono aiutando i loro simili umani un po’ come, nel cartone animato Disney, i topini collaboravano alle pulizie insieme a “Cenerina”, ricordano le ancelle robotiche aiutanti del dio Efesto nel canto sullo scudo di Achille in Iliade XVIII. Lì infatti, signorine uguali in tutto e per tutte a donne reali, erano tuttavia finte, congegni creati dal dio fabbro stesso in virtù della propria genialità artigiana. Nel bel mezzo di un’opera buffa costruita più sull’ipocrisia – nel suo senso greco di “finzione attoriale”, dacché molto è dato, nella rappresentazione, all’esibizionismo delle proprie vesti e a ciò che esse comunicano di chi le indossa – che sull’amore, a trionfare sarà la bontà d’animo di Cenerentola. Ella, ormai seduta sul trono alla fine del secondo atto, sceglierà come vendetta contro soprusi e percosse dei suoi parenti-persecutori, sempre sopportati, il più generoso e misericordioso dei perdoni.

Ma la stagione dell’Opera non si ferma certo d’estate a questa Cenerentola, anzi continua deliziandoci su più fronti: da martedì 18 giugno a mercoledì 26 andrà in scena al Costanzi la Tosca di Puccini per la direzione di Jordi Bernacer e la regia di Alessandro Trevi; è già iniziata la stagione in scena alle Terme di Caracalla per cui potremo assistere, tra le altre, all’Aida e alla Traviata; infine riparte l’iniziativa dell’”OperaCamion”, che viaggia di piazza in piazza con orchestra e interpreti e che quest’anno propone un più agevole adattamento da Il barbiere di Siviglia di Rossini. 

 

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