Obsolescenza accelerata

Obsolescenza accelerata
È l’offerta a imporre le tendenze o è la domanda che le genera?

 Apple ha ammesso pubblicamente di aver introdotto aggiornamenti software negli iPhone per rallentare i device più datati e indurne in buona sostanza la sostituzione prematura. Le tech company di cui Apple è solo l’emanazione più luminosa impostano dunque la data di scadenza dei propri device e questo lo si sapeva. Si chiama obsolescenza programmata ed è il normale ciclo di vita di un prodotto tecnologico, per quanto la norma verrà pur stabilita da qualcuno.

L’utente più smanettone, e di contro quello interessato più alla forma che alla sostanza, non ha mai avuto il problema di consumare prodotti vicini alla data di scadenza. Gli altri hanno forse bisogno di una spintarella ogni tanto.

La tendenza generale specialmente nel settore mobile è quella di limitare l’accessibilità all’hardware del proprio (di chi acquista o di chi produce?) device. Sempre meno smartphone prevedono nella loro dotazione una batteria removibile, la regola fino alla generazione precedente di telefonini. La batteria è la componente più esposta al deterioramento, le attuali al litio, anche se molto più versatili e durature (semplicisticamente, più spesso si ricaricano più durano) rispetto alle loro antenate al nichel, hanno un ciclo di vita di circa due anni. Scaduti i due anni, quando una ricarica da powerbank è appena sufficiente ad arrivare a sera si avvicina sempre più il momento della sostituzione del device. Ai pochi a resistere alle traversie imposte dalla chimica, sono le tech company a pensare fornendo aggiornamenti in alcuni casi tanto attesi prima, quanto maledetti dopo.

Dicevamo la tendenza imposta (questa sì) dalle case costruttrici è quella di fornire all’utente finale prodotti sempre più monoscocca, permettendo al massimo di introdurre nello smartphone la sim e (talvolta) una scheda di memoria.

Un apparente tentativo di risalire la corrente l’ha fatto prima LG, poi Motorola con il suo Moto Z Play, che permette di personalizzare lo smartphone aggiungendo alcuni componenti (ad esempio un proiettore o una cover powerbank) per espanderne le funzionalità (ma non la vita).

Quello di Motorola è uno spinoff dell’ormai storico Project Ara, partito nel 2013 con Google e proprio Motorola, quando l’azienda di telecomunicazioni era di proprietà del colosso di Mountain View. Il progetto rigettava l’idea di obsolescenza programmata e mirava a limitare gli scarti tecnologici generati dal turnover dei prodotti.

In concreto l’idea era quella di creare un device mobile totalmente modulare, concettualmente simile ai pc, a cui sarebbe stato possibile allungare la vita mediante la sostituzione dei componenti hardware. Allo scheletro prodotto da Google, una sorta di scheda madre user friendly, l’utente avrebbe potuto agganciare i moduli (schermo, ram, memoria, altoparlanti, processore, fotocamera ecc…) che avrebbero permesso di assemblare un device funzionale alle esigenze di ognuno e l’aggiornamento costante per far fronte alla richiesta di prestazioni sempre più elevate.

Il Project Ara naufragò nel 2016 proprio quando sembrava essere vicina la commercializzazione del device. Non vennero date particolari spiegazioni, del progetto si persero le tracce. Alla base di questa prematura obsolescenza forse le difficoltà tecniche di funzionamento dei prototipi o forse la corrente prorotta dalla domanda e dall’offerta, troppo forte da risalire.

Pubblicato in Tecnologia

Fotonews

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