"39 scalini" al Teatro de' Servi. Parlano il regista e gli attori

Un classico di Alfred Hitchcock è sbarcato  al Teatro de’ Servi - via del Mortaro 22, all’angolo con via del Tritone - a Roma. Ha debuttato con grande affluenza di pubblico martedì 19 dicembre 2017 “39 scalini” di John Buchan, adattamento di Patrick Barlow, regia di Leonardo Buttaroni.

39 scalini, firmato dall’attenta regia di Leonardo Buttaroni (Premio Cerami 2016 per la categoria Miglior Spettacolo) ed arricchito dalle notevoli scenografie di Paolo Carbone (Premio Cerami 2016 come Miglior Scenografia) riprende l’opera scritta da Patrick Barlow nel 2005, concepita per un cast di quattro attori, qui costituito dalla consolidata squadra (della compagnia “Cattive Compagnie”) formata da Alessandro Di Somma (Premio Cerami 2016 come Miglior Attore Non Protagonista) Diego Migeni, Yaser Mohamed (Premio Cerami 2016) e Marco Zordan, chiamati ad interpretare - anche contemporaneamente - numerosi personaggi dalle caratteristiche più differenti: buoni, cattivi, uomini, donne, e perfino oggetti inanimati.

Abbiamo incontrato il regista e i quattro attori ed abbiamo rivolto loro alcune domande.

Come è nata l’idea di portare sul palcoscenico I 39 scalini?

Noi siamo una compagnia, Le Cattive Compagnie, che già aveva affrontato qualche adattamento cinematografico, come Fight Club e Titus (con un taglio vicino a quello che era stato il Titus interpretato da Anthony Hopkins). Questo è uno spettacolo che nasce nel 2005 a Londra - dove è stato per un decennio al Criterion -  e che riprende il film di Hitchcock degli anni Trenta, che, a sua volta,  era stato tratto da un libro di John Buchan.

Lo spettacolo riprende questo adattamento in cui tutti i personaggi di vengono interpretati da quattro attori. Inoltre tutte  le scene, (è un film internazionale, immaginiamo tutte le ambientazioni, tutti i set in cui è stato girato) vengono realizzate con elementi molto semplici e tutto questo ha giocato sulle dinamiche del clown. Abbiamo un protagonista, che è Richard Hannay, interpretato da un attore che fa sempre la stessa parte, e poi, nella versione originale, due clown maschili e una donna. La donna interpreta tutti i personaggi femminili, gli altri due clown interpretano tutti gli altri personaggi (a volte anche due/tre personaggi nella stessa scena).

Tutto questo, logicamente, rende il tutto molto particolare, metateatrale. Si svela un po’ il meccanismo teatrale, si gioca anche sugli errori degli attori e quindi si esce un po’ fuori dallo schema del classico, all’interno dello spettacolo c’è molta comicità. E anche l’idea di costruire con pochi oggetti (delle scale, delle semplici cornici, delle relle) tutta un’ambientazione che altrimenti non sarebbe mai stata proponibile in teatro, se non affrontando costi non indifferenti.

Abbiamo rimesso in scena lo spettacolo con la regia di Leonardo Buttaroni, che ha inserito due caratteristiche fondamentali e peculiari del nostro allestimento: la prima è rappresentata dal fatto di interpretarlo in quattro uomini. L’attore che interpreta la parte delle donne è "en travesti", il che aggiunge un effetto ancor più comico; la seconda è il fatto, mentre nello spettacolo originale è tutto quintato e le cose che entrano in scena vi entrano di volta in volta, nel nostro,  è tutto completamente a vista, è tutto squintato, e questo aumenta anche l’effetto del “curiosare” da parte del pubblico, della macchina teatrale in continuo movimento.

Lo spettacolo si svolge su due livelli. Quello della vicenda e dell’ “intrigo internazionale” - quindi di un thriller a tutti gli effetti -  e quello dell’opera teatrale interpretata da quattro attori  che vengono colti di sorpresa nella messa in scena di questo spettacolo, e quindi quattro attori a volte anche buffi e clowneschi che ne fanno succedere di tutti i colori, riuscendo però a non perdere mai il filo del thriller. Uno spettacolo thriller-comico che, in un certo qual modo, può esser visto come una sorta di spettacolo nello spettacolo.

Sotto questo profilo è un po’ lo stesso gioco che viene fatto con i rumori fuori scena.

Mentre l’originale dedica proprio un atto al backstage, noi questo nello spettacolo lo facciamo direttamente  a vista. Il pubblico è molto interessato a questa parte, al marchingegno che può mettere in azione tutta la macchina attoriale e noi, mettendolo in vista, abbiamo dovuto creare anche due piani recitativi: c’è il momento in cui l’attore è nel personaggio ed è attore, e quello in cui esce dal personaggio medesimo e, poiché “the show must go on”, se in scena non c’è un oggetto facciamo ricorso all’improvvisazione e qualcosa ci inventiamo. Questo viene fatto ad arte. Abbiamo cercato di renderlo sempre più casuale nel senso vero del termine, dando questa impressione di disequilibrio, come degli equilibristi non molto abili che affrontano per la prima volta una cosa molto più grande di loro e poi alla fine riescono a spuntarla. Son tutti, partendo già dallo stesso Richard Hannay, degli “eroi per caso”, sono personaggi che nascono quasi dal momento, dall’improvvisazione, dal lavoro che abbiamo fatto. Tuttavia, proviamo sempre a dare allo spettatore l’impressione che sia un po’ tutto governato dall’ «Oddio, e adesso che cosa facciamo?». Tutto all’improvviso, ma mai per caso.

Il classico eroe “malgré lui”

Questo nasce anche da una tradizione inglese. Quella del fare il  teatro in maniera artigianale, e i precursori di questi sono gli artigiani di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare, nel senso che, con la loro approssimazione nel mettere in scena una fiaba in cui c’era la luna, il leone e tutto quanto il resto, loro possono esser considerati a tutti gli effetti come i “padri” di questo tipo di comicità applicata al teatro. Una comicità in cui la volontà della messinscena va a cozzare contro le possibilità della messinscena medesima.

Una sorta di “festival dell’approssimazione” all’interno di una vicenda di spionaggio.

Sì, approssimazione che permette di dare spazio all’immaginazione. Per quello che si vede in questo spettacolo, sotto questo profilo,  si può prender come riferimento la frase di Shakespeare «se vedete un cavallo immaginatene mille». Il senso è questo. «Se vedete una scala, immaginate un treno», «Se vedete una rella, immaginate una porta», nel senso che quello che facciamo è esattamente un gioco portato in uno spettacolo ambientato in un’altra epoca e per uno spettacolo che fra l’altro è un giallo scritto benissimo. Se si assiste a questo spettacolo e poi si vede il film - , viceversa, si può prima vedere il film e poi assistere allo spettacolo - si troveranno le stesse scene, le stesse battute, gli stessi luoghi.

Questa domanda è quasi “d’obbligo”? Circa una settimana fa ho rivisto il film di Alfred Hitchcock del 1935, considerato quasi all’unanimità (insieme ai quasi coevi L’uomo che sapeva troppo - 1934 -, Amore e mistero - 1936 -, Sabotaggio - 1936 -, Giovane e innocente - 1937 - e La signora scompare - 1938) come uno fra i capolavori dell’Hitchcock britanni, ovvero prima che, nel 1939,  si trasferisse negli Stati Uniti. In confronto al film, quali sono le differenze? E quali le analogie o le cose leggermente modificate?

È lo stesso discorso  fatto da Hitchcock: il viaggio che il protagonista, coinvolto suo malgrado in un intrigo molto più grande di lui, fa per cercare di salvarsi, gli inseguimenti da parte dei criminali e della polizia, etc. Il viaggio c’è tutto, le battute sono più o meno quelle. Noi abbiamo fatto anche un lavoro di adattamento anche alla comicità italiana, per renderlo fruibile anche al pubblico italiano, perché, logicamente, l’originale - il libro, il film di Hitchcock e l’altra opera teatrale – si fonda sulla comicità inglese, sullo humour britannico.

Abbiamo cercato di portarlo sui nostri piani. Anche sotto un profilo di movimenti è più dinamico,  più veloce, più rapido, anche  per una mia questione registica. Personalmente, amo dei tempi molto veloci, abbiamo sfruttato anche questo. Il ritmo è molto incalzante, mentre invece se si assiste allo spettacolo inglese ha molte pause in più, è più lento, ed ha anche una durata maggiore, circa due ore e trenta.

Lo spettacolo inglese, logicamente, è anche un pochino più “pettinato”. Anche se immagino che chi andava a Piccadilly per assistere a 39 scalini pagava almeno cinquanta sterline, quindi, va tutto un po’ di conseguenza.

È una corsa a perdifiato verso l’ennesima gag, l’ennesima trovata, l’ennesimo effetto scenico.

Sotto un profilo attoriale è veramente una prova di forza che è anche molto soddisfacente. Nell’arco di due ore, eccezion fatta per il protagonista, che in ogni caso è sempre inserito in differenti contesti, tutti gli altri attori interpretano molti personaggi, oggettini animati, situazioni. Da un punto di vista prettamente lavorativo, credo  sia uno fra i miei spettacoli migliori che io abbia fatto. Quando dico “migliori” non mi riferisco necessariamente al risultato finale, bensì alle situazioni, al fatto che è il più articolato. Realizzarlo è stato molto difficile, ma, nello stesso tempo, alla fine  ci ha dato grandi soddisfazioni.

Quando avete cominciato l’avventura?

Tre anni fa: questo è il terzo anno di repliche. La cosa positiva è che ci siamo trovati anche al teatro dell’improvvisazione. Il testo scritto c’è, ma dovendo inventare di volta in volta ogni situazione per renderla credibile,  ci sarà un passaggio di rincorsa di un treno in movimento, o altre situazione, in cui è fondamentale immaginarsi e far immaginare al pubblico quello che noi effettivamente facciamo e rendere la scena più o meno verosimile. Sotto il profilo delle prove, questo è stato molto interessante. Quando abbiamo fatto le prove era proprio un esercizio di improvvisazione totale, in ogni momento (come facciamo a fare il treno? Come facciamo a fare l’aereo? Come riusciremo a fare questo? Come riusciremo a fare quell’altro?).

Siamo partiti da quello che era già il  profilo  creato a Londra. Tuttavia, poi  abbiamo detto «ok, ora cerchiamo di dare la nostra cifra, anche per sfruttare tutte le notevoli capacità degli attori. Qua e là c’è anche un tipo di comicità molto slapstick.

In ogni caso, rimane l’intensità della storia e la trama che tengono lo spettatore inchiodato alla poltrona. Del resto è continuo un accadere di eventi. La cosa molto difficile di questo spettacolo è anche il fatto che, ogni volta che si va in un posto differente, gli oggetti, non essendoci le quinte, vengono sistemati in una maniera diversa, e quindi la difficoltà degli attori è anche quella di adattarsi ad una scena differente, ad uno spazio differente. Fortunatamente qui abbiamo attori che hanno una grandissima abilità, non si perdono mai in scena, son sempre presenti, e, anche cambiando continuamente situazione, si riesce sempre ad arrivare alla fine con un  ottimo risultato.

In quanti teatri è stato portato lo spettacolo?

Due anni fa l’abbiamo messo in scena al Teatro Trastevere con grandissimo successo. L’abbiamo portato anche in Umbria, nell’alto Lazio, a Civita Castellana, a Sutri. Stiamo cercando di portarlo in tournée quanto più possibile. L’obiettivo è quello di portarlo anche al Nord, a Milano e a Torino.

Vi ringrazio. 39 scalini è effettivamente un’ interessante rivisitazione di un giallo classico in chiave moderna. Uno spettacolo fresco e dinamico che stimola la fantasia dello spettatore. Ergo, come si dice, lunga vita e vento in poppa.

 

Classe 1986, storico del cinema, appassionato di noir, courtroom movies, gialli e western fin dagli anni del liceo, ha lavorato come battitore e segretario di produzione per un documentario su Pier Paolo Pasolini. Dopo un master in Editoria e Giornalismo, ha collaborato con il Saggiatore e con la Dino Audino editore. Attualmente lavora come redattore freelance, promotore di eventi, e collaboratore alle vendite in occasione di incontri, presentazioni e fiere librarie.

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