Simon Hantaï: tra le pieghe del colore

“È il momento di dare il giusto rilievo all’ampia carriera di quello che consideriamo come uno dei più grandi pittori della seconda metà del XXesimo secolo presentandola nello spazio che merita, e dandole la più grande risonanza”, affermano Dominique Fourcade, Isabelle Monod-Fontaine e Alfred Pacquement, curatori dell’esposizione dedicata a Simon Hantaï, al Centre Pompidou di Parigi.

Tabula-1980-Centre-Pompidou-Mnam.-Adagp-Paris-2013

“È il momento di dare il giusto rilievo all’ampia carriera di quello che consideriamo come uno dei più grandi pittori della seconda metà del XXesimo secolo presentandola nello spazio che merita, e dandole la più grande risonanza”, affermano Dominique Fourcade, Isabelle Monod-Fontaine e Alfred Pacquement, curatori dell’esposizione dedicata a Simon Hantaï, al Centre Pompidou di Parigi. Un’esposizione inedita, che si concluderà il 2 settembre; la prima a cinque anni dalla scomparsa, e a trentacinque anni dall’ultima retrospettiva che si era tenuta nel 1976 al Museo nazionale d’arte moderna alcuni mesi prima del suo trasferimento al Beaubourg. Simon Hantaï (1922 - 2008) si era ritirato volontariamente dalla scena artistica e preferiva restare nell’ombra, senza più esporre. Solo dopo la sua morte, i curatori sono riusciti a convincere gli eredi dell’importanza di una mostra retrospettiva. Grazie a quest’evento il pubblico puó, attraverso oltre 130 pitture realizzate dal 1949 fino agli anni Novanta, ripercorrere l’intera carriera artistica di Hantaï, pittore francese di origine ungherese, conosciuto soprattutto per la sua tecnica, intrapresa negli anni Sessanta, del “pliage”: piegare e arrotolare la tela impregnata di colore e poi riaprirla. Un metodo considerato come la risposta al lavoro dell’americano Jackson Pollock. L’esposizione si apre sui primi anni di creazione, dal suo arrivo nel 1949 in Francia quando si lega al movimento surrealista, e offre una lettura cronologica del suo percorso artistico. Questa prima fase, poco conosciuta, culmina con due capolavori riuniti per la prima volta, Écriture Rose e À Galla Placidia del 1958-59. Dopo aver abbandonato il movimento di André Breton, l’artista intraprende la sua ricerca individuale. A partire dal 1960, con i suoi Mariales, Hantaï dipinge “alla cieca” una superficie piegata e ricoperta di colori eclatanti. Tele - spesso di grande formato - che assomigliano a vetrate, in cui il colore è la luce. Da questo momento a ogni serie applica costantemente questa tecnica adattandola alle sue esigenze artistiche; nascono cosí Catamurons, 1963, Panses, 1964-1965, Meuns, 1967-1968, Études, 1969, Blancs, 1973-1974 e Tabulas, 1973-1982 (nella foto Tabula, 1980 ©Adagp, Paris). Il pliage gli permette di dar vita a un incontro inedito tra i bianchi della tela - non dipinto - e il colore impresso sulla tela, pura tinta. Hantaï si afferma come uno dei più grandi coloristi del suo tempo, diventando uno dei maggiori artisti astratti. Nell’estate del 1982 è protagonosta del Padiglione francese della Biennale di Venezia. In quest’anno, al culmine della carriera, Simon Hantaï decide di ritirarsi ed entra in un silenzio di cui non emergerà pubblicamente che quindici anni più tardi, nel 1998, con due esposizioni a Parigi. Il ritorno sulla scena avviene con i Laissées, che realizza tagliando le grandi tele delle Tabulas degli anni Ottanta e trasformando questi frammenti in opere compiute. Termindando con questa serie, l’esposizione ricostruisce lo straordinario percorso artistico di un pittore soprendente, dando l’opportunità rara di scoprire o rileggere l’opera di una vita: quella di un esploratore, di un ricercatore del colore, della luce e dell’infinito.

Cristina Biordi

Pubblicato in Varie
Cristina Biordi

Giornalista professionista, documentarista, curatrice di mostre, appassionata ed esperta d’arte, cinema, teatro, letteratura, fotografia, enogastronomia, con 15 anni d’esperienza nel settore dell’energia e dell’ecologia. Ovvero: è terribilmente curiosa! Dalla Città Eterna si è trasferita nella Ville Lumière, dove è titolare dell’agenzia Labi communication, e come Joséphine Baker ha due amori: l’Italia e Paris. 

Fotonews

Carlo Verdone sul Red Carpet di RomaFF

Noi e i nostri fornitori archiviamo informazioni quali cookie su un dispositivo (e/o vi accediamo) e trattiamo i dati personali, quali gli identificativi unici e informazioni generali inviate da un dispositivo, per personalizzare gli annunci e i contenuti, misurare le prestazioni di annunci e contenuti, ricavare informazioni sul pubblico e anche per sviluppare e migliorare i prodotti. Accettando o continuando a navigare su questo sito con la tua autorizzazione noi e i nostri fornitori possiamo utilizzare tali dati. MAGGIORI INFORMAZIONI