Ulisse e la psicoterapia

Ulisse e la psicoterapia Evento Facebook "Il mito di Ulisse nel viaggio della psicoterapia"
Si è svolto venerdì 11 gennaio 2019, con notevole affluenza di pubblico, al punto Einaudi di Via Labicana 114 l’incontro “Il mito di Ulisse nel viaggio della psicoterapia” organizzato dal Centro Studi di Psicologia e Letteratura fondato da Aldo Carotenuto e relazionato dal Dott. Francesco Frigione, psicologo e psicodrammatista analitico.

Il percorso affrontato parte da alcune premesse: prima di tutto la psicologia analitica di Carl Gustav Jung; su di un livello più settoriale deve essere fatto rientrare nello sguardo della prospettiva archetipica di questa psicoanalisi. Così la domanda che ci si pone in principio è: che viaggiatore è Ulisse, l’eroe che fa esperienza di tutto e viene iniziato a livelli sempre più elevati e profondi di conoscenza? Da sempre l’archetipo di Ulisse – che d’ora in poi sarà chiamato Odisseo per dovere di classicismo – anima tanto la nostra cultura quanto l’immaginario corrispettivo della terapia analitica: anche l’analizzato è d’altronde alle prese, con la sua mente “polimorfa”, sia complessa che per questo duttile, con peripezie incognite, spaventose ed esaltanti che, auspicabilmente, vengono viste ed affrontate durante il processo d’individuazione. Nel suo viaggio, Odisseo percorre estensioni e abissi profondi dello spazio tanto fisico che mentale, esplorando così una realtà intrisa anche d’immaginazione e che a volte, proprio per questa dimensione immaginifica, può manifestarsi come divoratrice e creativa al tempo stesso. I personaggi in cui l’eroe s’imbatte sono arcaici, seducenti e mostruosi, fanno risuonare speranza e nostalgia, avidità e rinuncia e in ultimis la scissione tra rispetto e sfida degli dei (che aiutano ma anche avversano) e del sacro in generale.

Possiamo tracciare ora le prime corrispondenze tra il poema omerico di VIII sec. a.C. e l’esperienza analitica, provando a vedere ad Omero come ad un analista: il narratore del poema è onnisciente, intreccia le fila del racconto, pone il personaggio di fronte a problemi ed obiettivi, infine partorisce il racconto e il personaggio che vi inserisce. Allo stesso modo, pur non essendo l’analista onnisciente di fronte al suo paziente – ma sarà bene mantenere sempre attiva, per tutta la lettura, questa metafora più simbolica che oggettiva – come sempre è la definizione di qualcosa secondo i criteri di qualcos’altro – egli nel setting analitico induce il cliente a ricordare chi è, generandolo. Le domande che si trovano in nuce ad ogni uomo posto di fronte al racconto di se stesso sono sempre le medesime: “Cosa devo sfrondare di me? E una volta fatto questo, cosa rimarrà, quale sarà la mia essenzialità?”. Ecco che, richiedendo le virtù della memoria, ossia di “percepire e narrare”, come ben individua il Dott. Frigione, gli inizi di un’analisi somigliano da vicino agli inizi del racconto odissiaco, ovvero al racconto che l’eroe è indotto a fare alla corte dei Feaci: un racconto che provoca dolore, un dolore che l’eroe sente e a cui resiste con fatica.

Da qui in poi, il paziente viene messo a confronto con numerose esperienze stravaganti e sconcertanti, proprio come Odisseo sbatterà da un’isola all’altra del Mediterraneo prima di fare ritorno alla sua Itaca. L’isola di Calipso mostra quella che è la più grande tentazione del paziente dopo che sia stato indotto a ricordare: se il dovere è di rivivere, la tentazione è quella dell’oblio, quella del sonno, infine della morte. Come a dire: l’Io dovrà in analisi cedere terreno o “mollare la presa”, ma questo è spaventoso: si può aver paura di dimenticare se stessi. Si è tirati tra due parti, due tentazioni: impegnarsi in un viaggio che potrà farci conoscere meglio noi stessi o rimanere nella quiete assoluta, senza impegnarsi, poiché la vita è pesante e dolorosa, penosa, a volte, per l’Io. Ed ecco che la ninfa Calipso, sull’isola di Ogigia, offre a Odisseo l’eternità, ossia metaforicamente proprio quella dimensione in cui “non si ha storia”, la calma piatta dell’acqua placida: è questa una tentazione che agisce alla pari del canto delle Sirene, ossia persuade, induce alla pigrizia; in termini psicoanalitici si parla di “cedere al narcisismo di morte” come al canto-strillo delle Sirene.

Si necessita di un bravo analista: bisogna saper rispettare la paura del paziente, i suoi tempi, e nel frattempo, nelle veci di un Omero organizzatore del racconto, armonizzare le parti, come spetta al Sé archetipo, per mezzo della più importante delle Muse, la Mnemosyne, la Memoria che è madre di tutte le altre espressioni creative. Nel nemico acerrimo del nostro eroe troviamo il dio Poseidone, aspetto tellurico di Zeus, sua controparte ctonica, proprio come il nemico del paziente altro non è che la sua stessa Ombra (gli aspetti negativi, inaccettabili, scissi della personalità in termini junghiani). Molti sono i passaggi iniziatici di questo rito umano di individuazione; nell’Odissea ne ricordiamo sicuramente due: Odisseo, con la dimensione-Atena dalla sua parte, la flessibilità strategica, acceca Polifemo, simbolo di una visione bidimensionale e piatta della realtà e infine perseguirà alla visione tridimensionale, profonda, che gli è concessa da Tiresia, archetipo del saggio indovino che, pur ceco, vede ben oltre (basti pensare alla saga tebana e dunque alla cecità di Edipo, il più brillante degli uomini per quanto concerne le indagini eppure il più cieco per quanto concerne quelle su se stesso).

Il discorso procede per isole, come nell’analisi si procede da un’isola all’altra della propria personalità, come in un arcipelago colto come sparpagliato in un grande mare unitario ma navigabile solo con spaesamento. Presso Circe, Odisseo prova nostalgia del ritorno, ma un ritorno che trascende l’origine: un ritorno trasformativo, del resto ormai troppo ha visto e sentito che prima non conosceva. Circe vorrebbe trattenerlo, “ma dopo aver pianto tanto bisogna saper tornare”, sorride il Dott. Frigione. Circe vorrebbe convincere Odisseo a tornare all’utero, reinfetarlo, e allora è Ermes a giungere in aiuto dell’eroe: dio dei trapassi, delle comunicazioni, dello scherzo sornione, egli indica nei dettagli il modo in cui avrà la meglio sulle lusinghe di Circe. Prima di usare la spada e minacciarla – con la virilità ci si stacca dalla madre – Odisseo trascorrerà con lei un anno e i suoi compagni gli faranno da memoria, gli ricorderanno di andarsene. Sarà proprio Circe, vistasi rendere vana la propria magia, a saper accettare quest’esito e infine persino a consigliare l’eroe per la sua buona riuscita, spingendolo proprio da Tiresia.

Negli Inferi, Odisseo incontra varie figure. Innanzitutto la madre: tenta di accarezzarla, ma non vi riesce: c’è il dolore del tempo perduto, del non-ritorno e soprattutto della responsabilità personale, dacché la madre è morta proprio dal dolore di non poterlo riavere. Incominciano quelli che sono ravvisabili come i passaggi iniziatici alla maturità individuale, al “divieni te stesso”. Achille gli rammenta l’importanza della vita, proprio lui, che ha preferito la morte in nome della gloria. Aiace lo evita, gli dimostra indifferenza: Odisseo sa che non è stata colpa sua quella faccenda delle armi, ma si sente ugualmente responsabile. Anche questo è necessario, rinunciare all’approvazione unanime e andar tuttavia avanti. Qui Odisseo scopre uno degli aspetti più spaventosi dello stesso percorso analitico, che è la realizzazione di essere soli e la sensazione di non essere più protetti da nulla. In termini junghiani, in questo consiste l’iniziazione al labirinto: avviene tramite sacrifici dolorosi di parti di sé. Per permettere ad Odisseo di continuare il suo viaggio, ogni volta, parti di lui andranno sacrificate: così i suoi compagni, che invidiandolo e odiandolo in molte occasioni, complicandogli spesso il viaggio, possono essere perduti e paradossalmente permettono la vita all’eroe.

E poi, finalmente, si scorge Itaca: altre prove attendono il nostro Odisseo. Dopo il riconoscimento con il figlio Telemaco e la strage dei Proci, la moglie Penelope, fedele e resistente, saggia poiché, tessendo la tela come inganno e guadagno di tempo, sembra dimostrare di conoscere un Credo che a tutti noi gioverebbe, ossia che le cose della vita non si può sapere come andranno, al massimo si può aver fiducia nel tempo: ed è proprio lei, tessendo e disfacendo, che regala al marito il tempo necessario al suo viaggio. Lo scioglimento della ruggine tra i due coniugi è condotto con complicità, eccitazione e divertente intelligenza: come d’altronde ci si mette alla prova nel momento del riconoscimento. E allora infine, in una notte dalla durata duplicata concessa dalla dea Atena, i due potranno ritrovarsi, laddove quella notte artificiosamente estesa simboleggia l’espandersi e dilatarsi dei sentimenti nell’intimità più profonda.

Notevoli e interessanti si sono rivelati gli interventi del pubblico, piacevolmente stimolati dall’andamento del discorso. I futuri incontri organizzati dal Centro di Studi Psicologici avranno come temi mitici Amore e Psiche ed Eco e Narciso. Amore e Psiche nell’ottica di Neumann sarà relazionato da Adele Boldrini, Dottoressa in Psicologia Clinica e Storia Contemporanea, il 18 gennaio alle ore 17.00 presso la Biblioteca Pier Paolo Pasolini in viale dei Caduti della Resistenza 410/a. Eco e Narciso: le figure della dipendenza amorosa si svolgerà in data 8 febbraio alle 20.45 di nuovo in via Labicana 114, punto Einaudi, presso il quale relazionerà Massimo Borgioni, psicologo e psicoterapeuta. 

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